«Noi di AstraZeneca non trattiamo con intermediari. Produzione, contatti con due realtà venete»

Wittum, presidente della filiale italiana: «Sondata la disponibilità di Fidia e Zambon, valutiamo qualsiasi opportunità  L’efficacia del nostro vaccino è del 76% dopo la prima dose e per la seconda si può arrivare fino a tre mesi di distanza»

L’INTERVISTA

La dose unica, o per meglio dire l’ampliamento della platea dei soggetti coinvolti dalla prima somministrazione AstraZeneca, per far decollare la campagna vaccinale italiana è una strada «scientificamente» percorribile. «Nel nostro studio clinico il 40% delle persone arruolate è stato vaccinato con un intervallo tra le due dosi superiore alle 8 settimane, il vaccino è stato approvato con un intervallo fino a 12 settimane che può facilitare la somministrazione della seconda dose fino a tre mesi di distanza dalla prima» garantisce Lorenzo Wittum, presidente di AstraZeneca Italia.


Organizzare la campagna vaccinale e poi fare i conti con il taglio delle forniture non è semplice.

«Per prima cosa vorrei ribadire quello che è il nostro impegno. Arriveremo a consegnare, entro il primo trimestre, 5 milioni di dosi all’Italia. Stanotte (ieri, ndr) saranno consegnate circa 500mila dosi e supereremo il milione e mezzo di fornitura complessiva fin qui. Con altre consegne toccheremo le 5 milioni di dosi per la fine di marzo».

Certo non sono le 8 milioni di fiale che avevate garantito inizialmente.

«Ne abbiamo piena consapevolezza e stiamo lavorando giorno e notte per rispettare gli impegni presi».

Cosa è accaduto?

«Abbiamo avuto un problema di produzione, il vaccino è un prodotto biologico fatto da cellule virali che devono crescere e moltiplicarsi nei bioreattori. La resa stimata di questo processo alla base della pianificazione era di 3-4mila dosi per litro. Tenendo conto delle dimensioni dei nostri bioreattori abbiamo stimato 30-40 milioni di dosi a lotto. All’inizio del processo la resa è stata sotto le mille dosi per litro, un fatto che può succedere. Ma poi non è aumentata come accade di solito. Per questo, a gennaio, è scattato il campanello d’allarme e abbiamo comunicato il problema. Un problema che, per altro, riguarda solo lo stabilimento in Belgio che è quello che produce la sostanza attiva per le forniture europee».

Come state facendo fronte a questo problema?

«Con degli aggiustamenti al processo produttivo e parallelamente attivando le procedure, piuttosto complicate, di importazione della sostanza attiva dagli altri stabilimenti delle catene di approvvigionamento. Questa strategia ci permetterà di arrivare a 5 milioni di dosi entro il primo trimestre e a 20 milioni per il secondo trimestre».

Torniamo all’efficacia della prima dose.

«Il nostro studio clinico dice che l’efficacia del vaccino contro il virus è del 76% dopo la prima dose e sale all’82% quando viene somministrata la seconda a 12 settimane. Ma già dopo la prima dose abbiamo riscontrato una copertura del 100% contro l’evoluzione grave della malattia e l’ospedalizzazione. Ma c’è di più, perché oltre al nostro studio clinico ora sono stati pubblicati i dati del sistema sanitario scozzese basato su 490mila persone vaccinate con AstraZeneca. Bene, dopo la prima dose il 95% non è stato ospedalizzato. Percentuale che si assesta sull’81% per gli ultra ottantenni».

Quindi si può arrivare ai tre mesi tra prima e seconda dose?

«Dal punto di vista scientifico sì, considerando i nostri dati clinici. Il nostro compito è fornire i dati al regolatore e questi sono i dati. Poi decide il regolatore, al quale guardiamo con il massimo rispetto».

E il tempo massimo tra prima e seconda dose oltre il quale non andare è 12 settimane?

«Sì, il nostro studio clinico ha preso in considerazione l’intervallo tra le 4 e le 12 settimane tra prima e seconda dose».

L’Italia, oltre al processo di infialamento già attivo ad Anagni, può essere maggiormente coinvolta nella produzione?

«Per quanto riguarda l’infialamento attualmente non abbiamo necessità, ma siamo aperti all’interlocuzione. Diciamo, però, che il cuore della produzione è quello della sostanza attiva».

E qui il nostro Paese è tagliato fuori?

«No, ci sono realtà avanzatissime. Ma per il nostro vaccino servono capacità tecnica, che l’Italia ha, ma anche produttiva. Stiamo valutando se produrre anche a Pomezia, ma la capacità è limitata. Giusto per dare un’idea, la produzione aggiuntiva sulla quale stiamo ragionando è di 10 milioni di dosi al mese».

Risulta che in Veneto abbiate sondato Fidia e Zambon sulla possibilità di produrre sostanza attiva.

«Guardi è da giugno scorso che cerco potenziali partner, non è facile né immediato. Comunque sì abbiamo avuto dei contatti con queste due realtà».

Possibili sviluppi?

«Siamo ben felici di valutare qualsiasi opportunità. Voglio ricordare che la scelta del nostro gruppo è stata quella vendere il vaccino al costo di produzione, che è di circa 2,8 euro a dose, senza alcun guadagno».

Esiste un mercato parallelo dei vaccini?

«AstraZeneca stipula contratti solo con governi o enti governativi. Per noi non esiste un mercato parallelo».

Ci sono degli intermediari che hanno fatto pervenire offerte al Veneto, all’Umbria e all’Emilia Romagna.

«Il nostro gruppo non si appoggia a intermediari e nel caso dell’Umbria abbiamo presentato un esposto in Procura».

Il presidente del Veneto Zaia chiedeva chiarezza da parte dei produttori su questo.

«L’abbiamo detto e lo ribadiamo: non ci appoggiamo a intermediari o broker. I vaccini proposti su canali non ufficiali rischiano di essere contraffatti o non integri per l’interruzione della catena del freddo».

Il vostro vaccino è efficace contro le varianti?

«Per quanto riguarda la variante inglese la copertura del vaccino è del tutto sovrapponibile a quella garantita contro il virus non mutato. Sulle varianti sudafricana e brasiliana stiamo studiando l’efficacia».

Diversi insegnanti hanno segnalato l’insorgenza di effetti collaterali dopo la somministrazione del vostro vaccino.

«Il vaccino è stato dichiarato sicuro dalle autorità regolatorie, come è normale che sia per ogni vaccino si possono avere effetti collaterali lievi, come alterazione della temperatura, nell’8% dei casi delle persone arruolate nello studio clinico: trattati con paracetamolo si sono risolti». —

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