Crisanti: «Una delle varianti venete del Covid si è molto diffusa perché sfugge ai test rapidi»

Lo scienziato dell’Università di Padova consulente della Sardegna, la prima Regione a cui è stata riconosciuta la fascia bianca. «Il tipo regionale del virus costituisce il 20% delle varianti presenti sul territorio ed è del tutto invisibile agli esami antigenici»

l’intervista

C’è la mente del “modello Vo’” dietro la promozione della Sardegna in zona bianca. È Andrea Crisanti - consigliere di Luca Zaia durante la prima ondata, poi rinnegato - il braccio destro scientifico del governatore sardo Christian Solinas. Ma, mentre la Sardegna si appresta a dire addio (o arrivederci) alle restrizioni, il Veneto si aggrappa alla zona gialla, consapevole che i dati in aumento potrebbero colorare la regione di arancione, dalla settimana prossima. In questo scenario si inseriscono le varianti, con l’allarme lanciato ancora dal docente padovano: di quelle presenti in Veneto, una su cinque non è rilevata dai test rapidi.


Professore, perché la Sardegna va in zona bianca?

«Perché hanno dato retta a me».

Più nel concreto?

«In Sardegna sono stati utilizzati in maniera intelligente ed efficace i tamponi molecolari e rapidi».

Quando, i rapidi?

«Per i grossi screening di comunità, con il controllo a tappeto di aree molto vaste. Sono stati fatti 300 mila test, ripetuti a distanza di una settimana, e con la conferma del molecolare. La settimana prossima faremo lo stesso a Cagliari, è uno sforzo senza precedenti».

E i molecolari?

«Per circoscrivere i focolai. Per ogni positivo, sono stati testati parenti, amici, colleghi, persino i vicini di casa. Si è cercato in tutti i modi di isolare le catene di trasmissione, con un’applicazione rigidissima delle zone rosse in tutti i villaggi e comunità con un indice elevato. Ora, con la zona bianca, la gestione sarà difficile, dipendendo dal comportamento dei singoli. È un successo da mantenere».

Il Veneto, che aveva lei, cosa avrebbe dovuto fare?

«Che dirle? Bisognerebbe tornare indietro con l’orologio a mesi fa. Bisognava fare tutto in modo diverso. In Veneto, si stanno usando test rapidi a cui sfuggono alle varianti. Stiamo per condividere con la comunità scientifica uno studio su questo argomento».

Ce lo anticipa?

«Già mesi fa avevo sottolineato la presenza di positivi al molecolare, con una carica virale elevatissima, che risultavano negativi agli antigenici. Avevo ipotizzato che ci trovassimo di fronte a varianti invisibili ai test rapidi. I dati di cui disponiamo ora dimostrano che queste varianti, prima una minoranza, rappresentano ora il 20% delle mutazioni presenti in Veneto e sono totalmente invisibili agli antigenici».

In pratica, un contagio da virus “mutato” su cinque non viene individuato dai test rapidi?

«Esattamente. Lo dicono i nostri rilevamenti fino a un paio di settimane fa. Sono varianti di un gene usato come bersaglio dei reagenti dei test rapidi. I test antigenici non riconoscono la proteina F, ma solo la proteina M. Tutti i test antigenici sono basati sullo stesso principio: un anticorpo che riconosce la proteina M. Se la proteina M è presente, dà segnale positivo».

Di che mutazione si tratta?

«È una mutazione veneta, che non viene mai individuata dai test rapidi, ma solo dai molecolari. Dato che in Veneto i tamponi rapidi sono usati massicciamente, questa variante, prima occasionale, è aumentata enormemente negli ultimi due mesi, rappresentando il 20% di tutte le mutazioni presenti nella regione. In Italia si trova solo in Veneto, dove è aumentata moltissimo, non venendo intercettata. È una delle famose varianti venete che erano state identificate. Così si fa circolare gente infetta».

Come si chiama questa variante?

«Ancora non ha un nome».

Vista la sua invisibilità ai test rapidi, potrebbe diventare prevalente, diffondendosi in Italia?

«No, può diventare prevalente solo tra gli stupidi che usano i test antigenici senza criterio. Cioè noi».

Anche alla luce di questo, riterrebbe opportuno chiudere le scuole?

«Come per le altre decisioni, mancano i dati sia per tenerle aperte, sia per chiuderle».

Vaccini: cosa pensa della dose unica?

«Se me l'avesse chiesto un mese e mezzo fa, avrei risposto che non sono d'accordo. Non si può usare un vaccino al di fuori del perimetro delle autorizzazioni e questi vaccini sono stati autorizzati per due dosi. Ma ora c’è un fatto nuovo. L'Inghilterra, non dovendo rispondere all'Ema, ha deciso di procedere con una dose sola dei vaccini Pfizer e AstraZeneca. I risultati sembrano incoraggianti. Si chieda all'Inghilterra di condividere i dati con l'Ema, perché questa li prenda in considerazione».—

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