Covid in Veneto,  Vianello (Cts regionale): «Contagi, serve un’ulteriore stretta»

Il professor Andrea Vianello, direttore della Fisiopatologia respiratoria dell’Azienda ospedaliera di Padova nonché membro Cts regionale

Il professore: «Monoclonali in campo tra 10 giorni. Il virus non è sotto controllo: ospedali in sofferenza, Padova ha aperto un altro reparto Covid»

VENEZIA. Sette giorni per capire se il Veneto sarà costretto a misure più restrittive per arginare l’avanzata del Covid di queste ultime settimane. Mentre l’Iss mette in guardia palazzo Balbi sul rischio che a stretto giro l’Rt regionale possa raggiungere l’1,3 e dunque determinare l’ingresso in zona rossa, il Comitato tecnico scientifico chiede al governo di varare un nuovo giro di vite: mini-chiusure nei fine settimana, coprifuoco a partire dalle 19 e zona rossa automatica con 250 contagi ogni 100mila abitanti in sette giorni.

Nel frattempo, però, un barlume di speranza arriva dagli anticorpi monoclonali: «Nell’arco dei prossimi dieci giorni, la cura sarà disponibile in Veneto» dice Andrea Vianello, direttore della Fisiopatologia respiratoria dell’Azienda ospedaliera di Padova nonché membro Cts regionale. Dopo l’ok dell’Aifa del 3 febbraio agli anticorpi prodotti da Regeneron ed Eli Lilly, è un concreto passo avanti verso una cura delle forme gravi.

Professor Vianello, quali sono le aspettative verso gli anticorpi monoclonali?

«Alte, senza dubbio. Secondo la letteratura scientifica, è un tipo di trattamento che dovrebbe essere molto redditizio dal punto di vista dei risultati se attuato in maniera tempestiva, entro 5-6 giorni dai primi sintomi. È cruciale individuare i pazienti e somministrare il trattamento nei tempi utili, che sembra una banalità ma non lo è se consideriamo che un paziente potrebbe rivolgersi all’ospedale già con polmonite bilaterali in stadio avanzato».

Siete già pronti a iniziare?

«Stiamo licenziando il documento di indirizzo regionale che riguarda le indicazioni sui pazienti candidati alla terapia e sulle modalità di esecuzione per la cura che sarà disponibile entro una settimana dieci giorni. Essendo una terapia con dei costi e una disponibilità limitata, saranno candidati al trattamento i pazienti a maggior rischio complicanze come ad esempio chi soffre di diabete e obesità».

Nel frattempo, da oggi il Veneto diventa arancione. E il Cts chiede al governo di stringere le maglie e varare criteri più stringenti. Si parla di zona rossa con 250 casi ogni 100 mila abitanti. Lei che ne pensa?

«Personalmente, dico che non si è ancora arrivati fino in fondo a comprendere quale sia il reale beneficio derivante da questo sistema a colori multipli. Nel bene o nel male, è risultato chiaro che il lockdown generalizzato di un anno fa ha provocato caduta verticale dei contagi. Questo sistema a colori multipli integrato di sicuro consente di contenere il contagio ma non in maniera definitiva».

Nelle ultime settimane siamo di fronte a una ripresa importante del contagio. Lei suggerirebbe un nuovo lockdown totale?

«La situazione epidemiologica è diversa dal marzo di un anno fa. Alcune categorie di persone sono andate incontro alla vaccinazione, siamo sì lontani dall’immunità di gregge ma c’è una quota di popolazione che la malattia l’ha contratta e ne è uscita. Al netto degli aspetti economici, forse una misura così drastica non serve».

Che fare, allora?

«È evidente che il sistema attuale ha bisogno di aggiustamenti. Così come concepito ora non è sufficiente a tenere sotto controllo la situazione».

Quali aggiustamenti?

«Intervenire sulle soglie per determinare le zone rosse. O l’ipotesi di chiusure temporanee durante i weekend. È questa la direzione da seguire».

C’è poi il tema della scuola.

«Si procede in una situazione in cui dati chiari non ce ne sono ma ben vengano interventi chirurgici».

La curva epidemiologica è in crescita ma la pressione sugli ospedali sembra sotto il livello di guardia in Veneto.

«Sul profilo ospedaliero, la situazione è sconfortante. Oggi (ieri, ndr) a Padova è stato aperto un altro reparto Covid. Non si riesce a tenere sotto controllo il virus, c’è frustrazione e fatica».

Eppure dai bollettini quotidiani non c’è un sentore di sofferenza nei reparti.

«La situazione non è così chiara. Un quadro a macchia di leopardo, che non consente di percepire la gravità. L’andamento della ripresa è comunque diverso anche dalla seconda ondata, quando ci fu immediatamente impennata molto spinta dell’ospedalizzazione. Ora c’è un progressivo aumento».

Si vedono anche i primi effetti delle vaccinazioni?

«In certi casi, sì. Nel personale sanitario, ad esempio, il contagio è crollato. Poi c’entra anche l’abbassarsi dell’età media e un miglior filtro sul territorio: ora il sistema delle Usca funziona meglio e quindi i casi più lievi restano a domicilio mentre nella prima ondata finivano tutti ricoverati. Ecco perché i casi gravi in ospedale sono cresciuti». —

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