Effetto pandemia sulle pensioni in Veneto: 9.800 assegni cessati nel 2020
 

Due pensionati davanti alla sede dell’Inps: il Covid ha cancellato 9.800 assegni in Veneto nel 2020

Il Covid frena l’aumento delle erogazioni degli ultimi anni. Su ex dipendenti, invalidi e reversibilità l’impatto maggiore

PADOVA. L’effetto Covid si fa sentire anche sulle pensioni: lo scorso anno il numero delle pensioni maturate in Veneto da posizioni di lavoro dipendente sono addirittura calate di quasi 7 mila unità dagli oltre 656 mila del 2019 ai 649 mila dell’anno appena passato. Un fenomeno che interessa in generale anche le pensioni di invalidità, quelle di reversibilità e gli assegni sociali. Complessivamente si tratta di 9.800 assegni in meno.

Tuttavia il Covid non ha che rallentato una curva destinata a crescere ancora per almeno una decina d’anni, fino a che non si esaurirà l’effetto del baby boom degli anni ’50 e ’60 sulle casse dell’Inps. Secondo gli ultimi dati disponibili, infatti, le pensioni in essere nel 2020 erano 1,435 milioni a fronte delle 1,433 dell’anno precedente.

«È inutile negare che l’effetto più drammatico del Covid, quello relativo alla morte di migliaia di cittadini veneti, si sia ripercosso anche sulla situazione delle pensioni» spiega Giuseppe Di Girolamo della segreteria Spi Cgil del Veneto.

«Lo dimostra il fatto che anche i numeri della reversibilità (quelle attribuite alle vedove o ai vedovi), sono state trascinate in basso e si sono ridotte in un solo anno da 305 mila circa alle attuali 302 mila. Ma l’effetto del Covid è stato pesante anche per le pensioni di invalidità, calate da 41 mila a 39 mila circa per effetto dell’incremento dei decessi dei pensionati più fragili ma pure per una notevole dilatazione dei tempi per l’accesso a questa forma di tutela".

"Di fatto prima del Covid per potere fare le visite necessarie per l’ottenimento dell’assegno passava solo qualche mese ora chi ha fatto richiesta a giugno 2020 non ha ancora ricevuto una risposta. C’è poi il tema degli assegni sociali, anche questi in calo (da 31 mila a 30 mila prestazioni in un solo anno). Qui quello che si riscontra è una preponderanza considerevole delle beneficiarie donne, circa i due terzi del totale. Un’indicazione della maggiore fragilità reddituale al femminile che il Covid rischia di accentuare in futuro: in pratica le sperequazioni di genere, anche in termini di stabilità lavorativa oltre che in materia di redditi medi, rischiano di incrementare anche in futuro le situazioni di disagio nella componente femminile della popolazione».

A corroborare l’impressione relativa al fatto che il Covid 19 abbia influenzato negativamente la curva di crescita delle pensioni, di fatto stabilizzandola o quasi per un anno, si rafforza con i dati relativi alle nuove pensioni in essere tra 2020 e 2019. In questo caso l’incremento è quasi del 10% tra le 59mila del 2019 e le oltre 65mila dell’anno appena trascorso.

Un incremento causato dai lavoratori dipendenti e da quelli autonomi, passati rispettivamente da poco meno di 25mila a oltre 28mila e da circa 22.500 a oltre 25mila. Un fenomeno che vede Quota 100 responsabile solo in parte della crescita delle nuove pensioni. Di fatto i numeri dello strumento sono in calo in Veneto e i sindacati non si aspettano un’inversione significativa di tendenza nell’ultimo anno.

«Fino dal principio non abbiamo espresso alcuna preclusione ideologica verso Quota 100» spiega Vanna Giantin, segretaria generale della Fnp Cisl Veneto. «D’altra parte osserviamo che l’obiettivo del milione di pensionati in più e del conseguente inserimento al lavoro di tre volte tanti giovani non si è verificato affatto. Per la verità Quota 100 ha avuto un forte impatto solo su alcune categorie dei servizi essenziali nel settore pubblico, penso a scuola e sanità, dove il provvedimento ha accelerato l’uscita di una serie di risorse che non sono state reintegrate, creando quelle difficoltà anche molto gravi che ora sono sotto gli occhi di tutti».

Secondo il segretario della Uilp Uil Fabio Osti, «poco prima della caduta del governo Conte si era finalmente costituita una commissione per valutare la separazione dell’attività previdenziale da quella assistenziale dell’Inps: di fatto la spesa annuale dell’ente è stata nel 2018 pari a poco meno del 17 per cento del Pil ma se si scorporano le attività assistenziali (Naspi, assegni sociali) la spesa pensionistica in Italia pesa per circa il 12 per cento del Pil e quindi del tutto in linea con la media europea. Ricordo che l’assegno in Veneto rimane mediamente pari a poco più di 965 euro al mese». —

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