Covid, una sola dose per tutti: così il Veneto avrebbe il 30 per cento di vaccini in più. I dubbi degli scienziati

Mario Draghi vuole seguire la strategia del Gran Bretagna, allargando a più persone possibile la prima dose di vaccino Astrazeneca. Il virologo Crisanti in linea con la posizione del premier, unica nel panorama dell'Ue. L'immunologa Antonella Viola invita alla prudenza: "E' rischioso"

PADOVA. Più che un’idea, è una strategia. Il modello è quello della Gran Bretagna. L’obiettivo è quello di imprimere una svolta alla campagna vaccinale. Come? Prima dose per tutti. Procrastinando la seconda a dodici settimane. L’impulso arriva direttamente dal primo ministro Mario Draghi. 
 
Il presidente del Consiglio vuole  imprimere una svolta: accelerare la somministrazione della prima dose a una platea più larga di popolazione senza conservare, come si è fatto finora, una quota di vaccini (circa il 30%) per la dose successiva. Quindi, subito due milioni di vaccini in più in Italia.
 
Tutto finché ci sarà carenza di rifornimenti e in attesa che venga autorizzato (intorno all’11 marzo) il vaccino monodose Johnson&Johnson. Un approccio simile a quello del premier inglese Boris Johnson che ha imboccato la strada della singola dose. 
 
La strategia di Draghi trova scienziati favorevoli, ma anche posizioni più che contrarie. E in Veneto spiccano le dichiarazioni di Andrea Crisanti, che sposa la linea del governo (e della Gran Bretagna) e quelle di Antonella Viola, immunologa del Bo, che invita alla prudenza perché ancora non si conoscono gli effetti sull’immunità della sola singola dose. 
 
La premessa è relativa al tipo di vaccino per cui la seconda dose può essere procrastinata. I fari sono puntati su Astrazeneca, vaccino messo a punto da Oxford, basato su vettore adenovirale, destinato alla vaccinazione di massa. Nessun cambiamento sulla campagna di Pfizer e Moderna, basati su una tecnologia differente, a mRna
 
I NUMERI DEL VENETO
 
Il Veneto, sul fronte accantonamenti, è in linea sui numeri del resto d'Italia. Lo ha detto lo stesso presidente della Regione Luca Zaia. 
 
«Il Veneto ha utilizzato il 68,3% dei vaccini anti-Covid, sotto la media nazionale del 70,8% »per un tema prudenziale. »Abbiamo una capacità di 20 mila dosi al giorno, con i medici di base arriveremmo a 45-50 mila dosi al giorno. Siamo organizzati. Abbiamo la certezza su carta che arrivano i vaccini, ma ora la platea di vaccinati che attendono la seconda dose aumenta in maniera esponenziale”.
 
Il paradosso è questo: più persone ricevono la prima dose, più se ne devono accantonare per la seconda, meno ne restano per la popolazione non immunizzata. 
 
La campagna vaccinale in Veneto come nel resto d’Italia è partita a singhiozzo, al collo c’è il cappio delle dosi, sempre troppo poche. I tagli alle forniture fino a oggi hanno costretto i responsabili delle campagne vaccinali a correre con il freno a mano tirato per garantire le seconde dosi.
 
Certo che se il governo desse il via libera alla dose unica tutto cambierebbe. A questo scenario si aggiunge un nuovo tassello: l’approvazione da parte dell’Ema del vaccino J&J: una sola dose, facile conservazione e basso costo.
 
E’ una scelta percorribile? Dal punto di vista tecnico sì, visto che le agenzie regolatorie danno indicazioni non vincolanti. Certo che l’Italia sarebbe l’unico Paese dell’Ue a strappare sulla strategia vaccinale e l’Europa ha chiaramente espresso i suoi dubbi: “L’Italia si dovrà prendere le sue responsabilità”
 
Ma veniamo agli scienziati. Da tempo si discute del modello Gb. Il pragmatismo britannico ha portato a dire che è meglio avere più persone coperte al 65 per cento che la metà al 90, frase ripetuta anche dall'infettivologo Lopalco. 
 
Andrea Crisanti, scienziato frontman dell’emergenza Covid, alla luce dell’esperienza britannica e dei dati forniti da Israele, concorda con la strategia monodose relativa al vaccino Astrazeneca: “È stata una scommessa e l’hanno vinta. È andata bene e a questo punto adottiamola anche noi. Però non può essere un approccio da seguire in generale, i protocolli vanno seguiti. In questo modo in Inghilterra hanno fatto un esperimento sulla popolazione”.
 
«In Italia-aggiunge- dovremo difenderci dalla variante inglese, e invece di immunizzare il 70% della popolazione dovremo immunizzarne il 75-80%. Questo significa che i tre milioni di persone che abbiamo già vaccinato di fatto è come se non le avessimo vaccinate e dobbiamo ripartire da zero».
 
LE CRITICHE DI ANTONELLA VIOLA
 
Viola, docente di Immunologia dell’Università di Padova, nutre dubbi sulla strategia monodose:
 
“Puntare tutto sulla prima dose, ma siamo davvero sicuri? In mancanza di dati sulla durata della protezione e sull’efficacia contro le varianti, in mancanza di un modello che ci dica quante persone dovremmo vaccinare ogni giorno con una singola dose perché questo approccio faccia la differenza, su quali basi si decide di modificare la somministrazione di un vaccino approvato? 
 
Per fortuna in USA c’è Fauci (e Biden che ha capito chi ascoltare e chi no) a tenere la barra dritta: loro continueranno con le due dosi perché solo così sanno di proteggere i cittadini. Fino a prova contraria”.
 
E poi punta il dito sullo studio pubblicato su Lancet che sostiene che una singola dose del vaccino AstraZeneca sia efficace nel conferire protezione e che prolungare il tempo tra la prima e la seconda dose migliori l’efficacia complessiva del vaccino
 
“Questi risultati stanno spingendo il nostro Governo non solo ad utilizzare il vaccino AstraZeneca in maniera massiccia nella fascia 18-65 (nonostante i dati sugli over 55 siano pochi e in generale questo vaccino sia meno efficace degli altri) ma anche ad adottare la strategia di vaccinare con una singola dose molte persone, per poi ritardare la seconda somministrazione”, ha affermato Viola
 
“L’idea che il vaccino possa funzionare meglio se la prima dose è più bassa o se la seconda dose è ritardata non è assurda, anzi! Si tratta di vaccini il cui vettore (adenovirus) è estremamente immunogenico e stimola quindi una risposta immunitaria non solo contro la proteina Spike del SARS-CoV-2 (come nel caso di Pfizer e Moderna) ma anche contro il vettore stesso.
 
Questa risposta immunitaria anti-vettore riduce l’efficacia del vaccino e, per questo motivo, Johnson&Johnson ha deciso di utilizzare una sola dose, e sempre per questa ragione il vaccino russo si basa su due adenovirus diversi. 
 
Il problema di questa strategia di vaccinazione, con un vaccino poco efficace e con due dosi molto distanziate, è che la generazione di un’immunità parziale (con basso titolo di anticorpi neutralizzanti) generata in una larga parte della popolazione può favorire lo sviluppo e la selezione di varianti che rendano meno efficaci tutti i nostri vaccini. Questo perché, a differenza dei vaccini basati su mRNA, il vaccino di Oxford non sembra bloccare l’infezione: la protezione che si è osservata finora è irrilevante, anche se nuovi dati sono in elaborazione e si spera che siano migliori. 
 
Inoltre, i soggetti vaccinati e infettati potrebbero non sviluppare sintomi e quindi favorire la diffusione del virus. Ragione per cui questo vaccino non è adatto a contesti scolastici, dove bisogna invece bloccare la diffusione del virus, specialmente in considerazione del fatto che per i bambini e i ragazzi non esiste ancora un vaccino.
 
Sulla base di tutte queste considerazioni, sarebbe importante limitare l’utilizzo del vaccino di Oxford a contesti a basso rischio di contagio e valutare attentamente le tempistiche di somministrazione della seconda dose.
 
E’ importante poi sottolineare che, se anche nel tempo dovessero emergere dati più solidi a sostegno della validità dell’intervallo di 12 settimane per AstraZeneca, questi dati non si potrebbero trasferire ad altri vaccini: i vaccini a mRNA agiscono in modo molto diverso sul sistema immunitario e gli studi clinici hanno evidenziato importanti differenze nella risposta indotta dai vaccini con adenovirus e quelli basati su mRNA”. 
 
Ora la parola passa ai tecnici del Cts e al ministero della Salute, che dovrà prendere una decisione.