Teste rivela: i Servizi sapevano subito della borsa per piazza Fontana comprata a Padova

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La dichiarazione di un ex dipendente dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno, resa in aula al processo per la strage di Bologna. Il legale delle vittime: una verità tenuta nascosta fino al 1972

BOLOGNA. Mario Ciccioni, che dal 1969 fino alla pensione lavorò all'Ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno (Uar), sentito oggi venerdì 14 maggio come teste nell'ambito del nuovo processo sulla strage del 2 agosto 1980, ha rivelato che pochi giorni dopo l'attentato di piazza Fontana venne mandato dal suo superiore Silvano Russomanno alla Valigeria al Duomo di Padova, per rintracciare la borsa che conteneva la bomba di Milano. Ma solo nel 1972 si avrà la certezza che le borse vennero acquistate in quel negozio.

Secondo l'avvocato di parte civile, Andrea Speranzoni, difensore delle vittime dell'attentato alla stazione di Bologna, «questo è un dato importantissimo».

Ciccioni «venne mandato a cercare le borse nel negozio di Padova, sulla base di una indagine merceologica, nell'immediatezza dell'attentato. Mentre dal punto di vista delle indagini sulla strage di piazza Fontana - ha spiegato il legale - questo emerse solo anni dopo al 1969. Ciccioni fu spedito da Russomanno a fare questa verifica, ma la cosa non venne comunicata alla magistratura, che lo scopre anni dopo, questa è la prova che l'Ufficio affari riservati ha gestito fin dal primo secondo le indagini sulla strage», indirizzandole verso la pista anarchica anziché verso Ordine nuovo.

Il teste ha sottolineato che inviò una relazione a Russomanno, «ma non so cosa fece». Ciccioni in aula ha riferito inoltre dei rapporti tra Umberto Pierantoni, direttore centrale della polizia di prevenzione (ex Ufficio affari riservati, Uar) e Federico Umberto D'Amato, direttore dell'Uar dal 1971 al 1974, e ritenuto dalla Procura generale di Bologna mandante e organizzatori, della strage in concorso con Licio Gelli, Umberto Ortolani (che sarebbero anche finanziatori) e Mario Tedeschi (organizzatore).

Il teste ha risposto con molti «non ricordo» alle domande poste in aula, tanto che lo stesso presidente della Corte D'Assise, Michele Caruso, lo ha ripreso per la sua reticenza. Ha confermato però i rapporti stretti tra Pierantoni e D'Amato e un fitto scambio di buste tra i due anche quando D'Amato non era più nell'Uar. «Prelevavo buste bianche da D'Amato con sopra la scritta Piero, da intendersi il dottor Pierantoni. Era nel 1987. Portavo anche buste da Pierantoni a D'Amato, ma non so se ci fossero dei soldi, non credo. Può anche darsi, ma non ne ho conoscenza».

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