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Vulnerabili e disabili gravi in Veneto si vaccinano poco, ecco perché

La vaccinazione di una persona anziana in sedia a rotelle

Manca all’appello quasi un terzo delle persone più vulnerabili al Covid. Sono circa 300 mila i primi, 200 mila i secondi, ma la percentuale di copertura fatica a decollare, fermandosi rispettivamente al 68,8% e al 72,4%

VENEZIA. La vaccinazione delle fasce più deboli della popolazione trova un inatteso ostacolo proprio nelle stesse persone che avrebbero diritto alla profilassi in via prioritaria. Vulnerabili e disabili gravi: le due categorie che, più delle altre, stanno disertando l’appuntamento. Sono circa 300 mila i primi, 200 mila i secondi, ma la percentuale di copertura fatica a decollare, fermandosi rispettivamente al 68,8% e al 72,4%.

In pratica, tre su dieci continuano a dire no al vaccino anti-Covid. Del resto, lo ha ammesso un paio di giorni fa lo stesso governatore Zaia: «Abbiamo posti liberi dedicati a vulnerabili e disabili, ma mancano le prenotazioni. Probabilmente, molte persone appartenenti a queste categorie le abbiamo già vaccinate, procedendo per fasce di età».

Le spiegazioni, in realtà, sono molteplici. Dalla difficoltà nel procedere con la prenotazione online, al bisogno, per una percentuale importante di queste persone, di essere sottoposte alla vaccinazione domiciliare.

«Per noi medici di famiglia, vulnerabili e disabili sono i pazienti più preziosi, che appartengono antropologicamente alla medicina generale. Eppure ci sono alcune aziende sanitarie che hanno deciso di procedere autonomamente con la loro vaccinazione, magari con l’ausilio delle Usca, e i risultati sono scadenti. Questa categoria dovrebbe essere riservata ai medici di famiglia» tuona Maurizio Scassola, presidente regionale di Fimmg.

«D’altra parte, in occasione dei “vax day”, nei quali abbiamo potuto procedere con le vaccinazioni domiciliari, noi medici di famiglia abbiamo somministrato una media di quattromila dosi al giorno, per provincia. Siamo stanchi di essere considerati la pezza per rattoppare il sistema».

Secondo Scassola, dunque, la spiegazione non andrebbe individuata in una ipotetica ritrosia dei fragili di fronte al vaccino, con il timore che la profilassi possa interferire negativamente in un quadro già delicato. «La percentuale di “no vax” in tutta la popolazione si aggira intorno al 5-6%, ma scende tra i fragili e le loro famiglie, ben consapevoli dell’importanza della profilasi» sottolinea Scassola.

Intanto le Usl continuano con le telefonate.

«Gli ospedali procedono tutti i giorni nella convocazione dei fragili, chiamandoli uno ad uno» spiega Luca Sbrogiò, commissario alla vaccinazione nell’Usl 3 veneziana. Ma quella dei vulnerabili è una categoria vasta e composita.

«Non escludo che alcuni di loro non sappiano nemmeno di appartenere a questa fascia» ipotizza Carlo Bramezza, direttore generale dell’Usl 7 Pedemontana. «Per questo, molti attendono lo sblocco della propria coorte anagrafica, per prenotare la dosi. E, una volta effettuata la vaccinazione, vengono cancellati automaticamente dalle due liste, per età e per categoria».

Ma a preoccupare non è solo l’elevata non adesione tra i fragili, ma anche tra gli anziani “meno anziani”. In sintesi, i settantenni, tra cui la percentuale di copertura è ferma a 83,2%, vale a dire ben 14 punti percentuale in meno rispetto agli ultraottantenni, tra i quali la disponibilità alla profilassi è stata plebiscitaria.

«Ma è solo perché abbiamo iniziato a vaccinarli dopo. Sono sicuro che, terminata la campagna, anche tra i settantenni l’adesione sarà altissima» rassicura Bramezza. «Non è una generazione di “no vax” e il “digital divide” non c’entra. Anche perché stiamo ricevendo l’aiuto prezioso di medici di famiglia, comuni e associazioni di categoria. In questo modo, prenotare è semplice per tutti, anche per chi non sa utilizzare il computer».

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