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Affari della ’ndrangheta in Veneto: due capi del clan Giardino parlano

Domenico Mercurio e Nicola Toffanin collaborano con i magistrati ricostruendo i legami con i politici. L’Antimafia di Milano conduce una inchiesta parallela su un traffico di rifiuti

VENEZIA, “Il Veneto colluso trema”, come ha titolato un quotidiano calabrese, può suonare un po’ eccessivo, ma in effetti negli ambienti investigativi c’è molta attesa rispetto alla collaborazione con i magistrati di Domenico Mercurio, personaggio di spicco nelle ultime inchieste sulla ’ndrangheta in Veneto.

Imprenditore di San Martino Buonalbergo nel veronese, originario di Isola Capo Rizzuto, da sempre nell’entourage della famosa famiglia Giardino, ha iniziato a novembre dell’anno scorso a parlare con i magistrati e sono parecchie le cose che potrebbe raccontare sia sulle relazioni tra i gruppi di ’ndrangheta in Veneto e le organizzazioni stanziate in Calabria, sia sulle relazioni intessute in questi anni con personaggi dell’imprenditoria e della politica veneta.

Fin qui il racconto di Mercurio si sarebbe incentrato sulle relazioni tra i gruppi residenti nel crotonese e le famiglie stanziate nel veronese. Rivelazioni fondamentali per sorreggere le ipotesi accusatorie della magistratura veneziana sull’esistenza di un’organizzazione ’ndranghetista operante in terra veneta. Inoltre Mercurio starebbe tracciando una mappa delle diverse famiglie mafiose operanti tra Verona e Padova.

Ma è anche sui legami della criminalità con la politica e con politici di rilievo nazionale e regionale, che Mercurio potrebbe gettare inquietanti fasci di luce.

L’assicuratore Luca Coatti che grazie a Mercurio ha vissuto una brutta vicenda di usura ed estorsioni, rivela come lo stesso Mercurio raccontasse «delle amicizie che aveva nella politica veronese e io pensavo che si trattasse di una garanzia di onestà. Era attorniato da persone credibili che creavano una cortina fumogena di legalità».

E tanto per dare un’idea dei legami di Mercurio con la società veronese così ne parla Giuseppe Giglio, storico collaboratore di giustizia: «Questo Domenico dimora in Verona, ove è dedito all’emissione di fatturazioni per operazioni inesistenti in favore di una impresa che allestisce impalcature all’Arena di Verona […]. Questa impresa è vicina ad alcuni politici veronesi, che le assicurano importanti commesse pubbliche».

Domenico Mercurio nell’ultima inchiesta che l’ha riguardato, denominata Isola Scaligera, è indicato come «capo ed organizzatore dell’attività dell’associazione di stampo mafioso in Verona, con particolare riferimento ai reati di carattere finanziario, al reimpiego del denaro di provenienza delittuosa, all’acquisizione di attività economiche». Secondo la Procura, Mercurio versava «alle casse dell’organizzazione di Isola Capo Rizzuto somme di denaro tra i 5.000 e i 6.000 euro, provento delle attività illecite realizzate» e si adoperava per sostenere economicamente i numerosi detenuti suoi compaesani.

Oltre che dalla procura veneta e a quella di Catanzaro, Domenico Mercurio sarebbe stato ascoltato anche dalla procura antimafia milanese facendo presupporre una collaborazione ad ampio raggio e una ricaduta della sua collaborazione che non si limita all’asse Calabria – Veneto.

In particolare il coinvolgimento della procura milanese potrebbe riguardare il traffico di rifiuti. Un altro imputato nell’inchiesta Isola Scaligera, Nicola Toffanin, polesano d’origine e veronese d’adozione, starebbe collaborando con la magistratura inquirente. Faccendiere per conto della famiglia Giardino, esibiva una dettagliata conoscenza dell’universo mafioso millantando una certa familiarità con gli alti vertici, ma secondo gli investigatori la sua principale occupazione era quella di menare le mani. E in certi ambienti anche quello serve. —

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