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La testimonianza dei sanitari: «Noi che piangiamo insieme ai familiari dei pazienti ricoverati nei reparti Covid»

Il reparto di Terapia intensiva diretto dal primario Ivo Tiberio

I parenti dei malati gravi possono ora entrare in Rianimazione:fortissimo l’impatto emotivo per il personale sanitario

PADOVA. Se è vero che la mole di lavoro un po’alla volta comincia a tornare alla normalità, facendo tirare il fiato a medici, infermieri e operatori sanitari da oltre un anno in prima linea nella guerra contro la pandemia, è anche vero che il carico emotivo - se possibile - è ulteriormente cresciuto.

A toccare le corde più intime e sensibili del personale ospedaliero sono i familiari dei pazienti Covid, in particolare di quelli che si trovano in Terapia intensiva. Da dicembre, in maniera controllata e centellinata, è infatti permesso a un parente di entrare in reparto e far visita al proprio caro.

Generalmente le visite in Rianimazione avvengono quando la situazione è molto grave e la prospettiva di un fine vita purtroppo vicina. Un modo per non lasciare che i pazienti se ne vadano completamente soli, un modo per assicurare ai familiari la possibilità di dare l’ultimo saluto.

Tutto ciò non lascia certo indifferenti i sanitari, che si trovano a conoscere in maniera ancora più approfondita la famiglia del paziente, la sua storia, il suo lavoro. Insomma il coinvolgimento è indubbiamente maggiore e non è facile. Spesso e volentieri medici e infermieri si trovano a dover trattenere le lacrime o addirittura a commuoversi durante il turno di lavoro. «Io piango con loro», racconta Michela Marca, infermiera caposala del reparto di Terapia intensiva dell’Azienda ospedaliera, «Tutti noi ci sentiamo molto coinvolti. Quando prepariamo i familiari per farli entrare in reparto, ci raccontano un le loro storie che diventano le nostre perché ci fanno scoprire qualcosa in più sui nostri pazienti».

Le visite sono regolamentate da una rigorosa procedure interna: «Chi entra deve aver fatto il tampone almeno 48 ore prima o altrimenti glielo facciamo noi, misuriamo la temperatura, facciamo firmare un’autocertificazione, li prepariamo e li portiamo dentro». I visitatori, uno alla volta, rimangono una quindicina di minuti, devono stare a un metro di distanza e non toccare il proprio caro. Non vengono lasciati soli, durante questo quarto d’ora di altissima carica emotiva sono presenti anche medici o infermieri.

«Mi ricordo quando la moglie di un paziente ha fatto ascoltare un audio della figlia dodicenne che diceva: papà mi hai promesso che saresti vissuto in eterno, non farmi scherzi. E poi suonava un brano al pianoforte dedicato al papà. Non sono riuscita a trattenere le lacrime. Fortunatamente poi questo signore ce l’ha fatta». Purtroppo non è sempre così, c’è anche chi non ce la fa.

«Ci è capitato di avere una famiglia intera ricoverata, la mamma da noi e il papà al Monoblocco. Se ne sono andati uno dopo l’altro, non è stato facile per il figlio. Ricordo anche un uomo, entrato in ospedale con le sue gambe e mancato dopo pochi giorni. La moglie ha dovuto affrontare una perdita improvvisa». Tra personale sanitario e familiari inevitabilmente si creano rapporti che seppure di pochi giorni o di pochi minuti sono profondi proprio perché nati in momenti così difficili.

«Alla moglie di un paziente mancato giovane mi è venuto spontaneo chiederle se potevamo abbracciarci. È stato un abbraccio che ha fatto bene a entrambe». Tutto questo fino a dicembre, quando in Terapia intensiva non entrava nessuno, non capitava. La distanza tra medico e paziente, infermiere e paziente, a livello emotivo era sicuramente maggiore. Quando la settimana di Natale la rianimazione ha aperto ai familiari, Michela Marca un po’per la stanchezza accumulata un po’ per la forte emozione ha avuto un crollo.

«Ho passato il 30 e il 31 dicembre al pronto soccorso. Quei giorni erano entrati in reparto tre o quattro familiari di pazienti, due il pomeriggio in cui poi mi hanno ricoverata. Sicuramente ero molto stanca, ma il colpo di grazia me l’ha dato l’aver vissuto momenti di forte impatto emotivo con i parenti».

Ivo Tiberio, primario della rianimazione Centrale e anche di quella del Sant’Antonio sa bene cosa vuol dire far entrare una moglie o un figlio in reparto e portarlo davanti al proprio caro sedato e spesso in fin di vita. «È un momento molto impattante per i familiari, che per lo meno hanno la possibilità di dare l’estremo saluto, ma anche per noi medici. Nonostante siamo abituati ad avere a che fare con situazioni di questo genere non si è mai preparati alla morte».

Il coinvolgimento non può non esserci: «Soprattutto con i pazienti giovani, quando qualcuno non ce la fa è qualcosa che mi ferisce profondamente. Dopo tanti anni ancora fatico a rassegnarmi al decesso di un paziente». —

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