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Emorragia dei medici dagli ospedali veneti. «Troppo lavoro, poche soddisfazioni»

Sono state 465 (su 7.825) le dimissioni volontarie nel 2019. Anaao: «Ora saranno molte di più»

VENEZIA. In Veneto, la ferita sanguina più che in qualsiasi altra regione italiana, con l’eccezione delle Marche. Sono 465 i medici ospedalieri che, nel 2019, hanno deciso di lasciare la sanità pubblica, dimettendosi, prima di raggiungere i requisiti per la pensione.

Parliamo di due anni fa, quindi la pandemia non c’entra, il carico di lavoro nel “pubblico” era valutato insostenibile già allora. Una cifra più alta (di pochissimo, 494) si registra solo in Lombardia. Lì, però, i medici ospedalieri sono il doppio rispetto ai nostri, 14.870 contro 7.825.

Lo rivela uno studio di Anaao Assomed – associazione dirigenti medici – che fissa a 3.123 il totale dei professionisti che, in tutta Italia, hanno rassegnato le dimissioni nel corso dei 12 mesi da gennaio a dicembre 2019. Più di uno su sette lavora nella nostra regione che, con il 5,9% di fughe, è pecora nera del nord Italia.

Quando saranno forniti i dati relativi al 2020, è poi facile che la ferita si aprirà ulteriormente, perché i 12 mesi di pandemia hanno pesato come un macigno, rendendo evidenti tutte le fragilità del nostro sistema sanitario. La mancanza di professionisti, in primis, soprattutto in determinate specialità. «Oltre alla mancanza di specialisti, c’è anche un indice di fuga che è estremamente preoccupante. Medici che, non trovando più vantaggioso o soddisfacente il lavoro in ospedale, decidono di trasferirsi nel settore privato. C’è poi chi si trasferisce in altre regioni e chi si dimette, pur senza alternative» spiega Adriano Benazzato, segretario regionale di Anaao, dando una sua lettura dei dati.

«L’anno prossimo» aggiunge « la situazione sarà persino peggiore. Conosco moltissimi medici che, appena raggiungeranno i requisiti per il prepensionamento, ne approfitteranno, sfibrati da questo anno abbondante di pandemia».

Le carenze, ormai endemiche, riguardano sempre le stesse branche: «Medicina d’urgenza e interna, anestesia, pneumologia, malattie infettive» spiega Benazzato. Ironia della sorte, le specialità al fronte, con l’imperversare di un virus respiratorio. «E infatti la situazione è esplosa proprio con il Covid».

Secondo il sindacato, il lavoro in ospedale non risulta più attrattivo agli occhi di un giovane medico, fresco di laurea. Non certo in Veneto dove, dei 7.825 professionisti attivi nel 2019, più di uno su venti (il 5. 9%) ha deciso di lasciare. Una percentuale (di poco) più alta si registra soltanto nelle Marche. «Le regioni in cui maggiori sono le dimissioni volontarie sono quelle del nord. È possibile che la ragione sia da ricercare nelle maggiori opportunità di lavoro negli ospedali privati o nel settore libero professionale» spiega infatti il sindacato. In Veneto, le dimissioni si sono quintuplicate in soli dieci anni: nel 2009 erano appena 81, passate a 465 nel 2019. Sintomo della progressiva perdita di attrattiva della professione, nel pubblico.

Professione – denuncia il sindacato, nel motivare la sua tesi – fatta di un carico di lavoro diventato insostenibile, di una professionalità svilita, di compensi valutati insufficienti, di scarse possibilità di fare carriera, di carenze organizzative e di un sempre più elevato rischio di subire denunce e aggressioni, fisiche e verbali. «Per noi la soluzione è molto semplice: fare nuove assunzioni, puntare sugli specializzandi, rendere il carico di lavoro più sostenibile e prevedere delle retribuzioni migliori e più allettanti» la ricetta di Benazzato, per far tornare fra medici vecchi e nuovi l’orgoglio di lavorare per la sanità pubblica del Veneto. —


 

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