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Traffico di rifiuti con frode da 300 milioni di euro: ecco i nomi dei 5 arrestati, abitano tra il portogruarese e Jesolo

L’operazione “Via della seta” è stata condotta dalla Guardia di Finanza di Pordenone con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Trieste. Secondo l’accusa 150 milioni erano stati trasferiti nella banche del Paese asiatico

TRIESTE. La Via della Seta arriva a Trieste anche sotto nuove vesti: quelle della criminalità organizzata e di un inedito sodalizio tra Italia e Cina, con un anello di congiunzione strategico nei Balcani, in particolare in Slovenia e Repubblica Ceca.

Tutto questo ha una vita in un «doppio giro vorticoso di nero, messo in atto da due organizzazioni criminali complementari, una italiana e una cinese, in modo nuovo e sorprendentemente sofisticato». Ha usato queste parole, in conferenza stampa al Palazzo di Giustizia di Trieste, il procuratore Antonio De Nicolo, per descrivere la maxi frode fiscale internazionale scoperta nell'ambito dell'operazione denominata “Via della Seta” sul riciclaggio e il traffico illecito di rifiuti per 308 milioni di euro.

Il risultato: 5 persone arrestate, delle quali 3 originarie di San Vito al Tagliamento (Pordenone), una di Portogruaro e un'altra di Taranto, 53 indagate, e sequestri per complessivi 66 milioni di euro. I destinatari delle cinque misure cautelari sono Fabrizio Palombi, nato a San Vito al Tagliamento, 42 anni, residente a Lugano e domiciliato a Portogruaro (era in carcere, ora ai domiciliari), Roger Donati, nato a San Vito al Tagliamento, 48 anni, residente a Lugano, domiciliato a Portoguaro (era in carcere, ora è ai domiciliari), Stefano Cossarini, nato a San Vito al Tagliamento, residente a Jesolo, 46 ​​anni (arresti domiciliari), Guido Masciello, nato a Taranto e domiciliato a San Michele al Tagliamento, 46 ​​anni (arresti domiciliari) e Cristiano Altan, nato a Portogruaro e residente a San Vito al Tagliamento, 48 anni (passato dagli arresti domiciliari all’obbligo di firma).

L'operazione, condotta dalla Guardia di Finanza di Pordenone con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Trieste, ha permesso di scoprire un patto tra criminalità italiana e cinese attraverso il quale, secondo l'accusa, sono stati trasferiti, con modalità occulte , 150 milioni di euro nelle banche del gigante orientale. Al centro della frode, il traffico di materiali ferrosi e non, come rame, ottone, alluminio, che venivano commercializzati con modalità fiscalmente fraudolente. Ad Unmute Le indagini, particolarmente complesse, hanno consentito di ricostruire un imponente traffico di rottami metallici avvenuto nel periodo 2013-2021, per circa 150 mila tonnellate (pari a circa 7 mila autoarticolati), aggirando gli obblighi ambientali e di tracciatura vigenti.

Venivano emesse fatture per operazioni inesistenti allo scopo di consentire ad alcune aziende di vendere rottami ferrosi “a nero”, evadendo le imposte e sottraendosi agli obblighi di legge, e di permettere agli utilizzatori finali delle fatture di documentare costi mediante l’annotazione di documenti fittizi, con la relativa riduzione della base imponibile. Le indagini sono partite nel 2018 grazie ad alcune anomalie rilevate dalle Fiamme Gialle nelle movimentazioni finanziarie intercorse tra una neo costituita impresa di Pordenone e una con sede in Repubblica Ceca.

Da lì è scattata l’attività investigativa, che ha permesso di scoprire il sodalizio transnazionale. Le due organizzazioni criminali avevano natura e obiettivi diversi, ma hanno stretto una sorta di alleanza per ottenere reciproci vantaggi. Quella italiana era specializzata nel traffico di materiali ferrosi, che venivano ceduti in nero, con fittizie operazioni di acquisto, da alcune aziende intermediarie create in Italia ad hoc a società estere compiacenti con sede in Slovenia e Repubblica Ceca.

L’obiettivo era ottenere una “copertura” documentale e contabile per far apparire quel materiale come rottami metallici lecitamente acquistati da imprese estere che ne attestavano falsamente la regolarità (senza un’apposita certificazione, infatti, tali materiali sarebbero dovuti essere considerati come rifiuti) Tutti i pagamenti delle fatture - e anche in questo sta la complessità dell’attività investigativa - venivano effettuati tramite bonifici bancari, con l’obiettivo di far apparire tali movimenti corretti e leciti. Le indagini hanno messo poi in evidenza che quelle disposizioni di pagamento sulla direttrice Italia-Balcani venivano reindirizzate, sempre tramite bonifico bancario, a istituti di credito cinesi con la causale “importazioni”, ovviamente inesistenti, di acciaio e ferro in Europa. L'interesse cinese in questa operazione? Far entrare a Pechino ingenti risorse finanziarie accumulate delle comunità cinesi residenti in Italia frutto di economia sommersa, in particolare nel campo dell'abbigliamento. Le somme accreditate nelle banche orientali sono state “compensate” con denaro contante consegnato a mano in buste di plastica, in centri commerciali all'ingrosso cinesi di Padova e Milano, dai referenti cinesi dell'organizzazione a quelli italiani.

«Ci troviamo davanti a un’operazione inedita e particolarmente sofisticata - ha commentato il procuratore De Nicolo - che è stata intercettata grazie a un lavoro eccellente della Guardia di Finanza di Pordenone. Le due organizzazioni coinvolte hanno messo in scena un piano colossale, in base al quale sono stati fatti girare tra l’altro per le strade del Triveneto 7 mila camion vuoti, pur di truffare il fisco, creando un danno enorme alla collettività. È la dimostrazione che anche nel tranquillo Nordest la criminalità si muove in modo ben organizzato». Il pm Federico Frezza, titolare del fascicolo, ha ribadito la grande complessità delle indagini, elogiando gli uomini delle Fiamme Gialle per un lavoro che ha richiesto una particolare competenza e abilità.

(dal Piccolo di Trieste)

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