Vaccinato un detenuto ogni dieci e 741 guardie in Veneto. Ma non a Treviso

Nella Marca l’Usl ha dimenticato il penitenziario. L’epidemia circola nelle celle, specie a Padova

VENEZIA. Da una parte, la diffusione del contagio che continua a fare paura, come dimostra il maxi focolaio tuttora attivo al Due palazzi di Padova (82 positivi, di cui 74 detenuti). Dall’altro, la campagna vaccinale iniziata e bloccata sul nascere. Oppure, nelle carceri di Treviso, nemmeno iniziata: «Ce ne siamo dimenticati» ammette candidamente il direttore generale dell’Usl 2, Francesco Benazzi, riferendosi al personale penitenziario. «Ma non hanno vaccinato nemmeno i detenuti» tuona Gianpietro Pegoraro di Cgil. Nel mezzo, 2.500 persone la cui unica finestra sul mondo è nei ritagli tra le inferriate. Bloccate le visite, la concessione è una video chiamata in più a settimana: lo chiamano “bonus Covid”.

Finora, nelle carceri venete sono state vaccinate poco più di un migliaio di persone: 741 appartengono alla polizia penitenziaria e 289 sono detenuti. «Tra il personale, l’adesione è stata molto alta, pari al 75%. Ma qualche rifiuto è dovuto all’utilizzo esclusivo di AstraZeneca» spiega Pegoraro.

Peccato che le iniezioni, appena iniziate, siano anche state bloccate, visto il cambio di priorità deciso dalla Regione, che ha seguito l’anagrafe. Pensando a una vaccinazione a tappeto, non è stato adottato alcun criterio nel dare una precedenza agli uni o agli altri detenuti, un po’ come era avvenuto per il personale scolastico, escludendo giusto i negativizzati da meno di tre mesi e i contrari alla vaccinazione.

È un mondo a parte Treviso dove, appunto, il direttore generale ha dimenticato di organizzare le vaccinazioni. E pronta è arrivata la denuncia della Funzione pubblica di Cgil, che ha scritto al governatore Zaia, all’assessora Lanzarin, al prefetto di Treviso e allo stesso Benazzi.

«Il direttore generale afferma di essersi dimenticato di far vaccinare i servizi penitenziari e la polizia penitenziaria, ma si ritiene sereno sul campo vaccinale» scrivono Pegoraro e Franca Vanto, dicendosi al contrario allarmati, temendo che la situazione possa degenerare, come già avvenuto alcuni mesi fa nel carcere di Venezia, con l’esasperazione dei detenuti esternata in una veemente protesta. La campagna vaccinale, comunque, è iniziata in diverse regioni italiane. Lombardia compresa, come ha scoperto un paio di giorni fa Matteo Salvini, informato dal governatore del Lazio Nicola Zingaretti, a sua volta accusato dal leader del Carroccio di avere “privilegiato” i detenuti nella campagna vaccinale.

Iniziata, sì, ma appena abbozzata. La campagna vaccinale nelle carceri venete per il momento ha coinvolto poco più di un decimo dei detenuti: meno di 300 su 2.500. Certo, alcuni erano stati esclusi perché già positivi, altri ancora hanno rifiutato la dose. Rimane una situazione che definire allarmante è un eufemismo. E allora è probabilmente anche a causa di questa situazione tanto precaria che nelle celle della nostra regione i contagi fanno ancora paura.

Sta rientrando, ma rimane di dimensioni impressionanti, il focolaio divampato al Due Palazzi di Padova, con 74 detenuti positivi. Ora sono tutti asintomatici, ma nei giorni scorsi si erano registrati un paio di ricoveri. Ma il contagio riguarda anche otto persone del comparto sicurezza, due delle quali con sintomi. Si contano poi due casi nella casa circondariale di Padova, cinque nel carcere maschile di Venezia, due al femminile e al Prap, uno a Treviso, quattro a Rovigo e a Verona, uno a Vicenza.

In questo scenario, le visite rimangono bloccate nelle carceri (praticamente tutte) in cui ci sia anche un solo contagio. I tamponi continuano a essere effettuati e, per le strutture, il ritorno “Covid free” è poco meno di un miraggio. «Dove non ci sono contagi, le visite stanno ricominciando, ma sempre attraverso un vetro. Non c’è alcun contatto fisico tra il detenuto e il parente» spiega Pegoraro. Le attività lavorative sono sospese. Il “bonus Covid” consiste invece in una video chiamata in più a settimana. «I detenuti sono prossimi al limite e la tensione è alta anche tra il personale. Bisogna cambiare qualcosa, perché così sta diventando insostenibile». È un carcere nel carcere. —


 

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