Tamponi rapidi verso la perfezione: dopo la saliva si analizzerà il respiro

Il prof Plebani, che ha curato lo screening del personale universitario a Padova, spiega le caratteristiche dei test in uso 

PADOVA. Il cosiddetto “gold standard” – il tampone di riferimento, da eseguire per la conferma degli esiti positivi degli altri tipi di esame – rimane il molecolare. Eppure è sempre più vasta ed eterogenea la disponibilità di test in grado di scovare l’infezione da Covid. Ci sono quattro generazioni di rapidi antigenici e c’è il “tampone” salivare. Assolutamente attendibile – come dimostra il conteggio dei “falsi negativi”, finora fermo a zero – il salivare è quotidianità da ottobre all’Università di Padova, i cui dipendenti vengono tutti controllati, su base volontaria, ogni due settimane.

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Ma presto potrebbe aggiungersi anche un ulteriore test, il meno invasivo, basato sul respiro. Ne parla Mario Plebani, direttore del dipartimento Servizi di diagnostica integrata dell’Azienda ospedale-Università di Padova, coordinatore di uno studio dedicato proprio ai test salivari e condotto dai ricercatori dell’ateneo.

Professore, ci parla del suo lavoro all’Università?

«Da ottobre 2020 abbiamo sostituito il tampone nasofaringeo con il prelievo della saliva. Stiamo seguendo 6.500 dipendenti (quasi 9 su 10) e i risultati indicano che l’accuratezza di questi test è di oltre il 98%, confrontata con quella del tampone nasofaringeo. All’emergere di un contagio, viene fatto il tampone nasofaringeo con tecnica molecolare, che finora ha sempre confermato gli esiti».

Come si effettua un test salivare?

«Masticando per un minuto – al mattino, prima di fare colazione e lavarsi i denti – una sorta di rotolino di cotone, per poi inserirlo in una provetta, che a sua volta va messa in un sacchetto di plastica a chiusura ermetica. Nel nostro caso, il personale deposita il sacchetto in uno degli otto plessi, per poi ottenere i risultati nel pomeriggio. Per la processazione sono necessarie poco più di tre ore, come per i tamponi molecolari. Più recentemente abbiamo validato anche i test salivari antigenici, utilizzando una tecnica ad elevata sensibilità automatizzata su strumentazione da laboratorio per la processazione: tempo, 15 minuti».

Sembra molto comodo, è il futuro del testing?

«Per le scuole ci piacerebbe coniugare rapidità, accuratezza e gestione facilitata. Soprattutto per i più piccoli, ripetere con frequenza i tamponi classici è insostenibile e quindi stiamo pensando a campioni meno “invasivi”».

Passiamo ai tamponi nasofaringei e antigenici: in cosa differiscono?

«Il tampone nasofaringeo, con identificazione molecolare del virus, rimane il “gold standard”, perché ha un’elevata sensibilità analitica. Per questo, può scovare anche piccole concentrazioni del virus e ha un’altissima specificità: in pratica, vede solo Sars-CoV-2 (vede l’Rna del virus), senza interferenze di altri coronavirus. L’introduzione dei test antigenici è stata resa necessaria dalla difficoltà nell’eseguire il crescente numero di test molecolari. Questi sono meno sensibili rispetto ai primi, cioè vedono concentrazioni più alte del virus, ma sono più gestibili, restituendo l’esito in un quarto d’ora. Cambia il principio: la ricerca non è più dell’Rna, ma dell’antigene. Essendo meno sensibili, è necessario ripeterli più volte negli stessi soggetti. Un loro utilizzo intelligente è nelle comunità chiuse, perché la ripetizione consente di non “perdere” soggetti con una più bassa carica virale».

I test antigenici non sono tutti uguali…

«Esistono di varie generazioni. Quelli di terza, introdotti anche dalla Regione, usano la fluorescenza, un segnale che permette di riconoscere quantità di virus anche più piccole. E poi ci sono quelli di quarta generazione, non rapidi, che si eseguono con strumentazioni da laboratorio e che hanno una sensibilità paragonabile quasi a quella dei molecolari».

Esistono anche i molecolari rapidi, perché non vengono utilizzati?

«I molecolari “rapidi” hanno un’accuratezza paragonabile ai molecolari “classici”, ma sono utilizzati esclusivamente nelle situazioni di urgenza, perché la strumentazione non consente di processare molti campioni».

I test “vedono” le varianti?

«I nostri test molecolari, sia su tampone nasofaringeo che salivari, riconoscono le varianti, specie quella inglese che è ormai prevalente, ma non è sempre stato così. Anche i test molecolari hanno registrato un miglioramento, nei mesi. Sugli antigenici, soprattutto di prima generazione, la questione è aperta, perché non conosciamo le varianti da sufficiente tempo».

E i test che si basano sul respiro?

«È lo stesso principio in base al quale alcuni cani riescono a individuare i positivi, riconoscendo con il fiuto l’odore tipicamente dovuto alla presenza della carica virale. Stiamo cercando di capire quali siano i costituenti del respiro che permettono di riconoscere l’infezione da coronavirus per poter sviluppare strumenti da utilizzare come già facciamo con il test del respiro per riconoscere l’Helicobacter pylori. Questo tipo di test sarebbe particolarmente utile per bambini, disabili e alcune categorie di pazienti fragili, per i quali i tamponi nasofaringei rappresentano un problema; ma anche per gli operatori sanitari che continuano a sottoporsi a controlli frequenti pur essendo stati vaccinati. Esistono già degli strumenti che si basano su sensori sofisticati e tecniche di spettrometria di massa; uno di questi è stato sviluppato dalla Nasa e grazie ai collegamenti di alcuni colleghi di Astronomia della nostra Università. Siamo cercando di verificarne l’utilità». —


 

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