Valentino, il factotum innamorato dell’arte che pagava i capolavori con i bruscandoli

Valentino Dal Pio Luogo

A Pordenone una mostra svela la straordinaria storia di Dal Pio Luogo: la sua casa di Orsago, in provincia di Treviso, era uno scrigno di tesori

TREVISO. Si parla di collezioni d’arte e uno pensa a sontuose ville con ampi saloni con decine di quadri e sculture, e magari un caveau dove i proprietari conservano le opere più preziose da far vedere a pochi, privilegiati amici.

La collezione di Valentino Dal Pio Luogo non era niente di tutto questo: i quadri e le sculture erano centinaia, ma erano esposti uno appiccicato all’altro nella sua semplice casa di Orsago, e il “caveau” era la sua modesta camera da letto, dove i dipinti a lui più cari vegliavano i suoi sonni, spesso coperti da fogli di cartone per non rovinarsi alla luce del sole le poche volte che apriva le imposte.


L’impressionante elenco

La sua raccolta però era tutt’altro che modesta: comprendeva infatti opere di grandi artisti italiani e stranieri, come Armando Pizzinato, Marcello Mascherini, Giovanni Barbisan, Giorgio Celiberti, Giorgio Di Venere, Carlo Dalla Zorza, ma anche di Sironi, Carrà, Music, Saetti, Carena, Gianquinto, Ferroni, Guttuso, Rosai, Murer, Guidi, De Pisis, Tamburi, Guccione e molti altri.

Ora una novantina di questi dipinti, sculture, disegni e incisioni sono esposti (fino al 7 marzo) alla Galleria Sagittaria di Pordenone, nella mostra “La passione dell’arte”, curata da Giancarlo Pauletto, con accesso gratuito ma prenotazione obbligatoria (scrivendo una e-mail a cicp@centroculturapordenone. it) per assicurare tutte le disposizioni di sicurezza. In Galleria (o su richiesta via mail) è disponibile anche il catalogo, con testi di Maria Francesca Vassallo, Giancarlo Pauletto e Paolo Del Giudice, artista trevigiano che gli è stato amico e che gli dedica un commosso ricordo in apertura.

Cachi e calicantus

Valentino Dal Pio Luogo (il cognome svela la probabile origine illegittima di qualche antenato) è mancato tre anni fa, 92enne: non si era mai sposato, e aveva convissuto con la madre finché lei era rimasta in vita.

Soprattutto non era un uomo ricco, né particolarmente istruito: a lungo aveva lavorato come factotum nella locale Cantina Sociale, e la sua raccolta “è stata il frutto – come racconta Del Giudice – di una vita di relazioni, passione e anche sacrifici. Amava visitare le mostre e frequentare gli artisti, non per vantarsene, ma come gratificazione personale e sociale. Molti gli regalavano una loro opera, e lui ricambiava sempre con piccoli doni che variavano con le stagioni ed erano soprattutto manifestazioni di affetto: frutta del suo giardino, mazzi di “bruscandoli” raccolti nelle siepi nei suoi giri campestri in bicicletta, rami di calicantus fioriti, che tagliava senza pietà dal suo grande albero. Lo vidi, ottantacinquenne, arrampicato su fragili rami per cogliere i cachi da portare come ogni anno ad un coetaneo artista veneziano”.

Concerti alla radio

Ma non mancano nella sua casa opere importanti acquistate nelle maggiori gallerie italiane a prezzi davvero consistenti, “come la grande Madre del 1947, capolavoro di Bruno Saetti, che teneva sopra il comò – ricorda l’amico – Infatti quando trovava il pezzo giusto, e se ne innamorava, non indugiava a staccare l’assegno, come un gran signore. E un gran signore doveva sentirsi davvero, anche da novantenne acciaccato, quando – impossibilitato a recarsi alla Fenice – ascoltava alla radio i concerti e le amate opere liriche nel suo letto quasi monacale, circondato dai suoi pezzi più preziosi”.

La storia di Valentino è la dimostrazione che cultura e bellezza possono essere accessibili a chiunque, indipendentemente dal censo e dagli studi, se ci sono passione e dedizione: col tempo egli aveva acquisito grandi competenze sulle correnti artistiche e i loro protagonisti, e uno sguardo capace di captare il soffio del genio negli artisti emergenti e di individuare a colpo sicuro il capolavoro. Come il tempo avrebbe confermato.

Nuclei portanti

“La sua ricerca della qualità fu costante – scrive Giancarlo Pauletto nel catalogo – ed egli la trovava molto spesso in piccole opere che ad altri collezionisti, magari più forniti di possibilità, erano sfuggite, e che egli si affrettava a far proprie”.

Un colpo d’occhio che faceva la differenza. Nella collezione, si distinguevano quattro nuclei portanti, per numerosità e qualità delle opere raccolte: innanzitutto quelle di Carlo Dalla Zorza, fra i maggiori vedutisti veneziani del ’900, di cui sono presenti soprattutto gli amati paesaggi di Teolo e Asolo, ma anche gli scorci veneziani e le figure di narrazione religiosa; ci sono poi numerosissime opere di Giovanni Barbisan, pittore e incisore trevigiano, e quelle di Giorgio Di Venere, pittore e incisore mestrino; e infine i lavori di Giorgio Celiberti, pittore e scultore udinese, amico fraterno nato come lui il 14 febbraio, che a ogni San Valentino realizzava per lui una serigrafia personalizzata.

Ma non mancano in mostra anche le opere degli altri protagonisti dell’arte italiana del Novecento.

Gli eredi

Ora la collezione è suddivisa fra gli eredi – due nipoti e i loro figli – ma l’auspicio, concordano Pauletto e Del Giudice, è che almeno le più significative di queste opere vengano acquisite da istituzioni pubbliche a vocazione culturale che ne prevedano in futuro ulteriori ostensioni al pubblico.

Venerdì 19 febbraio nella mostra si terrà una visita guidata dal curatore Giancarlo Pauletto, in due turni, alle 17 o alle 18, sempre con prenotazione obbligatoria. Per tutta la durata della mostra sono anche disponibili dei percorsi virtuali sul sito www. centroculturapordenone. it/cicp, ma anche su Facebook e Youtube. —

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