Vaccini Covid, ecco chi sono i 40 mila della categoria "Altro" in Veneto

Dopo le domande della politica è arrivata puntuale la risposta dei tecnici della sanità veneta. Michele Mongillo, medico dello staff di Francesca Russo, ha snocciolato dato dopo dato chi sono quei 40 mila senza categoria. 

VENEZIA. «Vorremmo avere le certezze del presidente Zaia e affermare che in Veneto non ci sono "furbetti
del vaccino".
 
Ma, prendendo per buone le sue dichiarazioni, resta comunque un dato di fatto: di 322mila persone inserite nella categoria "Altro", numeri di venerdì 9 aprile, ce ne sono circa 40mila non identificate, che hanno ricevuto almeno una dose e non sappiamo in quale sottocategoria rientrino».
 
Il guanto di sfida lo aveva lanciato il Partito democratico veneto, che aveva puntato il dito su 40 mila dosi di vaccino non tracciate in Veneto. 
 
A seguito della domanda della politica, è arrivata puntuale la risposta dei tecnici della sanità veneta. Michele Mongillo, medico dello staff di Francesca Russo, ha snocciolato dato dopo dato chi sono quei 40 mila senza categoria. 
 
Mongillo ha fatto prima di tutto una premessa: “Stiamo parlando di 40 mila dosi, il 3 per cento del milione 200 mila dosi somministrate in Veneto”. E aggiunge: “Si tratta nella maggior parte di categorie che anche sul portale nazionale meriterebbero una voce a sé”. 
 
Sono 32.645 in Veneto, pari al 3,23% del totale regionale, le vaccinazioni categorizzate sotto la voce «altro», che non risultano ancora tra quelle indicate dai piani nazionali come prioritarie.
 
Lo ha specificato l'assessore regionale alla Salute, Manuela Lanzarin, illustrando assieme a Michele Mongillo, della Direzione prevenzione, i dati relativi alle categorie sottoposte a profilassi anti-Covid. Il 'cruscottò nazionale indicava sotto la categoria «altro» per la Regione Veneto un totale di 375.272 somministrazioni, sollevando polemiche relative alla presenza o meno di «furbetti» del vaccino.
 
Dalle tabelle fornite dalla Regione, tuttavia, risulta che di queste 375 mila dosi, in realtà, rientrano in categorie precise e previste dalle linee nazionali.
 
Tra di esse, la maggior parte (184.714) riguardano la fascia d'età 70-79, e altre (7.631) quella 60-69. Vi sono poi i soggetti estremamente vulnerabili e disabili (82.406), gli operatori non sanitari delle Rsa (14.450) e così via fino agli studenti di area sanitaria, i caregiver, i farmacisti, la protezione civile.
 
Nelle scorse settimane le precisazioni della Regione avevano ristretto gli «altri» a circa 40 mila; c'è quindi stata un'ulteriore scrematura, con circa 2.000 vaccinazioni alla categoria degli operatori sanitari. Per i restanti «altri» sono in corso accertamenti presso le singole aziende Ulss che, ha sottolineato Lanzarin «dovranno controllare ed esplicitare»
 
Ecco la tabella aggiornata con il chiarimento della Regione Veneto
 
 
A livello nazionale infatti si contano quasi sulle dita di una mano le macrocategorie vaccinali: operatori sanitari, operatori non sanitari, residenti delle Rsa, over 80, forze dell’ordine e personale scolastico.
 
Tutti gli altri, che a livello regionale godono di una loro categoria, a Roma finiscono nel calderone "altro": “A titolo d’esempio metà di quelle 40 mila dosi sono state somministrate a over 70, che ancora a livello nazionale non hanno una voce a sé”
 
Poi Mongillo elenca tutte le categorie di cui fanno parte quelle 40 mila dosi che rischiavano di essere etichettate come furbetti del vaccino:
 
“Ci sono gli operatori non sanitari delle Rsa, gli studenti di area sanitaria, i familiari di soggetti ad alto rischio”, spiega Mongillo, “ma anche  farmacisti, donatori di sangue, vigili del fuoco e protezione civile”.
 
Con la spiegazione del dipartimento di prevenzione si riesce a incasellare il 97 per cento della categoria, resta un 3 per cento. “Di questo 3 per cento”, ha sottolineato l’assessore alla Sanità Manuela Lanzarin, “abbiamo chiesto spiegazione alle singole Usl, che ci dovranno dare una risposta".
 
E’ certo che dall’analisi dei dati emergerà che si tratta dei dipendenti comunali che si era deciso di immunizzare e poi dei tappabuchi chiamati di corsa dopo le disdette di massa relative al caso Astrazeneca registrato a metà marzo.
 

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