Contenuto riservato agli abbonati

Veneto, le mani dei clan sugli appalti e la cassa integrazione-truffa

Convegno della Cgil con Parbonetti, Storoni e Avviso pubblico sul fenomeno della criminalità Fanelli e Corso: «I processi dimostrano che il pericolo è reale, basta negare l’evidenza»

VENEZIA. La pioggia di 150 miliardi erogati dal governo Conte e Draghi con i decreti Ristori per arginare la crisi da Covid ha messo le ali alla fantasia dei clan, che ora attendono la deregulation degli appalti del Pnrr per mettere fuori mercato la concorrenza. L’ultima frontiera del business dei colletti bianchi al servizio di Cosa Nostra, ‘ndragheta, camorra e dei boss del Tavoliere delle Puglie riguarda la cassa integrazione. Commercialisti e consulenti si sono prodigati a presentare le domande al ministero del Lavoro, con massima attenzione ai codici Ateco.

Dalle prime verifiche emerge che le aziende in odor di mafia obbligano gli operai in Cig a tornare nei cantieri per lavorare di fatto in nero: nella migliore delle ipotesi scatta l’integrazione dello stipendio, nella peggiore si spalanca la porta al licenziamento per chi non accetta il ricatto. A denunciare l’ennesima forma di illegalità è Paolo Storoni, il colonnello che guida la Dia in Veneto che ha partecipato al seminario della Cgil: 4 ore di discussione aperte da Roberto Fasoli di Avviso pubblico, con l’economista Antonio Parbonetti che ha presentato il suo dossier sull’infiltrazione del crimine nell’economia.

Che si tratti di girare pagina nella consapevolezza del rischio lo ha spiegato nei dettagli Silvana Fanelli, segreteria confederale Cgil Veneto: «I processi che si stanno celebrando nella nostra regione, Eraclea, Camaleonte, Taurus e Isola Scaligera fanno emergere una pericolosa sottovalutazione del fenomeno da parte della classe politica ed economica della regione. E mettono in evidenza un profondo arretramento culturale sul piano del rispetto delle regole».

Per capire le dinamiche conviene ascoltare il colonnello Storoni: «La mafia è un’impresa che vince sul mercato, al Sud raccoglie liquidità con il racket, lo spaccio di droga e l’usura e investe i capitali nelle attività pulite. In questi mesi si registra il boom di imprese che aprono la sede sociale al Nord per ottenere la White list e partecipare agli appalti. Appena scatta l’interdittiva delle Prefetture presentano ricorso, chiudono l’attività e si spostano in un’altra provincia».

Ultima questione: i controlli di qualità sui cantieri consegnati a fine lavori. Va trovata una soluzione tecnica per garantire il rispetto di tutte le clausole, altrimenti le brutte sorprese sono sempre in agguato. Storoni ovviamente concorda con l’appello lanciato dal procuratore antimafia Bruno Cherchi: la carenza di magistrati e di personale amministrativo a Venezia va risolta in fretta.

Il professor Parbonetti, con ottimo senso dello humor, ha invitato a cambiare le categorie antropologiche: non c’è più il mafioso con coppola e lupara, ma il professionista con giacca, cravatta, computer e laurea che fa affari. Nel suo dossier avviato nel 2015 ha monitorato la presenza dei clan: l’epicentro è la Calabria con 678 aziende a rischio distribuite nel Mezzogiorno, 660 nel Nordest, 438 in Lombardia e Piemonte e 191 al Centro. Il Veneto con 386 imprese segnalate vede Venezia in testa con 215 casi. A guidare la classifica degli investimenti da riciclaggio c’è la Lombardia mentre il fatturato medio delle aziende criminali si aggira sugli 11,5 milioni di euro, con un attivo di 914 mila euro e un indebitamento all’84% contro la media del 71. Due i casi esemplari segnalati dal professor Parbonetti: la storia di un’azienda di Milano in difficoltà che ha chiesto aiuto ai clan della ’ndrangheta per salvare 140 posti di lavoro e la vicenda di un colosso dei call center finito nelle mani delle cosche come ricostruito da Ilda Boccassini e Paolo Storari.

Paolo Romani di Avviso Pubblico ha sottolineato come nell’arco di 25 anni il fenomeno della connivenza tra clan e affari sia diventato sempre più stretto, con alcune forme di sottomissione anche in Veneto nei confronti dei boss.

Ultima battuta a Michele Corso: «La Filctem Cgil del Veneto spazia dal privato alle aziende di servizio pubblico locale, che gestiscono una quota significativa di appalti. Il sistema soffre da tempo la presenza della criminalità organizzata e il fenomeno, con gli ingenti fondi in arrivo dal Recovery Plan dell’Ue, rischia di allargarsi. Per questo abbiamo deciso di porre con ancor più forza il tema della legalità e della trasparenza nella contrattazione che porteremo avanti nei prossimi mesi». 

Video del giorno

Tamberi medagliato: "Cari padovani, cari veneti, un pezzetto è anche vostro"

Frittata con farina di ceci e zucchine

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi