Il processo all’inquinamento della falde da Pfas in Veneto diventa un sito d’informazione

Realizzato dagli acquedotti che stanno affrontando l’emergenza, contiene i documenti del caso di avvelenamento dell'acqua per interessi delle imprese private

PADOVA. Il maxi-processo sui Pfas per il disastro Miteni si potrà seguire anche on line. L’idea è stata lanciata dalle 4 società che gestiscono gli acquedotti inquinati, impegnate nel risanamento delle reti idriche. Una sfida ciclopica con un investimento di 90 milioni di euro garantito dal governo: dopo due anni siamo a metà del guado, pari a 48 milioni spesi.

Una settimana fa il tribunale di Vicenza ha deciso di unificare i processi sul disastro Pfas a carico degli ex manager Miteni, una decisione che ha trovato il consenso unanime delle parti civili. Dopo questa svolta, è nata l’idea del nuovo sito di informazione: basta cliccare su www. processopfas. it per monitorare l’andamento del processo e le informazioni inerenti al tema che ha cambiato la vita a 300 mila persone tra Vicenza, Verona e Padova. Nel portale sono disponibili le sezioni dedicate alle inchieste e al processo, che verrà seguito con un report dettagliato ad ogni udienza.

«Da quando ci siamo trovati a dover affrontare l’emergenza Pfas la trasparenza è sempre stata il valore al centro del nostro operato», dicono i quattro presidenti delle società idriche Piergiorgio Cortelazzo di Acquevenete; Angelo Guzzo di Viacqua; Roberto Mantovanelli di Acque Veronesi e Renzo Marcigaglia di Acque del Chiampo. Recentemente la procura di Vicenza ha unificato i due procedimenti Pfas1 e Pfas2: il primo troncone dell’indagine riguarda lo sversamento Pfas fino al 2013, il secondo vede i manager imputati per lo sversamento di cC6o4, GenX fino al 2017 e per la bancarotta di Miteni spa di Trissino. La procura ha poi chiesto il processo per 15 manager, tra cui anche vertici di Mitsubishi Corporation. La prossima udienza sarà il 13 aprile.

Sul fronte della prevenzione continua l’impegno per monitorare la salute della popolazione nelle aree contaminate dai Pfas. La Regione Veneto ha finanziato con 270 mila euro, attraverso il Coris, il Consorzio per la ricerca sanitaria, due progetti di studio scientifico sugli effetti dell’inquinamento sulla popolazione. «Si tratta di una nuova iniziativa sulla quale abbiamo investito volentieri una somma significativa, a dimostrazione che, contrariamente a certe polemiche, la Regione non ha mai accantonato il problema sul quale si sta lavorando con intensità», spiega l’assessore Manuela Lanzarin.

Il primo progetto è stato presentato da Carlo Foresta, del dipartimento di Medicina, con l’obiettivo di indagare l’effetto dei Pfas sui livelli circolanti e sulla funzionalità della vitamina D.

Il secondo progetto è stato proposto invece da Cristina Canova, del dipartimento di scienze Cardio-toraco-vascolari, e prevede uno studio trasversale e di follow-up nella comunità e nei lavoratori esposti a Pfas in Veneto.

Ultima e fondamentale tappa: il risanamento dei 4 acquedotti per distribuire acqua non contaminata. Si parte dal nuovo pozzo di Recoaro di Viacqua da interconnettere al sistema di Lonigo attraverso la condotta della valle dell’Agno, con ampliamento del serbatoio di Cornedo Vicentino: i lavori saranno conclusi a giugno 2021. Secondo step: l’interconnessione tra il “Moracchino” di Vicenza e il Mosav, per collegare i principali sistemi acquedottistici del Veneto: l’intervento è in fase di progettazione.

Acque Veronesi sta lavorando sui nuovi pozzi a Belfiore, un intervento da 24 milioni di euro già completato. Acque Venete è invece impegnata a collegare Ponso e la rete di Montagnana/Pojana Maggiore con la dorsale che arriva dai pozzi di Camazzole: siamo al 40%, vale a dire che sono stati spesi quasi 10 dei 25 milioni stanziati. Si corre contro il tempo, intanto l’acqua arriva nei rubinetti grazie ai filtri a carbone attivo. Ma i Pfas restano un incubo. —


 

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