Castro: «Salviamo Belluno e la filiera dei compressori ItalComp pronta a partire»

Il commissario straordinario di Acc-Wanbao spiega il progetto «Manca solo il “go” del Governo, l’industria qui ha un futuro» 

L’intervista



«Manca solo il “go” di Giorgetti», dice Maurizio Castro: il progetto ItalComp è pronto a partire, per davvero. Non è solamente un polo doppio tra Belluno (Acc) e Torino (ex Embraco di Chieri) per salvare la produzione italiana di compressori per frigoriferi e i 700 dipendenti delle due aziende: dietro c’è una visione di filiere locali, di reshoring, di possibilità per i big del freddo (Electrolux in primis) di liberarsi dallo «scacco tecnologico e commerciale dei produttori cinesi che hanno monopolizzato il mercato». Manca il “go” perché dal Governo le banche si aspettano le garanzie per poter mettere sul piatto i soldi necessari all’avvio di ItalComp (una quindicina di milioni) bypassando il freno dell’Ue che vuole capire se si configurino aiuti di Stato. Maurizio Castro è commissario straordinario della Acc-Wanbao di Belluno e uno dei “registi” dell’operazione per salvare il doppio polo produttivo con Chieri.

Castro, progetto in cantiere da mesi ma ancora non concretizzato, perché?

«È stato dichiarato prioritario dal precedente Governo in quanto innovativo e meritevole, bipartisan sin dall’inizio, e sono sicuro che questo esecutivo riprenderà l’impegno. Quando Giorgetti (ministro dello Sviluppo economico, ndr) dice “go”, si parte».

Tempi?

«Ci aspettiamo una convocazione a giorni».

Con che formula?

«È previsto un capitale misto pubblico/privato, con una dotazione iniziale di 20 milioni di euro: dieci tramite Invitalia (veicolo del ministero dell’Economia), quattro dalle due Regioni Veneto e Piemonte, sei dai privati. Entro cinque anni, il pubblico deve uscire».

C’è ancora spazio per la produzione di compressori in Italia?

«Ne sono fanaticamente convinto, puntando sulla “high road strategy”, la produzione di alta qualità sia di innovazione e prodotto, sia di servizio. Si può stare in piedi come “boutique” da sei milioni di compressori l’anno».

Perché produrli qui?

«La Cina ha in mano il 90 per cento del mercato, con prezzi stracciati, anche grazie agli investimenti fatti con aiuti di Stato, un controsenso mentre qui l’Europa rinvia la palla e ha chiesto chiarimenti per la terza volta, cosa senza precedenti. Le motivazioni sono del tipo: anche se Acc chiude siete piccoli, e il tasso di disoccupazione in Veneto è bassissimo... Ma qui è anche un caso sociale e di ordine pubblico: come fai a dire a 300 famiglie che chiudi una fabbrica che lavora, che ha visto crescere del 30 per cento gli ordinativi, che fa straordinari e sta tirando a mille? Sarebbe assurdo e insopportabile. Manca solo la liquidità per pagare i fornitori».

Dietro c’è anche una filiera dei componenti.

«Sì, e ItalComp la terrebbe qui per intero dietro la sinergia tra Chiari, con produzione di parti del motore, e Belluno, con l’assemblamento. Converrebbe anche ai big come Electrolux e Bosch, che hanno rischi enormi nella supply chain lunga fino alla Cina: tempi lunghi, stoccaggio, inefficienze, nessun controllo sulla tecnologia».

Potrebbero essere loro i privati interessati a entrare?

«Non credo, da anni hanno deciso di non tenersi in casa la tecnologia del compressore. Piuttosto nomi di fornitori come Marcegaglia o Cividale, per dirne due a caso, che di sicuro sarebbero interessati a stabilizzare il canale. Già l’80 per cento delle nostre forniture è italiano, puntiamo al cento. Un reshoring per liberarci dalla sindrome cinese». —



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