Vaccini, dosi e dubbi. "Vi spiego la differenza, l'efficacia e i rischi"

La somministrazione del vaccino e l'immunologo clinico Emanuele Cozzi

In poche semplici parole l'immunologo clinico Emanuele Cozzi fa chiarezza sulla situazione attuale: dose singola o doppia? Quali sono i rischi effettivi? Il vaccino russo è efficace? Perché non viene usato? E i nuovi arrivi? Come velocizzare la somministrazione? Ecco le sue risposte, con una avvertenza: "Io che avevo giurato di non vaccinarmi mai più dopo una brutta esperienza di anni fa, mi sono subito vaccinato contro il Covid"

L’intervista.
 
Prende forma e accelera l’ipotesi di velocizzare la campagna vaccinale contro il Covid somministrando una prima dose a più persone e facendo slittare la seconda, indipendentemente dalle indicazioni validate da Ema (l’Agenzia europea per i medicinali) e confermate da Aifa in Italia.
 
Un’ipotesi che trova spiragli a livello nazionale con un’ulteriore apertura in Veneto, dove il governatore si è espresso favorevolmente a riguardo. E così, dopo mesi di discussioni su vita, morte e trasmissibilità del virus, ora il dibattito si infiamma sulla gestione dei vaccini, su efficacia e sicurezza, al punto che c’è chi vorrebbe addirittura poter scegliere la “marca” che preferisce.
 
In un dedalo di domande che origina più quesiti che risposte, mette ordine Emanuele Cozzi, immunologo clinico dell’Azienda Ospedale Università di Padova.
 
Professore, partiamo dall’origine del dibattito: l’efficacia dei vaccini sul mercato. Ad esempio, si è parlato molto degli effetti collaterali provocati da AstraZeneca sugli insegnanti.
«Complessivamente, questi vaccini sono efficaci e come tutti quelli a disposizione, compreso quello antinfluenzale, possono produrre effetti indesiderati. Tuttavia, ad esempio nel caso del vaccino Pfizer, il rapporto della Fda, l’ente governativo statunitense, ha individuato 21 casi di effetto serio, che ha richiesto cioè l’ospedalizzazione, su 1,8 milioni di somministrazioni. E nessuno è stato causa di morte. Dal punto di vista della sicurezza, quindi, il profilo è assolutamente compatibile con i vaccini usati per contrastare le altre patologie. Dopodiché il rischio che siamo disposti a correre è evidentemente proporzionale al nemico che ci troviamo a fronteggiare. Se è l’influenza è un conto, nel caso del Covid è un altro. In un paese come l’Italia, in cui disponiamo di una medicina di serie A, tra i 60 e i 69 anni è morta una persona ogni 30 infettate. Una ogni 10 sopra i 70. È evidente che vale la pena correre il rischio. E lo dico io che mi ero riproposto di non vaccinarmi mai più dopo la comparsa di seri effetti indesiderati dopo una precedente vaccinazione. Ma ho già fatto quello contro il Covid».
 
Eppure sembra che ci siano vaccini più efficaci di altri e questo sta condizionando le scelte delle persone.
«Cambiano le piattaforme: Pfizer e Moderna si basano sull’mRna, AstraZeneca usa l’adenovirus, altri ancora, come il Sanofi, usano le proteine. Ma si tratta comunque di tecnologie molto valide. Lo stesso Sputnik è molto efficace, il problema è sulla documentazione che non è stata ritenuta sufficiente dall’Ema (l'ente europeo del farmaco), ma sono convinto che una volta registrato sarà molto utile, così come quello di Johnson&Johnson che, somministrato in un’unica dose garantirà un significativo passo in avanti. Non ci sono vaccini di serie B: tutti riducono il rischio di contrarre la malattia e sviluppare conseguenze serie».
 
Ora si pone però il problema della somministrazione. Crede sia meglio garantire una dose ciascuno per velocizzare il raggiungimento dell’immunità di gregge o attenersi ai protocolli?
«L’Ema ha stabilito che Pfizer e Moderna vanno somministrati con due dosi a distanza rispettivamente di tre e quattro settimane. E per me è così che si fa, anche se capisco la posizione degli inglesi che, di fronte a una situazione sanitaria fuori controllo, hanno provato a fare un ragionamento diverso».
 
Crede che potremo farlo anche in Italia?
«I dati dimostrano l’efficacia del vaccino già dopo la prima dose, pur a distanza di qualche settimana. Sono risultati sorprendenti anche se attesi: ricordiamo che non viene iniettata acqua fresca, il sistema immunitario ha semplicemente bisogno di attivarsi. Ecco quindi che quando questo avviene si ha un’indubbia risposta anticorpale e una protezione dalla malattia molto buona, superiore all’80%. Dietro la decisione di allungare i tempi quindi c’è una razionalità scientifica: pur in una situazione di emergenza, non è una strada imboccata alla leggera, anche se in questo caso bisogna accettare una minore copertura. Dopodiché per quanto mi riguarda la necessità di somministrare la seconda dose non si discute. Semplicemente si tratterebbe di dilatare i tempi, guadagnando un paio di mesi sul richiamo in modo da raggiungere l’immunità di gregge più velocemente. Un cambio delle regole non sarebbe quindi privo di senso ma andrebbe preso in considerazione solo dopo il coinvolgimento di un team multidisciplinare di esperti. Tuttavia ritengo che bisognerà anche pensare di velocizzare la macchina: non è solo per un problema di approvvigionamento e strategia che in Italia sono state somministrate 7 dosi per 100 cittadini e in Inghilterra 29».
 
Non crede che si vada a rilento per la necessità di tenere da parte le seconde dosi?
«Non solo, credo che bisognerà prevedere un aumento dei centri. Per mettere al sicuro le persone fragili dovremo arrivare almeno a 250 mila dosi al giorno: ad oggi si è arrivati a fatica a 100 mila. Di questo passo per vaccinare tutti ci vorranno più di due anni. A gennaio quando i vaccini c’erano, la campagna non è stata aggressiva quanto mi sarei aspettato. Ora però, con questa nuova ondata e le varianti che incalzano, non c’è più tempo da perdere: l’Europa ha prenotato 2,3 miliardi di dosi per una popolazione di meno di 500 milioni di abitanti. I vaccini dovrebbero arrivare presto e a quel punto dovremo farci trovare pronti. Sennò sarà tutto inutile». —
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