DOMANI Si torna in classe dad, bilancio negativo

La scuola a intermittenza. Riaprono domani gli istituti della primaria e per almeno metà dei ragazzi quelli della secondaria, dopo l’ennesimo black out di marzo che aveva relegato a distanza sette milioni di studenti sugli otto e mezzo complessivi. Restano però in lockdown i buchi neri di una situazione che si trascina da oltre un anno, e che sta determinando un’allarmante povertà educativa, a causa di due deficit nazionali: l’improvvisazione delle misure, e il gap tecnologico del Paese.

Nelle reiterate chiusure che si sono succedute dal febbraio 2020, troppi provvedimenti sono stati annunciati all’ultimo minuto, mettendo in pesante difficoltà scuole e famiglie. Ci sono state misure a capocchia inutilmente costose: basti pensare all’approssimazione con cui sono stati compilati i bandi per la fornitura dei banchi, e la farsa degli inutili banchi a rotelle costati 119 milioni e finiti in magazzino. Presidi, dirigenti e insegnanti sono stati lasciati soli ad arrangiarsi, con l’aggravante di provvedimenti confusi, scaricando l’onere sulla loro buona volontà.


A tutto questo si aggiunge un corposo deficit digitale documentato dai numeri. Alle scuole mancano tuttora 283mila computer, e 336mila studenti sono privi di connessione internet a casa. Solo 17 istituti su 100 sono dotati della cosiddetta “fibra fino a casa”, rendendo così più difficoltosi i collegamenti da remoto: un dato ancor più pesante a Nordest, fermandosi al 12 in Veneto e al 6 in Trentino, solo il Friuli è sulla media nazionale. Solamente il 13 per cento delle famiglie italiane ha accesso alla banda ultralarga; per tutte le altre rimane extrastretta. Le ricadute di questa situazione sono micidiali: uno studio di Save the Children rivela che dall’inizio di quest’anno scolastico gli studenti hanno effettuato meno della metà dei giorni previsti di attività didattiche; e una ricerca Mc Kinsey segnala che già nel novembre scorso la perdita di apprendimenti era pari a 1,7 mesi di scuola.

Insegnare e apprendere in rete, in sé, non è il diavolo; tutt’altro. Ma lo diventa se viene buttato lì senza le misure che rendano la rete stessa non un sostitutivo ma un autentico potenziatore della didattica; a partire da una specifica formazione al web rivolta a insegnanti e studenti. E’ dal 2007 che è stato varato un “piano nazionale digitale”, ripreso e rilanciato nel 2015 dalla cosiddetta legge sulla buona scuola: documenti farciti di pompose parole e solenni impegni, entrambi smentiti dalla realtà di quest’anno abbondante di crisi. Il Paese è ancora distante da adeguate condizioni tecnologiche e logistiche. E un primo bilancio di quest’esperienza di didattica a distanza non può che essere negativo. Con una particolare accentuazione per le situazioni di difficoltà: a partire dal mancato sostegno a chi ha problemi di apprendimento, e dalle condizioni di povertà materiale e culturale di certi contesti familiari.

Sul doppio deficit, di educazione e di socialità, è stato scritto ad oltranza. E’ tempo di far sì che il Covid diventi un’occasione per ammodernare il sistema scolastico attingendo alle nuove tecnologie: non un’emergenza ma un’opportunità. Dando all’istruzione la dovuta priorità: è vitale il fatturato economico; ma quello culturale deve esserlo almeno altrettanto. Perché, come spiegava Pietro Calamandrei, è la scuola che trasforma i sudditi in cittadini.



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