Andrea Maggi, il professore d’italiano del Collegio, ha scritto un libro

Il docente del reality non è un attore ma un "vero" insegnante e il suo nuovo libro è dedicato all’adolescenza sconvolta dalla pandemia: «Porto i miei ragazzi in una baita lontano da tutto e tutti, per ritrovare sé stessi»

TREVISO. Andrea Maggi è probabilmente il più noto insegnante italiano. Merito della televisione, di un programma come “Il Collegio”, che anno dopo anno ottiene ascolti sempre maggiori. Ma Andrea Maggi oltre a essere un vero docente (insegna lettere alla scuola media di Sacile), è anche (e prima della notorietà televisiva) uno scrittore. Ha cominciato una decina di anni fa con alcuni gialli storici, ma nel suo ultimo romanzo “Conta sul tuo cuore” (Giunti, pp 216, 14 euro) racconta quel mondo degli adolescenti di oggi, che la sua esperienza scolastica gli ha fatto ben conoscere. 
 
 
Nel libro c’è un professore che attua un metodo educativo molto socratico. È il suo? 
 
«Racconto un gruppo di ragazzi di quinta liceo, che come tutti i giovani di oggi possono essere anche presuntuosi e arroganti, ma sono poi fragili, sognatori impenitenti. Il professore propone loro un esperimento, un ritiro in una baita di montagna, lontano dai social, e da tutto quello che abitualmente li circonda, perché imparino a conoscere innanzitutto se stessi. È il mio modo di insegnare, che parte dal presupposto che uno studente non sia mai privo di sapere e che l’insegnante debba saper tirar fuori da ciascun ragazzo il talento giusto, dare una via, un indirizzo».
 
Lo smarrimento sembra oggi maggiore che in passato. «In generale l’adolescente è smarrito per definizione, è nella fase della sua vita in cui deve costruire la sua identità fuori dal contesto familiare; deve emanciparsi, capire cosa potrà fare nel mondo. È una fase critica della vita, tanto più traumatica in questa condizione di crisi esistenziale determinata dalla pandemia. L’impossibilità di vivere la socialità ha reso i ragazzi enormemente più fragili, per loro questo è un vero stato di guerra. Minimizzare l’impatto che stanno subendo le loro vite è da irresponsabili. Io vedo la loro ansia, la disillusione nel futuro». 
 
La scuola, anche se ha distanza, è stata un punto di riferimento nei lockdown?
 
«Per quanto si possa maledire la Didattica a distanza, bisogna ammettere che la scuola ha fatto un miracolo. Gli insegnanti sono spesso accusati di essere arretrati, impreparati tecnologicamente, ma non so quante altre categorie sarebbero state in grado di convertire in digitale da un giorno all’altro la loro realtà lavorativa. Non tutto è stato perfetto, tutti sappiamo che la scuola in presenza è tutta un’altra cosa, ma comunque è stata un’àncora di salvezza. Anche se ha dimostrato di non essere inclusiva».
 
Nel romanzo c’è un costante richiamo alla cultura classica. 
 
«La classicità è la nostra speranza, è il patrimonio umano e culturale che ci può salvare da questa situazione. Il nuovo ministro deve fare attenzione a non sacrificare ancora i classici nella didattica, perché sarebbe la fine della scuola. Bisogna incentivare lo studio dei latini e dei greci. Io insegno alle medie, ma parlo loro dell’Antigone, ne parlo agli immigrati di prima e di seconda generazione e non solo capiscono, ma interiorizzano l’esperienza».
 
Il libro usa molto il linguaggio giovanile.
 
«Mi sono divertito a utilizzare il linguaggio dei ragazzi, mi piace moltissimo. Le parole che usano veicolano dei significati che altrimenti non saprebbero esprimere. Mi è sembrato necessario farli parlare con le loro parole. Per fortuna sui social ho mezzo milione di followers, per lo più adolescenti, che mi scrivono e mi raccontano. Questa volta ho imparato io da loro». 
 
La struttura del libro: una classe coi suoi litigi, i suoi amori, i suoi conflitti ricorda “Il collegio”. 
 
«Per me è stata, anzi è una esperienza preziosissima, mi dà il privilegio di entrare in contatto con giovani di tutta Italia, conoscere le loro sensibilità, confrontarmi con vissuti diversi. Sicuramente tra il libro e il programma televisivo in comune c’è l’idea del gruppo isolato, che ho trasportato però in una ambientazione a me cara, come la montagna». 
 
Come vede l’idea del prolungamento dell’anno scolastico? 
 
«La scuola non si è mai fermata. Se si decide di continuare a giugno e luglio bisognerebbe capire prima in che modo. La scuola non è un kindergarten, se si decidesse di continuare bisognerebbe costruire un curricolo apposito, capire cosa si vuole fare, e non credo si possa decidere dall’oggi al domani». 
 
E la televisione come ha cambiato il suo ruolo di docente, il rapporto coi ragazzi? 
 
«La cosa un po’ mi diverte e un po’ mi inquieta. La televisione comporta una sorta di deificazione, per cui mi trovo nei loro poster accanto a Fedez, a Ghali, alla Ferragni, ai loro idoli. Come fossi una star». —
 
 
Ventidue tra ragazzi e ragazze si ritrovano catapultati in un collegio del 1992, un anno in cui molti dei loro genitori - probabilmente - sedevano ancora tra i banchi di scuola. Senza le comodità cui sono abituati, senza mamma e papà, ce la faranno gli adolescenti nati negli anni Duemila a resistere? Lo scopriremo grazie alla voce narrante di Giancarlo Magalli, che ci porterà alla scoperta delle vicissitudini scolastiche e sentimentali dei giovani allievi, chiamati ad affrontare le ferree regole e la severa disciplina de "Il Collegio".
 
 
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