Pellestrina, l'argine di Venezia dove il virus ha colpito duro

Foto di Riccardo Roiter Rigoni, riproduzione vietata

Ci vivono in 3.500, ogni anno una cinquantina di residenti se ne va. Oltre mille contagiati da marzo ma le attività resistono

PELLESTRINA (VENEZIA). Una sottile lingua di terra lunga dodici chilometri che separa il mare dalla laguna. Argine naturale a difesa di Venezia che si restringe fino a 23 metri di larghezza (poco più di 1 km nel tratto più ampio). Questa è Pellestrina.

Due località, tra cui l’oasi di Ca’ Roman, quattro parrocchie, ciascuna con le proprie inflessioni dialettali. Tremila e cinquecento persone, quattro cognomi ricorrenti (Busetto, Vianello, Zennaro e Scarpa) e un senso di comunità messo in ginocchio dal Covid che ha annullato le tradizionali sagre estive e cancellato le occasioni di socialità. La pesca è ancora l’attività più diffusa, ma non più come un tempo.

Un centinaio di famiglie vivono grazie all’ex cantiere navale De Poli e alla manutenzione dei battelli Actv, ma fino a qualche anno fa erano il triplo. La linea 11, che porta al Lido e a Venezia, è ormai l’unico punto di ritrovo tra quanti (la maggior parte) lavorano fuori Pellestrina, vuoi nelle municipalizzate del Comune o nelle strutture sanitarie pubbliche e private. Un dormitorio, si parte all’alba e si torna la sera.

Tre scuole, un punto di primo intervento e il primo ospedale a un’ora di viaggio. Al mattino, l’isola è attraversata dai pescatori che smontano dai turni della notte o dagli operai alle prese con i cantieri. Una chiacchiera in compagnia davanti a un bicchiere e poi ognuno per i fatti suoi.

Da mesi ormai i riflettori sono spenti su Pellestrina. Il 12 novembre, notte dell’acqua alta, buona parte dell’isola fu travolta dalla marea. Una «onda anomala», così i pescatori descrissero la violenza della natura. Case allagate, famiglie in ginocchio, una vittima per cortocircuito. Per mesi l’isola è balzata agli onori della cronaca. Due le visite in sei mesi dell’allora premier Giuseppe Conte, troupe televisive italiane e straniere, decine di volontari alle prese con le macerie.

Oggi con il Mose in funzione e i lavori realizzati dal Comune per rialzare le difese che furono spazzate via da venti record e da 187 centimetri di marea, la paura è passata.

Nel mezzo, lo scoppio di una pandemia. Qui il Covid ha picchiato duro. Nonostante le richieste dei cittadini, numeri ufficiali sui contagiati non ce ne sono. Ma le voci corrono e in tanti contano ben più di mille casi da marzo 2020. Il virus ha colpito anche lì dove lo spirito di comunità resisteva da decenni. Sergio Zennaro, 76 anni, e Giovanni Vianello, 77, sono rispettivamente presidente e segretario del Gruppo Anziani Isola Unita, ben più di un’associazione.

Pellestrina, il centro anziani aspetta il vaccino e confida nella ritrovata socialità

Con 374 iscritti tra uomini e donne, la loro base è nel sestier Zennari, al piano terra della sede del Municipio. Trenta metri quadri, alle pareti foto nostalgiche con le vecchie glorie del remo durante le Regate Storiche e le formazioni rivali del Pellestrina e del San Piero in Volta. Cascasse il mondo, non c’era un pomeriggio dell’anno in cui non si trovassero per una partita di carte, una chiacchierata sul calcio e la politica, l’ultima iniziativa di solidarietà.

«Cinque-sei volte l’anno organizzavamo uscite di gruppo in tutto il Veneto per ballare il liscio, una gioia nel cuore. Da marzo scorso abbiamo chiuso tutto», spiegano nella loro sede ora svuotata, «Troppi rischi. Abbiamo perso una ventina di iscritti per Covid. Il pomeriggio non sappiamo più che fare». Ottimismo, fiducia e umorismo, però, sono intatti: «Non vediamo l’ora di riaprire, speriamo nel vaccino quanto prima: tanto qui siamo tutti dai 70 anni in su».

E il turismo?

Pellestrina, a metà strada con Chioggia, vive del riflesso di Venezia. Da marzo a ottobre, l’isola si trasforma. Sono i mesi in cui i ristoranti di pesce più rinomati riaprono.

«A parte Pasqua e primo di maggio, chiusi per lockdown, nel 2020 tutto sommato si è lavorato abbastanza», ammette Cristiano Zandonà, titolare del ristorante Da Memo a Portosecco, «Speriamo di ripartire quanto prima». Tedeschi e francesi d’estate arrivano in bici per una visita in giornata. L’isola si riempie soprattutto di visitatori dal Veneto, padovani e veronesi su tutti.

Come a Venezia, anche qui non manca il mercato sommerso delle locazioni: quelle registrate ufficialmente sono solo cinque, numero che stride con le comitive che frequentano l’isola. Diffusissime poi le seconde case di proprietà che durante l’anno restano vuote. Motivo per cui qui il mercato immobiliare è molto esigente e l’isola poco a poco si sta svuotando (al ritmo di 50 residenti all’anno). A farne le spese sono i giovani: oltre allo sport e al mare d’estate, è la noia l’intrattenimento più in voga. O la fuga verso Venezia.

Chi decide di restare e investire su Pellestrina, però, non manca. Lorenzo Busetto ha 36 anni e dal luglio 2019 ha dato vita a Mitilla.

Mitilla, il brand di Pellestrina che si è imposto sui mercati

Innovando la tradizionale coltivazione delle cozze e abbinando una strategia di marketing, il suo marchio oggi si è affermato in tutta Italia. La sua produzione arriva a 3-4 mila quintali l’anno. «Restare qui? Una scelta di cuore. Con il Covid si è bloccata la fornitura ai ristoranti, ma siamo vivi grazie alla rete di piccole pescherie in Veneto e in Italia», dice dalla sua barca ormeggiata nel sestier Vianelli, di ritorno dalla nottata in mare.

La lavorazione delle cozze d'allevamento al largo di Pellestrina

Insieme a lui, tanti pescatori consorziati in piccole cooperative locali. Tolte le chiusure di bar e osterie imposte dai Dpcm, l’isola ha attraversato intatta il lockdown, riuscendo a contare sulle proprie forze. «Se escludiamo i mesi estivi», spiegano Rebecca e Mario Gorin dal loro alimentari in via Busetti, «qui si è sempre lavorato con i paesani». E questo, il Covid non l’ha scalfito. —