Cronache delle pillole nate dietro il capannone: «Nemmeno il lockdown ha fermato il Pojana»

Andrea Pennacchi ha girato con Marco Segato la serie per Propaganda Live: attore e regista raccontano com’è andata. Dai Colli alla spiaggia della Boschettona, le location per i monologhi del programma

Si sono divertiti un mondo, facendo spesso di necessità virtù, senza rinunciare a trasformare l’emergenza in creazione artistica. Tutto è cominciato con il lockdown dello scorso marzo quando Andrea Pennacchi – il Pojana di Propaganda Live, “paron” del Nordest tutto “schei” e rabbia – non poteva più muoversi da Padova a Roma per registrare i monologhi. Perché, allora, non immaginare il Pojana confinato tra il capannone e il canale dietro casa?
 
 
Pennacchi si fa aiutare allora dall’amico regista Marco Segato: è il principio di una collaborazione artistica con un approccio degno dei Monty Python tanto che Segato definisce l’anno passato con Pennacchi (e con gli altri compagni della troupe Luca Zambolin, Gioele Sabadin e Marco Zambrano) un vero e proprio “Pojana’s Flyng Circus”, sorta di flusso di coscienza, nutrito di intuizioni e soluzioni narrative originali. Venerdì scorso hanno registrato l’ultima (per ora) pillola televisiva insieme, prima del ritorno di Pennacchi alla “routine” romana e all’inizio delle riprese della seconda stagione di “Petra” (in cui interpreta il vice-ispettore Monti, al fianco di Paola Cortellesi). Giusto in tempo per un bilancio dell’esperienza durata un anno. 
 
Geografia minima
 
 
«Marco si è impegnato in questa avventura nata per caso» racconta Pennacchi «con una generosità e una professionalità che hanno dato un valore aggiunto ai monologhi durante quel periodo di sospensione. Tanto da aver persino addolcito quel primo lockdown: sapevo che almeno una volta a settimana avrei visto un essere umano al di fuori della mia famiglia. E siccome le norme sui comportamenti consentiti erano confuse, per non rischiare, volavamo bassi e giravamo in zone vicino casa, pronti a nasconderci tra i cespugli, come in una guerriglia». 
 
 
Una situazione che è diventata la cifra artistica dei monologhi diretti da Segato. «Da una parte» aggiunge il regista padovano «c’era l’esigenza di operare nei tempi ristrettissimi della tv. Dall’altra la volontà di non costruire troppo la messa in scena. Abbiamo voluto mantenere l’impianto del monologo anche per dare continuità al personaggio e, come spesso accade, le soluzioni migliori nascono proprio quanto sottrai invece di aggiungere. Di qui la trovata del Pojana, solo, dentro il capannone e, in generale, l’inquadratura unica, quasi sempre senza movimenti di macchina proprio per dare ad Andrea la massima possibilità di espressione all’interno di una geografia minima dei luoghi: dal campo dietro casa ai colli, fino alla Boschettona, la spiaggia di Codevigo, dove abbiamo simulato una location dal sapore greco, quando ormai si vedeva la fine del lockdown».
 
I pensieri pojaneschi
 
 
Ma chi è, esattamente, il Pojana? Nella prefazione del libro “Pojana e i suoi fratelli” Natalino Balasso lo definisce “il rantolo della cattiva coscienza, il fascista interiore che releghiamo in soffitta. Pojana non vuole affatto farci ridere, vuole solo restituirci un’immagine di noi che spesso rimuoviamo, e il suo modo di ricordarcelo non è chiassoso, non è eclatante. Se ne sta lì, come un tafano sul muro, a ricordarci che siamo anche brutti”.
 
«Molti temono il Pojana» ammette Pennacchi. «Però a un certo punto lo vedi come il babau di casa, ti fa piacere sapere dove vive, dove lavora, a suo modo è una certezza. Rappresenta quel grumo di rabbia e di ferocia che c’è in tutti noi, quello specchio deformato e iperbolico che radicalizza tutto, tanto da trasfigurare l’indipendentismo in vero e proprio isolazionismo. Non è una caricatura, è qualcosa di reale; è quell’indole presente in tutti noi e che, in certi momenti, emerge. Lo riconosco negli altri ma anche in me stesso, quanto mi sorprendo a fare pensieri pojaneschi che, il più delle volte, vengono neutralizzati dalla coscienza».
 
«È come lo zio che ti fa fare brutta figura alle cene in famiglia oppure quello che non vorresti presentare ai tuoi amici ma sai che fa parte di te», gli fa eco Segato.
 
Però non è una macchietta. «Non farei mai del Pojana una maschera» precisa Pennacchi. «Nel momento in cui mi accorgessi di una sua deriva caricaturale, smetterei di metterlo in scena perché finché può dire quello che pensa e sentirsi rispettato va bene ma nel momento in cui dovesse essere preso in giro e diventare una sorta di marionetta vuota, per lui non ci sarebbe futuro».
 
L’ossessione del fare
 
 
Dietro al personaggio (il cui spirito nasce in realtà molti anni fa a teatro prima di diventare il proto-Pojana del web con il famoso video “Ciao teroni”) c’è sempre la politica (o, meglio, nel suo caso) l’ossessione del fare, dei soldi. Con il simulacro della fabbrica che diventa per Segato un elemento narrativo importante.
 
«Non solo perché è un luogo reale che conferisce verità a un personaggio: non è un comico da cabaret ma è fortemente radicato sul territorio. Inoltre, la fabbrica, il muletto o gli attrezzi del mestiere hanno un significato ben preciso: Pojana è una specie di chimera totalmente veneta, un mix tra operaio e imprenditore, una figura tipica a queste latitudini».
 
 
«È l’etica del lavoro portata all’eccesso» aggiunge Pennacchi. «Per me è un onore mostrare la fabbrica e la fatica che animavano mio nonno e mio padre. Solo che, alle volte, quella componente diventa dominante e non più strumentale. L’ho capito anche a mie spese nei primi giorni dopo aver contratto il Covid, quando è cominciata la febbre e non avevo idea che in una settimana sarei finito in terapia intensiva. In quei giorni pensavo solo a come poter recuperare il tempo di lavoro perso fino a quando il virus mi ha fermato con una bastonata forte».
 
Ora Andrea Pennacchi sta bene e non ha del tutto accantonato l’idea di riproporre la performance che avrebbe dovuto realizzare con Marco Segato per Propaganda Live la notte di Capodanno, saltata per motivi di salute: «Quel mini-film che avevamo immaginato potrebbe ancora trovare la luce: una storia in bilico tra l’A-Team e il Tanko dei Serenissimi».
 
Cambio d’abito
 
 
Perché il Pojana non è solo. Il personaggio del giornalista Giuseppe Molon fa parte di quel manipolo e ne condivide lo spirito, seppur meno livoroso. La sua invenzione è proprio figlia dell’intuizione e della contingenza e Pennacchi, come lo definisce Segato, una sorta di Peter Sellers nel “Dottor Stranamore”. «Stavo girando il film di Andrea Segre a Venezia» racconta l’attore «e mi ero sottoposto a un cambio di look importante: capello tinto, rasatura perfetta, baffetto. Insomma, l’opposto di Pojana. Con Marco, allora, abbiamo pensato di inventare questo speaker, ispirato nella cadenza e nel timbro della voce a un vero giornalista di Rai 3, e di farne il mezzo-busto di Tele Pojanistan».
 
Un ventaglio di personaggi che, un domani, chissà, potrebbe avere anche un futuro cinematografico. «È prematuro» confessa Segato. «Se mai fosse, dovrebbe essere un progetto che non si limita a dilatare lo sketch televisivo: me lo immagino più come un John Belushi & The Blues Brothers, tanto per non montarci la testa». —
 
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