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Un anno di Covid: il silenzio dei teatri e dei luoghi della cultura

A febbraio 2021 la Biennale allestiva Architettura e nelle sale era atteso “Parasite”, ma la primavera non venne mai. Con il corriere arrivavano a domicilio libri subito disinfettati e messi avidamente al sicuro come lettere dal fronte

La sventura iniziò lì dove la festa finì. Per un giorno, anzi, si sovrapposero, respirarono quasi la stessa aria: i sessantamila a Venezia per il Carnevale, la prima vittima di Covid a Padova. Era domenica 23 febbraio, nebbia al mattino, sole nel pomeriggio. I presagi, pur pesanti, erano ancora vaghi; mentre il virus avanzava nelle retrovie, la gente si abbracciava, mangiava frittelle, la Fenice annunciava l’ultima recita dell’“Elisir d’amore”, al cinema stava per arrivare il film Premio Oscar “Parasite”, da vedere.

La primavera che non venne mai era già nell’aria e la cultura segnava in agenda le date. Henri Cartier-Bresson a Palazzo Grassi, la mostra dedicata all’Opera a Palazzo Ducale; i ragazzi avevano comprato i biglietti per i concerti di Ferro e Cremonini a Padova, i melomani quelli per l’Arena; e via via nei mesi a venire, la Biennale Architettura, a fine maggio, dal titolo profetico “How We Will Live Together?”.

La domanda non ebbe risposta perché nessuna vita insieme fu più possibile. Con la rapidità dei sortilegi cattivi, le sale furono costrette a chiudere, così, da un giorno all’altro. I cantanti, gli attori, gli orchestrali, i registi avevano ancora le loro cose nei camerini che i teatri si svuotarono, i musei staccarono il quadro elettrico, gli impresari annullavano contratti, senza immaginare quanto lunga sarebbe stata né quale sarebbe stato il prezzo da pagare.

Tutti si affannarono a cancellare tutto, anche la piccola rassegna sotto casa che, all’improvviso, acquistò un valore immenso, come il piacere di annusare un libro in libreria, il cinema la domenica sera insieme agli amici, la gioia selvaggia di un concerto rock sotto le stelle. Le vecchie abitudini s’immalinconirono, sbiadendo insieme alle locandine degli spettacoli. Sedute in divano, aspettavano qualcosa. Un’altra cultura, intangibile, figlia della desolazione, sarebbe entrata di lì a poco nelle case. «Se il pubblico non va alla Fenice, la Fenice andrà al pubblico» disse il sovrintendente Fortunato Ortombina, annunciando ai primi di marzo la riapertura del teatro in streaming.

La cultura si vestì allora di nuove forme, la prima delle quali fu quella di spogliarsi della materia. I teatri persero l’odore dei velluti, del legno del palcoscenico; i concerti non sapevano più di sudore, di birra, ma della crostata che cucinava in forno. Con il corriere arrivavano a domicilio libri che venivano subito disinfettati, contesi, messi avidamente al sicuro, come lettere dal fronte. Separati da chilometri di fibra, (pochi) attori e cantanti si adattarono a esibirsi per il web, il pubblico a non applaudire; la distanza fu la prima cosa che unì i lembi del sapere digitale.

La vita dopo il lavoro, del tempo libero, delle vacanze, finì inghiottita nel monitor di un computer, nello schermo di un cellulare. L’inutilità di tatto e olfatto aguzzò la vista, che si fece multisensoriale, così come la testa si era fatta multitasking.

La cultura disincarnata, offerta all’altare della solitudine, compì il prodigio di essere presente in assenza, pur senza incassare un euro. Gli spettatori dei concerti, i visitatori dei musei, il pubblico delle sale ascoltavano e guardavano con il mouse. In pochi mesi la “Stagione sul sofà” dello Stabile del Veneto contò oltre 1 milione e 200 mila visualizzazioni facendosi teatro da salotto.

Tra un lockdown e l’altro, a settembre, s’infilò eroica la Mostra del cinema, primo e unico evento globale del 2020, senza rossetto, ma vivo. Quello che non riuscì a essere trasformato in pixel, dolorosamente sparì, come la Biennale Architettura, prima rinviata, poi accorciata e infine sospesa. A maggio, proporrà intatta la stessa domanda, che oggi, forse, avrà altre risposte: come vivremo insieme? —

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