Un anno di Covid in Veneto, il governatore Zaia: uniti contro il mostro

Del febbraio 2020 ho un’istantanea nitida. Di quando, da ragazzo, ascoltavo i racconti del nonno che aveva combattuto nella Grande Guerra e mi chiedevo perché tornasse così frequentemente su quei lontani eventi. Ora ho capito

E' passato un anno. Un anno trascorso da quando la comunità veneta e chi, come me, è stato chiamato a rappresentarla, ha cominciato a fronteggiare e combattere quello che io stesso ho definito un incubo: il Covid-19. L’incubo di affrontare ogni giorno, io come Governatore, ma anche tutta la squadra che mi ha affiancato, bollettini di dolore, con positivi, ricoveri, terapie intensive, deceduti, un lockdown drammatico e spettrale. Un anno in cui non abbiamo praticamente vissuto, sotto il peso di una enorme responsabilità, di una costante preoccupazione, reggendo a una fortissima pressione fisica e psicologica, ma anche con lo stimolo di lavorare a testa bassa per tutti i veneti.

Del febbraio 2020 ho un’istantanea nitida. Di quando, da ragazzo, ascoltavo i racconti del nonno che aveva combattuto nella Grande Guerra e mi chiedevo perché tornasse così frequentemente su quei lontani eventi. Ora ho capito: come mio nonno aveva fissa in mente l’immagine della guerra, la generazione di oggi porterà nell’anima e racconterà il Covid. Una pandemia mondiale che, peraltro, è accadimento assai meno frequente di un conflitto.


La corsa verso Padova

La telefonata che mi informava del primo caso in Veneto; la corsa verso l’unità di crisi a Padova; le misure di salute pubblica da assumere senza perdere tempo prezioso, che si rivelarono appropriate. Parlo dei tamponi a tappeto a Vo’, decisi in totale solitudine e con la comunità scientifica contraria; la chiusura dell’Ospedale di Schiavonia con corollario di polemiche; l’allestimento delle preziose tende riscaldate fuori dagli ospedali, con qualcuno che ci accusava di “spettacolarizzare un’influenza”; la prima ordinanza, con tante chiusure; il blocco del Carnevale di Venezia; l’istituzione della prima zona rossa d’Italia a Vo’.

Da quei giorni convulsi è scaturito un insegnamento: di fronte a un problema grave bisogna agire senza farsi distrarre dai dibattiti teorici. Avrei rischiato di trasformare tutto in una catastrofe ben peggiore di quella che pure ci ha coinvolto, con migliaia di malati e di morti.

Come fantascienza

Ho vissuto forti sensazioni anche sul piano puramente umano. Penso a un film cui la scuola mi aveva fatto assistere da ragazzo: “The Day After”. Quella fantascienza non appartiene più al grande schermo e alla sala buia. No, quella fantascienza è stata la mia, la nostra realtà quotidiana: strade vuote “riconquistate” dagli animali selvatici, un’atmosfera spettrale di giorno e inquietante di notte per quel silenzio totale. Davvero the sound of silence. Tuttavia e nonostante ciò, la società ha riscoperto valori importanti: la famiglia, la casa, il senso della libertà cui è stata costretta a rinunciare. Ne resteremo segnati, e il Veneto che uscirà dal Covid avrà una scala di valori comunitari e individuali ben diversa da prima.

Di certo non dimenticherò mai gli occhi pieni di lacrime degli anziani che stazionavano di fronte alla Protezione Civile senza neppure uno straccio per proteggersi naso e bocca, chiedendo aiuto. Ricordate le prime mascherine che allestimmo e realizzammo in autonomia? Ci presero in giro, ma fu la prima risposta concreta a quelle lacrime. Allora non era solo un incubo, era l’ignoto, e tutti avevamo paura. Ricordo le apprensioni e i pianti degli ospiti delle Rsa e dei loro familiari.

E ricordo i volti dei ricoverati, le immagini drammatiche delle terapie intensive.

Una comunità coesa e altruista

Scelsi subito di informare quotidianamente la gente sulla situazione con una diretta giornaliera. Ricevere informazioni era ed è un aiuto per vincere la paura. Abbiamo affrontato il mostro come una grande comunità solidale, coesa, altruista. E ringrazio tutti i veneti per aver aderito senza riserve ai valori della nostra squadra.

Sì. Ho perso il sonno e non l’ho ancora ritrovato. Ho avuto modo di conoscere il meglio e il peggio della società. Che bella la chiamata di popolo del nostro ineguagliabile volontariato. Fantastica l’onda di generosità con cui furono raccolti più di 50 milioni per supportare le enormi spese sanitarie. Tenerissimi i disegni dei bambini. Travolgente il diluvio di omaggi ai fantastici uomini e donne della sanità per dire loro, semplicemente, ognuno a modo suo: “Grazie”.

Il peggio? C’è stato anche quello. Chi ha approfittato di ogni difficoltà per fare polemica e buttarla in politica. È uscita anche la parte oscura dell’animo umano. Non porto rancore, ma non dimenticherò mai l’insensibilità con cui si è polemizzato sui decessi.

Segni di speranza

Oggi intravediamo segni di speranza. La storia insegna: le infezioni, come arrivano, poi finiscono. Dobbiamo essere prudenti al massimo, ma la sensazione è che, dopo la tremenda ondata dei mesi scorsi, possa essere stato valicato il colle, la salita più aspra. Siamo in una fase cruciale, con una gestione diversa da un anno fa, perché nel frattempo abbiamo imparato a conoscere il nemico e trovato cure e sistemi diagnostici sempre più accurati.

Non era scontato e va ricordato: in Veneto siamo riusciti ad assistere tutti, a nessuno è mancato un letto in ospedale o l’assistenza a casa per i meno gravi. Il merito è di quello squadrone di coraggiosi che sono i nostri sanitari, a ogni livello di responsabilità, ruolo e impegno.

Nessun errore commesso? No, di certo ne abbiamo fatti. Se ne compiono tutti i giorni. Chi non sbaglia è soltanto il sapientone da salotto, il laureato del web, chi assiste senza responsabilità. Ogni giorno abbiamo deciso, fatto, realizzato lavorando in squadra con tecnici, esperti e sanitari. Tutto è stato compiuto con onestà, trasparenza ma, soprattutto, gettando il cuore oltre l’ostacolo e chiedendo al cervello di lavorare al 120 per cento. E così sarà finché non avremo vinto. Definitivamente. —

* Presidente della Regione del Veneto

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