Medici di base addio. In Veneto 570 aree carenti e sono introvabili

Assalto al test per l’accesso al corso: in 890 per 85 posti. «Assistenza territoriale orfana di investimenti e piani»

PADOVA. La punta dell’iceberg è racchiusa in due numeri: 887 candidati ammessi alla selezione per strappare uno degli 85 posti del corso triennale di formazione specifica in medicina generale. Un assalto vero e proprio, quello andato in scena mercoledì alla Kioene Arena di Padova dove si è svolta la selezione regionale organizzata da Azienda Zero, che quanto a futuro potenziamento dell’assistenza sanitaria territoriale si risolverà in poco più di nulla.

La parte emersa dell’iceberg è, infatti, poca cosa rispetto a quella sommersa: oltre 570 aree carenti che tradotto dal burocratese significa avere in media il 43% del Veneto senza medico di base o con medico di famiglia “temporaneo”. Se si passa alla guardia medica, poi, gli ambiti carenti in regione sono il 98% del totale. «La medicina di territorio in Veneto è questa, indegna per una regione che si paragona al Nord Europa come modello di assistenza» sottolinea Maurizio Scassola, segretario regionale della Fimmg Veneto. Da quest’anno e fino al 2027, inoltre, in regione andrà in scena un esodo pensionistico tra i camici bianchi che rischia di lasciare quasi 900mila veneti senza medico di base.

La selezione per formare 85 nuovi medici di base arriva di fatto un anno dopo. Si tratta, infatti, di quella che avrebbe dovuto andare in scena nel 2020 ma che è stata rinviata a causa della pandemia. Nel ciclo formativo specialistico, quindi, si è anche creato un “buco” di un anno. «E quello di quest’anno non è stato ancora bandito» sottolinea Domenico Crisarà, vicesegretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale. «I posti sono anche aumentati, partiamo da una dotazione regionale di 50. Evidentemente si tratta ancora di numeri insufficienti, e con rammarico devo dire che noi avevamo identificato questa criticità già nel 2002. Di questo passo, e tenuto conto del picco pensionistico in arrivo, al 2027 ci arriviamo senza fiato».

Dal 2002, quindi, è noto che – dopo l’ingresso massiccio andato in scena negli anni ’79-’80 – l’assistenza territoriale attraverso medici base e guardia medica era un fronte destinato a sguarnirsi. Così sta accadendo, ma nel frattempo cosa è stato fatto? A livello nazionale ci sono state delle modifiche legislative che ora consentano ai medici in formazione di poter assumere fino a 500 pazienti già dal primo anno. Inoltre, sempre un medico in formazione può avere un incarico provvisorio (ad esempio per sostituire un medico andato in pensione) fino all’arrivo del nuovo titolare.

«Non basta, quello che ci piacerebbe è che la scuola di medicina generale fosse leggermente più flessibile» continua Crisarà. «Non possiamo ragionare in termini di rigidità normativa in un momento in cui ci troviamo a fare fronte a due emergenze: quella delle aree scoperte e quella pandemia. Vanno aumentati i posti del corso triennale ed eliminata una disparità: durante il corso di formazione in medicina generale la borsa è di 800 euro lordi al mese; scegliendo qualsiasi altra specialità si arriva a 2mila euro al mese esentasse».

In pratica quello che spesso succede è un travaso dal corso di medicina generale alle scuole di specializzazione. «Il problema non è tanto negli accessi al corso ma nei numeri in uscita» ragiona Scassola. «La verità è che, in pochissimo tempo, la qualità lavorativa è scaduta moltissimo. La pandemia ha reso evidente quello che da tempo si sapeva. E ora anche nelle medicine di gruppo meglio organizzate si fa fatica a trovare un sostituto per un collega che va in pensione. Questo perché non si è investito nel modello di qualità: la nascita delle medicine di gruppo integrate (aggregazioni fra professionisti) sono state bloccate per i costi, con rilievi e stop da parte delle a Corte dei conti. Bene, queste coprono il 23% della popolazione, e gli altri?».

Le zone carenti individuate dalla Regione a fine marzo scorso, conclude Scassola, «sono un grave indicatore della mancata riorganizzazione della medicina territoriale in Veneto che è orfana di investimenti e di organizzazione». E la delega assistenziale, con la pandemia, sarà sempre più ampia. —




 

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