Un anno di Covid: senza un addio non è morte, né vita. Porteremo in noi la visione del vuoto

Lo scrittore Camon: "L’epidemia fa il deserto. Dobbiamo vivere nel deserto. Ma questa non è vita, e francamente non ne possiamo più"

Stiamo attraversando un’epidemia che non finisce mai, e ogni giorno ci lascia le sue tre-quattro-cinque centinaia di morti. Per salvarci, ci chiudiamo nella solitudine. Nessuno deve incontrare nessuno. Siamo soli.
Viviamo soli, moriamo soli.

La morte da soli è la morte completa, totale, che ci separa dalla famiglia, dal mondo, da tutti e da tutto. Nel momento finale ed estremo della vita, quando chi muore ha bisogno dell’aiuto e del conforto di tutti, si deve arrangiare da solo: o trova il conforto da sé, dentro di sé, o muore disperato. Disperato vuol dire pazzo.

Molti in questi giorni di pandemia sono morti pazzi, chiusi nei mezzi che li portavano da una città all’altra, in lunghi viaggi misteriosi, senza conforto, senza spiegazione, senza infermieri intorno, senza figli, senza nipoti, senza parenti, a morire come se fossero già morti. Morivano e si chiedevano: “Dove sono gli altri? Perché sono solo? Che mi sta succedendo? Che ne sarà di me?”. Non avevano risposta. Non gli abbiamo dato risposta. Li abbiamo lasciati impazzire.

È la “morte senza parole”, la morte muta, chiusa in un mezzo chiuso, in una stanza chiusa, in un reparto chiuso. La morte nelle tenebre, intese come assenza di luce e di parole. Noi pensiamo sempre che il male del nostro tempo sia l’eccesso di comunicazione, tutti parlano di tutto con tutti, usando tutti i mezzi.

Non ci rendiamo conto di quanto sia atroce non poter parlare con nessuno, di giorno e di notte, non sentire le parole di nessuno e trovarsi tagliati fuori dal mondo. In punto di morte è importantissimo parlare, magari anche soltanto bisbigliare all’orecchio, magari una sola parola, che potrebbe essere: «Grazie».

Chi vive dopo aver sentito quella parola, vive e scavalca la morte. Chi non sente quella parola inciampa sulla morte, cadrà e non si rialzerà mai più. Quello è il momento dell’addio. Si ha paura di quel momento, non solo di sentirlo ma anche di vederlo.

Sta girando la foto (c’è anche qui) di una giovanissima infermiera con la mascherina che sbircia spostando una tenda: è umano che voglia vedere, è anche professionale, ma non la aiuterà a vivere, la vita si vive meglio ignorando che cos’è la non-vita.

Quel che vedi non lo dimenticherai più, e l’indimenticabilità ti guasterà il tempo che ti resta da vivere. I lavoratori della salvezza, medici, infermieri, si preoccupano di te che sei malato ma anche di sé che non devono ammalarsi, se un’infermiera ti sosta accanto dopo la visita dei medici e ti tocca una spalla, una specie d’incoraggiamento, è certamente giovane, ancora una bambina, in lei l’istinto della vita vince sulla paura della morte. L’infermiera-bambina che tocca quel malato si sentirà forte e potente, il malato si sentirà incoraggiato. Ma questi sono contatti rari, sono proibiti.

La norma è l’isolamento.

Le istituzioni che rendono gli onori ai camion che trasportano i morti ci rappresentano tutti, è come se tutti noi fossimo lì, e tuttavia quello è un corteo militare, appartiene a un altro mondo, e pare perfino a un altro tempo: le abbiamo viste nei telegiornali queste file di camion militari, carichi di salme, e ci sembrava lo spezzone di un film della prima guerra mondiale, con i caduti del ’17 che tornavano dal fronte.

Stesse strade, stessi mezzi, stesse targhe. A parte il piccolo picchetto di carabinieri, non c’è gente. La solitudine domina. Il canale è vuoto, non c’è gente né su una riva né sull’altra, la scala mobile è vuota, nessuno scende e nessuno sale.

Le città sono morte. Le fontane sono deserte, non solo non ci sono turisti a guardarle, ma non ci sono neanche colombi. Non siamo soltanto noi “umanità” a fuggire la vita e rifugiarci nella solitudine, ma è anche tutta la “natura”: gabbiani o colombi che passeggiano indisturbati sul selciato sembrano così stupefatti per la loro solitudine che pare stiano lì a discuterne. Noi uomini siamo spaventati, ma gli animali più di noi. È tutto assurdo e innaturale.

Ormai siamo abituati a uscire di casa con la mascherina, girare per i negozi, se incontriamo qualcuno non capiamo bene chi è ma cerchiamo d’indovinare. Però qualche foto di noi per la strada con indosso la mascherina finirà nei testi di storia fra qualche decennio, nelle pagine dove si parlerà dell’epidemia, e i nostri nipoti le guarderanno con meraviglia. A me la foto che mette più tristezza è quella dell’aula scolastica vuota.

Chi in vita sua non ha mai lavorato in un’aula scolastica (io ci ho passato tutta la vita, a fare l’insegnante), non può capire il rapporto che c’è tra un’aula scolastica e la vita. Si identificano. Per gli scolari la vera vita è quella passata lì dentro, il vero mondo è quello formato dall’insieme di studenti e studentesse, e aggiungiamoci pure i professori.

C’è tutto, in quell’insieme. Segreti, relazioni, amicizie, tradimenti, confidenze, speranze. Amori, nascenti o già nati. Il mondo visto e vissuto dai piccoli cervelli dei nostri ragazzi è completamente diverso da quello che crediamo noi. È pieno di segreti fino a scoppiare. Ma nella foto quest’aula è vuota. L’epidemia fa il deserto. Dobbiamo vivere nel deserto.

Ma questa non è vita, e francamente non ne possiamo più. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Banana bread al cioccolato

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi