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Covid in Veneto, ecco perchè con dati da zona gialla non cessa l'allarme

Calo dell’indice di contagio, con Rt a 0,96 e indice di contagio su 100 mila abitanti a 161 (oltre a rischio basso). Poi allarme per gli ospedali che arriva da ogni dove, con il rischio di un’ulteriore riduzione dell’attività ordinaria: ma sono proprio due concetti che litigano l’uno con l’altro? La risposta è no, qui la spiegazione dei numeri del Veneto

PADOVA. Sembra un paradosso. Da una parte in Veneto si registra un calo costante dei contagi, guariti in aumento, Rt che si abbassa sotto l’1: numeri da zona gialla. Se non da liberi tutti, almeno da “ripartenza”. Dall’altra l’allarme sanitario che in Veneto resta ancora molto alto. Per cui il messaggio sembra quasi contraddittorio.
 
Calo dell’indice di contagio, con Rt a 0,96 e indice di contagio su 100 mila abitanti a 161 (oltre a rischio basso). Poi allarme per gli ospedali che arriva da ogni dove, con il rischio di un’ulteriore riduzione dell’attività ordinaria: ma sono proprio due concetti che litigano l’uno con l’altro? La risposta è no. E tutto si basa su una sorta di drammatica matematica del Covid che gli esperti stanno rendendo sempre più precisa, a mano a mano che vengono studiati i numeri.
 
Quelli del Veneto sono ben noti al presidente della Regione Luca Zaia, che non più di qualche giorno fa ha affermato apertis verbis che “non ci sono ancora le condizioni per riaprire”
 
Ma perché? La curva dei contagi nella nostra regione ha iniziato a scendere dopo settimane di zona rossa e arancione, che hanno comportato la chiusura delle scuole, la fine di aperitivi, gite.  Se una settimana fa i positivi al Covid erano 39 mila, oggi sono 32 mila. Ma perché allora nessun tecnico della Regione Veneto ha ancora pronunciato la parola “riapertura” a fronte di un’ondata che sembra in remissione?
 
 
Secondo gli studi sull’epidemia, prima di vedere un calo dei ricoveri ospedalieri in area non critica è necessario un tempo medio di almeno 14/21 giorni da quando il calo dei contagi si è assestato. 
 
Secondo i dati dell’Agenas in Veneto il tasso di ospedalizzazione da Covid è pari al 5,9 per cento. Ed ecco spiegato il motivo per cui sono necessarie le misure restrittive: più aumentano i contagi, più si rischia il sovraccarico degli ospedali.
 
Di quel 5,9 per cento registrato da Agenas, a sua volta un 10 per cento (lo 0,5 per cento del totale dei contagiati) avrà bisogno di cure intensive, pochi giorni dopo il ricovero in area non critica.
Secondo l’istituto superiore di Sanità, in base alle ultime rilevazioni, è tra 8 e 12 giorni il tempo medio di permanenza in ospedale. Ed ecco spiegato perché il tempo dell’epidemia è ben diverso dal punto di vista dell’indice di contagio e dell’occupazione dei posti letto in ospedale.
 
La terza ondata di Covid contro cui stiamo combattendo ha poi caratteristiche molto diverse rispetto sia alla prima del 2020 che quella dell’inverno 2021 almeno per due motivi: c’è la variante inglese, più contagiosa del 40 per cento rispetto al virus della prima ondata. Ma in campo c’è anche la campagna vaccinale: di over 80 (i più immunizzati) in terapia intensiva non ce ne sono praticamente più. L’età media dei ricoverati in Rianimazione è di poco più di 60 anni (oltre il 70 per cento).
 
La prima differenza porta con sé la necessità di maggiori restrizioni (sospensione della zona gialla) perché è più faticoso piegare la curva epidemica, la seconda una riduzione della mortalità dei pazienti ricoverati. Se nella seconda ondata moriva quasi un paziente su due, ora quella percentuale si è abbassata al 30 per cento.
 
Quindi, a fronte di questi numeri, per vedere un netto calo della pressione ospedaliera saranno necessarie almeno due settimane (ed ecco perché Luca Zaia ha sempre parlato di un aprile “con turbolenze in volo”). Purtroppo invece, per una riduzione significativa del numero dei decessi (pur in continua diminuzione per le caratteristiche intrinseche dei pazienti ricoverati) ci vorrà ancora più tempo. 
 
L’ANALISI DEL COORDINATORE DELLE RIANIMAZIONI
 
“A partire dal 31 marzo abbiamo registrato una ripresa significativa dei ricoveri, ora siamo a oltre 300 posti letto occupato da pazienti Covid, metà del totale a disposizione”. Il coordinatore delle terapie intensive del Veneto, Paolo Rosi, scatta la fotografia della terza ondata pandemica in Veneto.
 
Come nelle ondate precedenti, solo due settimane dopo il calo dei contagi si verificherà una riduzione del numero dei ricoveri
 
Le previsioni fatte con l’Università di Padova dicono che tra otto giorni rischiamo di arrivare al picco di dicembre sul fronte dell’occupazione dei letti in terapia intensiva.
 
“Nei primi giorni di aprile la situazione sembrava essersi stabilizzata, ma dopo Pasqua abbiamo avuto un nuovo incremento di ricoveri, con un massimo di 24. Ovviamente questi ingressi sono bilanciati dalle dimissioni”, spiega Rosi
 
CHI SONO I RICOVERATI
 
“Stiamo assistendo a un calo della mortalità in terapia intensiva, siamo passati dal 45 al 30 per cento, con però un intervallo di confidenza molto ampio”
 
Rosi, analizzando la situazione delle terapie intensive venete, ha fatto notare che ormai sono scomparsi gli ottantenni, in particolare gli ospiti delle Rsa: la fascia 60/70 anni è al 38%, quella 70/79 è al 36 per cento.
 
“La situazione è complessa, nell’arco di una settimana saranno attivati 700 letti di terapia intensiva, con un’ulteriore riduzione dell’attività ordinaria”. 
 

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