banca popolare vicenza il reato di tradimento

Un furto d’anima, prima ancora che di soldi. Nel merito, al di là delle singole condanne, la sentenza sullo scandalo di Banca Popolare Vicenza, così come quella che verrà su Veneto Banca di Montebelluna, mettono a nudo un reato non previsto dai codici della legge ma da quello della vita: il tradimento dello spirito originario e dei valori profondi che un secolo e mezzo fa avevano ispirato proprio a Nordest, primo in Italia, la nascita di questi istituti di credito. Per stare dalla parte delle persone prive di mezzi ma con voglia di intraprendere, non da quella degli imprenditori della speculazione e del profitto. Associazione per crescere, non per delinquere.

E’ una storia tradita, un legame spezzato; con un padre, Luigi Luzzatti, veneziano, che nel 1910 sarà poi presidente del Consiglio. Lui, inventore delle Mutue Popolari, motivava così la sua iniziativa nel 1863: “Oggidì i piccoli commercianti e fabbricatori possono a stento resistere all’economia della forza… Ora mediante l’uso del credito potranno associarsi e recuperare i danni che spesso accompagnano il progresso economico di un popolo… quanti progetti economici ottimi e felici sfumano, perché concepiti da uomini poveri che invano domandano l’uso temporaneo di una tenue somma?”. E ancor oggi, nel cuore di Vicenza in piazza Biade, una lapide ricorda che proprio nello studio di un notaio lì collocato venne sottoscritto l’atto di nascita della Popolare berica.


Erano, quegli istituti, il corrispettivo cittadino delle Casse rurali, altra iniziativa pionieristica nordestina, sorte sempre nella seconda metà dell’Ottocento su spinta sia laica che cattolica, con il coinvolgimento di imprenditori grandi e piccoli e di oscuri preti di campagna, e subito lievitate tra Veneto, Friuli e Trentino. Una sponda vitale per i contadini e i piccoli proprietari terrieri, altrimenti costretti a ricorrere all’usura e allo strozzinaggio di chi, allora come oggi, rideva e ride delle sciagure altrui perché vi coglie l’occasione di appagare la propria auri sacra fames, esecranda smania di ricchezza. Nell’elenco dei soci fondatori di quelle autentiche banche del territorio, figuravano regolarmente il sindaco, il parroco, il medico, il farmacista: quelli che oggi chiameremmo gli “opinion leader” dei luoghi. Le vicende recenti di due Popolari leader come Vicenza e Montebelluna calpestano questi principi ispiratori e questa filosofia operativa, che pure a cavallo tra Ottocento e Novecento avevano posto le basi per lo straordinario balzo dalla miseria al benessere di quello che allora veniva chiamato “il sud del nord”. Sono stati traditi, truffati, travolti, 210mila risparmiatori, prospettando loro l’illusione di guadagni facili e garantiti: un crimine posto in atto da una banda di autentici mascalzoni che hanno rovinato l’esistenza a tanta gente semplice, in molti casi prosciugando i risparmi di una vita.

C’è da dubitare purtroppo che paghino davvero per questo scempio: si tratta di un verdetto di primo grado, sull’esito processuale incombe il concretissimo rischio della prescrizione, è precaria la situazione di rivalse e risarcimenti, restano da chiarire aspetti collaterali ma non meno rilevanti come la posizione di Bankitalia.

Qualcuno, forse tanti, riusciranno a cavarsela. Ma non è un problema di nomi: qui è un sistema marcio che sa di liquame.

Un sistema che comunque tale rimarrà, al di là delle sentenze.

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