Irricevibile il ricorso di Galan: la Corte di Strasburgo promuove la legge Severino

No all’ex governatore del Veneto e due volte ministro che contestava la sua destituzione da parlamentare nel 2016, conseguente alla condanna per corruzione per la vicenda del Mose, per cui era stato arrestato due anni prima

ROMA. La Corte europea dei diritti umani salva la legge Severino. Prima dichiara irricevibile il ricorso dell'ex governatore del Veneto e due volte ministro Giancarlo Galan contro la sua destituzione da parlamentare nel 2016, conseguente alla condanna per corruzione per la vicenda del Mose, per cui era stato arrestato due anni prima. Poi "promuove" l'incandidabilità alle elezioni regionali, altro effetto della legge che porta la firma della ministra del governo Monti, per condanne non più impugnabili.

Non c'è nessuna violazione di diritti, hanno stabilito i giudici di Straburgo, esaminando il reclamo di Marcello Miniscalco, escluso dalle liste elettorali regionali in Molise all'inizio del 2013 e che allora fu il primo di una schiera di politici (tra gli altri anche il governatore della Campania Vincenzo De Luca) a impugnare la legge voluta per una repressione e prevenzione più efficaci della corruzione.

La doppia pronuncia era attesa anche per il valore simbolico: le ragioni poste alla base del ricorso di Galan erano le stesse che avevano spinto Silvio Berlusconi a rivolgersi alla Cedu, dopo che nel 2013 era stato costretto lui, tre volte presidente del Consiglio, a lasciare il Parlamento - a causa della condanna per frode fiscale nel processo Mediaset - e a non potersi più candidare per sei anni, in applicazione della legge Severino. Il caso era arrivato fino alla Grande Camera della Corte di Strasburgo, ma il Cavaliere prima del verdetto finale a novembre del 2018 ne aveva chiesto la chiusura.

Una mossa azzecata del leader di Forza Italia, che ha intanto investito la Cedu di altri due reclami sulle sue vicende giudiziarie: uno riguarda proprio il processo Mediaset, l'altro il Lodo Mondadori. Nel suo ricorso Galan aveva sostenuto che la decadenza dal seggio di parlamentare costituisce una pena. E visto che interviene anche rispetto a fatti che sarebbero stati commessi prima dell'entrata in vigore della legge, comporta una violazione dell'articolo 7 della Convenzione europea dei diritti umani, che prevede la irretroattività delle leggi in materia penale.

Inoltre la decisione del Parlamento di porre fine al suo mandato lo avrebbe privato del diritto di rappresentare chi lo aveva eletto. Tesi di fondo respinta dalla Cedu, che escludendo che la perdita del seggio di parlamentare (come pure l'incandidabilità) abbia natura di pena, ha ritenuto irricevibile il ricorso, perchè fuori dall'ombrello della Convenzione.

La Corte va anche oltre, affermando "di accettare la scelta del legislatore italiano di scegliere come riferimento per l'applicazione della legge Severino la data in cui una condanna diviene definitiva e non quella in cui sono stati commessi i reati". E facendo notare che che la procedura parlamentare che porta alla destituzione del mandato offre sufficienti garanzie.

Nessun dubbio neppure sull'incandidabilità: non si può ritenere che violi nemmeno il diritto degli elettori di scegliere per chi votare perchè questa misura "non può essere considerata disproporzionata rispetto all'obiettivo di assicurare il buon funzionamento democratico che le autorità si prefiggono di raggiungere".

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