«Utilizzate tutte le risorse possibili il nostro mondo rischia di morire»

Ponchio, presidente Coni Veneto: «Impossibile superare un altro anno in queste condizioni» 

l’intervista

«Sto cercando di smaltire le email ricevute da due ore e mezzo. Spiace doverlo ripetere, lo sport non è solo attività ludica. Ha un valore sociale, deve essere riconosciuto e tutelato».


Dino Ponchio, da presidente del Coni Veneto lei dice che il decreto Sostegni non riconosce né tutela la valenza sociale dello sport?

«Mi sembra che il decreto sia in linea con la riforma dello Sport varata dal precedente esecutivo».

Ovvero?

«Ho preso da Dante il titolo delle linee programmatiche del mio mandato (Ponchio è stato eletto presidente regionale del Coni lo scorso 13 marzo, ndr). “E quindi uscimmo a riveder le stelle” è l’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia: lo sport veneto spera di uscire presto dal tunnel e sta cercando di farsi trovare pronto per la ripartenza, ma così è difficile».

Perché dice che il decreto Sostegni va sulla stessa linea della riforma dello Sport?

«Si parla molto di lavoratori precari, ed è giusto che il legislatore pensi a loro. Il 98% dell’attività sportiva, però, si regge sul volontariato e solo il 2% è professionismo. Dedicare, su 160 pagine complessive della riforma, 120-130 pagine per regolamentare i collaboratori va benissimo, ma se le società nel frattempo spariscono è aria fritta. Il decreto Sostegni, allo stesso modo, è poco lungimirante. Di fatto, prevedere poco o nulla per le società: è un’entrata a gamba semi tesa sullo sport di base. Spero che si rimedi nei successivi passaggi in aula».

Qual è il rischio?

«Quello di pulire e lucidare bene la macchina, salvo poi scoprire che non ha il motore».

Le società sportive come stanno affrontando lo stop dell’attività determinato dalla pandemia?

«Da un anno a questa parte stanno tirando la cinghia, facendo di necessità virtù e spremendo fino all’ultima goccia come un limone le proprie capacità finanziarie. A fronte di questo sforzo abbiamo comunque registrato un calo del 10-15% di società e praticanti. Un segnale estremamente preoccupante, perché se non invertiamo subito la rotta le conseguenze saranno pesanti».

Cioè?

«Rischiamo di tornare agli anni Sessanta, quando fare sport era un’attività elitaria, destinata solo a chi aveva una certa disponibilità economica. Ovvero rischiamo di smarrire la valenza sociale dello sport».

Cosa serve?

«Bisogna dare sostegno alle società, vera cellula vitale dello sport. Un altro anno non si attraversa in queste condizioni. Invito, per non dire supplico, Stato, Regioni, Comuni a fare ancora di più. I costi di utilizzo degli impianti sono stati abbattuti, le federazioni hanno fatto il massimo quasi azzerando i costi di tesseramento e affiliazione delle società. Fondazione Cariparo ha destinato 790mila euro a contributi per sanificazioni, adattamenti ai vari Dpcm e per attrezzare aree esterne per fare attività sportiva. Ma non basta per affrontare un altro anno in queste condizioni, il nostro mondo rischia di morire». —



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