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La Candelora, il valore del tempo scandito dai riti

Vivere non è una fuga in avanti. La festa ricorda che la primavera è alle porte e in questo momento si carica di nuovi significati

PADOVA. Con la Candelora, o che nevica o che piova, da l’inverno semo fora. Arriverà il prossimo 2 febbraio, la Candelora, e mi ritrovo ad aspettarla come non capitava da troppo tempo.

Sono cresciuto in una famiglia cattolica praticante. Forse un po’ troppo praticante: quell’aspetto mi pesava all’epoca, oggi invece credo che la lunga frequentazione con le liturgie mi abbia donato, lasciando da parte la fede, una palestra dell’immaginario, un’opportunità di confronto con oggetti culturali per nulla scontati. La mia famiglia, in linea con la media veneta, annoverava con orgoglio tra le sue fila due sacerdoti e due suore: l’orizzonte del sacro era lì, a portata di mano.

Questa parentela con Dio, però, non produceva chissà quali benefit. Certo, le zie suore erano liberali con caramelle e cioccolatini, ma per il resto l’avere parenti quasi santi pareva tradursi, a conti fatti, in una fregatura. Sì perché mentre la gran parte dei miei amici si guadagnava il Paradiso andando a messa quando capitava, io ero obbligato a sorbirmi una pletora pressoché infinita di celebrazioni.

Appunto la Candelora, i rosari di maggio, le Ceneri, i primi venerdì del mese e in via straordinaria, per gli esami di quinta elementare e di terza media, pure le Lodi. Come molte cose nella vita, ho preso coscienza della positività di quelle esperienze solo col tempo, mentre all’epoca mugugnavo e protestavo, e mi facevo placare solo cedendo a ricatti (il migliore, quando seguivamo le celebrazioni pomeridiane al Santo, era la promessa di andare, subito dopo, da Frigoberetta, mitico negozio di giocattoli padovano).

Non si è trattato solo dell’avere imparato a fregarmene delle prese in giro degli amici che mi davano del basabanchi. Piuttosto oggi riconosco l’importanza avuta dal fascino che la narrazione e il linguaggio del sacro hanno esercitato su di me, intrecciandosi con le storie e le parole che leggevo sui libri a casa.

La plasticità di certe immagini (il serpente che insidia il calcagno, Lazzaro che esce dalla tomba, il fuoco inestinguibile, lo stridore di denti…), il mistero del lessico liturgico (paraclito, turibolo, pisside…). E, tornando alla Candelora, in particolare in questi mesi faticosi ritrovo nella mia memoria la sensazione quieta e consolante del tempo che ritorna. Ecco, forse, perché la sto aspettando con un’ansia che credevo perduta.

In eterno ritardo

Le nostre vite, molto spesso, erano prima della pandemia lanciate nella perenne fuga in avanti, nella scadenza da rispettare, nel weekend da godere al 110%. È uno stile di vita che, oltre ad essere sponsorizzato dalla civiltà dei consumi di cui siamo, al contempo, servi e padroni, affascina perché ti proietta in un’illusione di eterno presente, o, piuttosto, di eterno ritardo sul presente.

E dunque è facile vivere, o credere di vivere, in quest’accelerazione costante, perché non hai tempo di voltarti a destra o a sinistra, né, tantomeno, indietro, e così arrivi alla morte di corsa, senza rendertene conto. Il rallentamento, anzi il blocco pressoché totale dei nostri stili di vita pre-pandemici ci ha messo in crisi e ci metterà in crisi a lungo.

In tutti i paesi occidentali colpiti dal virus negli ultimi mesi sono cresciuti esponenzialmente i casi di violenza domestica, di separazioni, di abuso di alcol e di sostanze stupefacenti, di tentati suicidi e di suicidi. Manifestazioni di un malessere profondo che ha di certo una causa importante nelle difficoltà economiche, ma che nasconde ben altro. Il malessere serpeggia anche tra chi non ha perso il reddito, tra chi, grazie (almeno all’apparenza) alla tecnologia pervasiva, può restare in contatto virtuale con tutta la sua rete social (che è altra cosa dalla rete sociale).

Non so individuare con ordine e precisione le cause profonde e ultime di questo male che ci accompagna e a volte esplode incontrollato, ma ho due convinzioni. La prima: quando, quest’estate o speriamo anche prima, si uscirà da questa crisi e si tornerà a condizioni di vita “normali”, non commettiamo l’errore di catapultarci a peso morto nel mondo del prima, considerandoci felici solo se potremo ubriacarci di spritz in piazza o affollare le discoteche. Se facessimo così, commetteremmo l’errore di considerare l’ultimo anno e mezzo, le sue fatiche, le sue incognite, una brutta parentesi, un brutto sogno da accartocciare e gettare nel cestino.

Spazi preziosi di solitudine

Il problema è che quest’anno e mezzo è stato, nel bene e, purtroppo, nel male, un anno e mezzo della nostra vita. E in quest’anno e mezzo noi ci siamo stati. Ci sono stati i nostri cari, e, per molti di loro, un giorno di quest’anno e mezzo è stato l’ultimo della loro vita. Dimenticare queste fatiche, questi dolori, significa perdere l’opportunità di dare valore a una pagina che ci ha visti come protagonisti, e che ci ha dato delle opportunità. Non so se avrò le energie e le capacità per modificare le abitudini del “prima”, ma spero di riuscire a coltivare con regolarità spazi di solitudine, per non tornare subito ad essere il lieto schiavo in eterno ritardo sulla tabella di marcia.
La solitudine che oggi ci affligge e ci spaventa può essere anche un dono, e visto che dobbiamo averci a che fare, proviamo a coltivarla e a osservarla per conoscerla, e conoscerci. Tra qualche mese questa solitudine non ci sarà più, e se questo sarà un bene, il non aver tratto il massimo da questa opportunità di silenzio sarà, al netto di tutto, un’occasione perduta.

Un orientamento

La seconda convinzione: viviamo in un mondo povero di riti. E non parlo solo della Candelora, che con il suo arrivare mi dava il senso della primavera alle porte, e di un inverno trascorso. Non parlo nemmeno del grande naufragio di riti che la fine della civiltà contadina ha comportato, consegnandoci all’opacità asfaltata della vita urbana, alla uniformità dell’illuminazione elettrica.

Anche i riti più laici, come la festa dei coscritti o l’esame di maturità, hanno perso di rilievo, e questo ci condanna a una vita che fluisce apparentemente liscia e ininterrotta, come una corsa in autostrada a velocità di crociera, senza quelle fratture, senza quelle liturgie, che ci permetterebbero di riconoscerci, di darci una posizione, un orientamento nel nostro orizzonte troppo vasto. Così quando questo orizzonte viene sconvolto, ci scopriamo soli, deboli e spaventati.

Proviamo a trovare, nella nostra famiglia, nel nostro spazio, delle forme di ritualità, dei “ritorni” annuali che ci permettano di percepire il nostro tempo non più soltanto come una linea che corre in avanti, ma come un cerchio che si richiude su se stesso, includendoci e permettendoci un lusso sempre più difficile nella civiltà del 5G e della Superfibra: fermarsi e guardarsi indietro, in silenzio. —

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