L’editoriale del direttore / 25 aprile, l’orrore e la bellezza 

Resto colpito, ogni volta, da come i teatri dell’orrore possano aver ritrovato una clamorosa pace. È come una risposta al Male. Dove l’uomo tocca il fondo, la natura si eleva. La bellezza sa riprendersi l’anima dei luoghi. E le restituisce onore

Arrivo a Luvigliano la mattina presto: i glicini sono in fiore e gli uccellini cantano. Lungo la cinta della Villa dei Vescovi c’è una quiete verde. Il viale ha alcuni spettacolari platani chiari, i rami possenti sembrano braccia. Rallento.
 
A quei rami furono appesi 7 uomini, vittime della ferocia di una belva della Wermacht il cui nome ancora risuona nelle voci degli anziani: Willy Lembcke.
 
Resto colpito, ogni volta, da come i teatri dell’orrore possano aver ritrovato una clamorosa pace. È come una risposta al Male. Dove l’uomo tocca il fondo, la natura si eleva. La bellezza sa riprendersi l’anima dei luoghi. E le restituisce onore. 
 
Nell’aprile del 1945 i tedeschi, spinti dall’avanzata alleata e attaccati dalla Resistenza, si mossero in una disumana ritirata verso nord, supportati da fascisti che parlavano dialetto veneto.
 
Alle Selve morirono in 14. Una era Rossana Bressan, nove anni. Alle fornaci di Zero Branco trucidarono un bambino, Carletto Fascina. Nove anni anche lui. Per disprezzo, prima di sparargli, gli misero in bocca un tozzo di pane.
 
Una costellazione di sangue innocente: Villadose, Santa Giustina in Colle, S. Anna Morosina, San Giorgio in Bosco, Abbazia Pisani, Villa del Conte, San Martino, S. Margherita d’Adige, Bresega, Valle S.Giorgio, Ponso e Prà, Tresché, Pedescala, Crocetta, Campedello, Villatora, Creazzo, Lonigo, Dueville, Fonzaso, Caerano di San Marco e altri posti, che forse trascuro, e ne chiedo perdono. Fino a Cazzadora di Castello di Godego, 136 croci. 
 
Oggi qualcuno manovrerà il termine “liberazione”, accostando l’uscita dall’incubo nazifascista con l’uscita dalle maggiori restrizioni della pandemia. È possibile, forse è inevitabile nel calendario: da una parte la storia, dall’altra la contingenza.
 
Attendo la zona gialla ma oggi penserò a Carletto e Rossana. Ai loro nove anni. Ai giochi, al nascondino, alle bambole, a una palla che rotola. Alla vergogna che dobbiamo provare, noi, esseri umani, per il dolore che siamo capaci di costruire.
 
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