Covid in Veneto: solo il 14 per cento dei decessi avviene in terapia intensiva

Il rapporto di Azienda zero, spiegato dai professori Roberto Vettor, direttore della Clinica Medica 3, Paolo Navalesi, direttore dell’Istituto di Anestesia e Rianimanzione e Giampiero Avruscio, presidente dei primari ospedalieri

PADOVA. Dei 9.207 decessi Covid registrati in Veneto dal 21 febbraio 2020 al 3 marzo 2021, il 53,1% è avvenuto in ospedale, nelle aree non critiche, il 25,1% nelle Rsa e solo il 14,1%, a differenza di quello che si potrebbe pensare, nelle terapie intensive. Ma ciò che colpisce nei numeri di Azienda Zero relativamente ai decessi di un anno di pandemia è che nell’ambito delle ospedalizzazioni i più giovani (fascia d’età 0-64 anni) muoiono sopratutto nei reparti di terapia intensiva (264 morti, pari al 52, 6%), mentre i più anziani muoiono maggiormente in reparto (2508 morti, pari al 53, 5%).



«Bisogna innanzitutto premettere che nei dati non è contemplata la terza ondata di Covid, che l’assetto organizzativo è cambiato notevolmente e che la mortalità non va considerata solo intraospedaliera ma anche a uno, due, tre mesi dopo la dismissione», spiega il professor Roberto Vettor direttore della Clinica Medica 3 dell’Azienda Ospedaliera di Padova. «Detto questo è vero che non tutti i pazienti vengono mandati in terapia intensiva. Bisogna considerare l’età insieme a tutta una serie di indicatori di fragilità e scarsa aspettativa di vita».

L’età con cui si arriva in area critica è sicuramente più bassa rispetto all’area non critica. «Un paziente anziano con molte comorbilità ha una chance bassissima di sopravvivere a un’intubazione, portarlo in terapia intensiva non servirebbe a nulla se non a occupare un posto che potrebbe essere occupato da qualcun altro».

L’età non come parametro di scelta, una possibilità infatti non è mai stata negata a nessuno, ma come elemento da valutare rispetto a un quadro generale. In linea di massima un malato grave che ha meno di 65 anni si porta indiscutibilmente in terapia intensiva, tra i 65 e i 75 anni si porta in assenza di gravi comorbilità, più avanti con l’età è più probabile che abbia una serie di patologie che non gli permetterebbero la sopravvivenza di fronte a cure invasive.

«Questi dati non devono allarmare, anzi vanno letti in maniera positiva», dice il professor Paolo Navalesi, direttore dell’Istituto di Anestesia e Rianimanzione dell’Azienda Ospedaliera di Padova. «Se la maggior parte dei malati con meno di 65 anni sono morti in terapia intensiva, vuol dire che i più giovani e i più gravi hanno tutti avuto accesso alla terapia intensiva, tutti sono stati curati, e se dovevano morire sono morti là».

Per avere un quadro ancora più completo «sarebbe necessario il numero totale dei ricoverati in terapia intensiva, semi-intensiva, in area non critica, nelle Rsa, oltre e al numero totale delle persone positive al Covid a domicilio», dice Giampiero Avruscio, presidente dei primari ospedalieri (Anpo). «In ogni caso da questi numeri si evince che le ospedalizzazioni sono state quanto mai appropriate, così come le indicazioni alle terapie intensive. Un dato importante è che nelle fasi iniziali sia della prima che della seconda fase, le fasce di età erano di una decade più bassa, aumentando poi nei periodi successivi. Sarebbe poi necessario conoscere altri dati, come per esempio le comorbilità, le condizioni di “fragilità” pre-esistenti all’infezione». —


 

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