Venticinque anni fa il rogo della Fenice: come accadde, e perché non siamo più gli stessi

Questo speciale e un libro di Vera Mantengoli in edicola con la Nuova raccontano il drammatico incendio di Venezia nel gennaio 1996, lo shock mondiale, la stupidità del "movente", il miracolo della ricostruzione e il presente sotto scacco del Covid

L'incendio della Fenice a Venezia, 25 anni dopo

LE CENERI DELLA FENICE

di ALBERTO VITUCCI

Risorto due volte dalle sue ceneri. Ricostruito e diventato uno dei più importanti teatri d’Europa. Oggi bloccato dal Covid. Venticinque anni sono passati da quella notte terribile. Quando il Gran Teatro La Fenice andò in fumo, completamente distrutto dall’incendio. Una serata gelida, con il vento che soffiava e alimentava le fiamme. E all’alba le immagini tragiche del grande cratere. Dello storico tempio della lirica rimanevano soltanto i muri perimetrali.

Daniela Santi e il rogo alla Fenice: i veneziani sconvolti volevano sentirsi vicini"

Gara internazionale di solidarietà, una inchiesta condotta dal pm Felice Casson che aveva portato a scoprire i responsabili del rogo: due elettricisti in ritardo con i lavori. Avevano appiccato il fuoco, sottovalutando le conseguenze. In poche ore le fiamme avevano divorato tutto.

Dopo sette anni e tante polemiche, la Fenice venne ricostruita. Com’era e dov’era, sul modello del campanile di San Marco, anch’esso rifatto a immagine del suo predecessore crollato il 14 luglio del 1902. Arredi copiati, decorazioni quasi più belle dell’originale, artisti e artigiani veneziani impegnati a ridare vita al simbolo della città.

Per la Fenice non era la prima volta.

Inaugurata il 16 maggio del 1792, negli anni della Rivoluzione francese, fu distrutta dal fuoco il 13 dicembre del 1836. Tempio della lirica, dove i grandi musicisti dell’Ottocento come Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi presentavano le loro opere in prima assoluta.

Una storia internazionale e anche un luogo caro ai Veneziani, che non perdevano l’abbonamento ala stagione della lirica. Poi il 29 gennaio di 25 anni fa, la distruzione. Ironia della sorte, erano in corso i lavori per realizzare la rete antincendio. Così i sistemi di allarme erano fuori uso. Le barche dei pompieri non potevano entrare nei canali in secca.

Notte di tregenda. Con i Veneziani in strada a pregare per il loro teatro. Il sindaco Cacciari a fare l’alba. Fianco a fianco del magistrato che molti anni dopo lo avrebbe sfidato in politica, Felice Casson. L’eroismo dei pompieri, che per miracolo erano riusciti a contenere le fiamme. Venezia nella sua storia ha conosciuto roghi epocali. Il Palazzo Ducale, il deposito degli oli di San Marcuola, ritratto nel celebre quadro di Francesco Guardi. Case in legno separate solo da strette calli.

Il miracolo apparve solo all’alba. Con il grande catino fumante che conteneva i resti di quello che era stato fino al giorno prima il teatro più famoso del mondo. Ma la città era salva.

Nei sette anni dei lavori la Fenice aveva traslocato al Malibran e all’isola del Tronchetto. Il “PalaTronchetto”, struttura sul modello di quelle che ospitano i circhi, era stato costruito a tempo di record. L’acustica certo non era la stessa. Ma il pubblico era soddisfatto.

Nel dicembre del 2003 l’inaugurazione del restauro, alla presenza del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. E poi di nuovo la stagione della lirica e dei concerti, il grande concerto di Capodanno ripreso in diretta dalla Rai. La Fenice guidata dal sovrintendente Gianfranco Pontel aveva ceduto il passo al giovane Cristiano Chiarot.

Dal 2017 è guidata dal direttore artistico Fortunato Ortombina. Non ha smesso le sue produzioni, moltiplicando il numero delle rappresentazioni. Aprendo le sue porte anche al turismo culturale, per la visita del teatro ricostruito dopo l’incendio. Una spinta propulsiva bloccata, come tutto il resto, dalla pandemia e dalla diffusione del Covid.

Il sovrintendente della Fenice di Venezia racconta il coraggio e la scommessa di ripartire

Orchestrali, coristi e maestranze del Teatro sono da mesi in Cassa integrazione. Interrotta solo per il concerto di Capodanno e adesso per le celebrazioni musicali del giorno della Memoria. Una macchina di professionisti che attende di tornare sul palco. E aspetta il ritorno del suo pubblico.

Un’opera “a porte chiuse” lascia sempre i protagonisti insoddisfatti. Manca la Grande bellezza del teatro. Con i suoi suoni – adesso ad altissima fedeltà grazie ai nuovi impianti – ai suoi decori, ai suoi incontri. La Fenice sopravvissuta agli incendi è adesso attesa alla rinascita del dopo Covid.

LA TIMELINE

Tutte le date dalla costruzione del teatro nel Settecento al gigantesco rogo del 29 gennaio e la successiva ricostruzione

L'INCHIESTA

«È stata l’indagine più bella che ho fatto», ricorda oggi l’ex magistrato Felice Casson, «anche perché riuscimmo a dissequestrare il Teatro in meno di un mese, garantendo così la possibilità di ripartire subito per la ricostruzione». Fu possibile arrivare in tempi così rapidi al dissequestro grazie «all’immensa mole di fotografie e filmati che ci arrivarono», ricorda Casson, «e che ci permisero di ricostruire con precisione cosa era successo e come si era sviluppato l’incendio».

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IL RESTAURO

Quasi otto anni. Questo il tempo che è trascorso dal rogo che il 29 gennaio 1996 cancellò in una notte uno dei simboli di Venezia e della lirica nel mondo e la riconsegna del Teatro La Fenice ricostruito alla città, l’8 dicembre 2003 per una settimana di eventi inaugurali.

Anche se, perché la Fenice torni effettivamente ai veneziani, bisognò poi aspettare ancora un altro anno, per collaudare la nuova “macchina”: il novembre del 2004, naturalmente con il debutto della “Traviata” verdiana, come avvenne storicamente anche per la sua prima rappresentazione. Un’eternità, un cantiere infinito.

Eppure oggi quel teatro ricostruito “com’era e dov’era”, che di autentico ha ormai di fatto solo la facciata esterna, scampata alle fiamme, e dove tutto - dalle decorazioni pittoriche, agli stucchi, ai pavimenti alla veneziana in cemento - è solo un’imitazione, più o meno riuscita, dell’originale, ha però trovato una nuova vita.

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IL LIBRO

Notte di fuoco, storie e protagonisti

«La Fenice: 29 gennaio 1996», scritto dalla giornalista e collaboratrice della Nuova di Venezia e Mestre Vera Mantengoli, è un libro di 128 pagine (9.90 euro), pubblicato da Editoriale Programma con prefazione della dottoressa Donatella Calabi.

Il caso Fenice, dall’incendio alla ricostruzione, viene raccontato attraverso testimonianze, interviste, articoli di repertorio e una galleria di immagini del fotografo Gianfranco Tagliapietra. Il libro comincia con dodici testimonianze, dodici come le voci del coro della tragedia greca, che riportano il lettore a quella notte di 25 anni fa, davanti a fiamme furiose che rischiano di bruciare l’intera città.

Fenice in fiamme nel 1996, Rizzardi: volteggiavano frammenti di stoffa bruciata

Le indagini per individuare i colpevoli e il possibile mandante vengono raccontate dal pm Felice Casson, il travagliato percorso verso la ricostruzione dal sindaco dell’epoca Paolo Costa, mentre la Fenice di oggi dal sovrintendente Fortunato Ortombina. Inoltre una cronologia dei fatti, un ricco fascicolo fotografico e una scelta ragionata di articoli ed editorialisti pubblicati dalla Nuova nel corso del tempo, tra qui il contributo qui sotto.

I MOSTRI DELLA SOCIETA' VENETA

di GIANFRANCO BETTIN

Fra qualche tempo sapremo, forse, se l’incendio della Fenice si deve solo ai mentecatti criminaloidi che sembrano essere gli arrestati di oggi, se le accuse loro rivolte verranno provate, o se dietro il rogo c’è
una mano criminale più pesante e temibile.

Enrico Carella e Massimiliano Marchetti, i due finiti in carcere, risultano personaggi insieme significativi e inquietanti. Sono, intanto, due campioni dell’arte di arrangiarsi che tanta parte ha nel modello più recente di sviluppo economico della nostra regione, soprattutto in presenza di una scriteriata «deregulation» nelle procedure di assegnazione di appalti.

Una «deregulation» che, se non rende affatto più snelle e trasparenti le modalità, in compenso invita a frantumare i lotti interessati, a sminuzzare le partite complessive assegnate, a favorire il subappalto e il sub-subappalto, a privilegiare i ribassi d’asta esasperati, riducendo
le garanzie di qualità e affidabilità e aprendo spazi smisurati a imprese dai capitali di dubbia o oscura provenienza. L’impresa che, in ritardo sui lavori, pensa di salvarsi dalla penale appiccando un «piccolo incendio» - mal comune mezzo gaudio, devono aver pensato – è a pieno titolo significativa di un tale modello economico e di una tale logica degli appalti.

Ma è anche un luogo inquietante se, come sembra questa oggi indagata, è nelle mani di personaggi come gli arrestati. C’è una qualche grandezza imbecille in queste avventure, verrebbe da dire, se i due termini non si elidessero a vicenda. O forse c’è una sorta di follia in certe bravate delinquenziali che avvengono dalle nostre parti.

Uno è in ritardo con i lavori e cosa fa? Brucia la Fenice (la Fenice!)

Uno ha nostalgia della Serenissima Repubblica di Venezia e cosa fa? Costruisce una specie di carro armato e recupera mitra e lanciafiamme e occupa militarmente la piazza e il campanile di San Marco. Un altro, andando più dentro la follia, ha fretta di ereditare gli averi di famiglia e cosa fa? Uccide il padre e la madre in modo efferato. Storie diverse, certo, ma storie locali tutte, storie indigene doc.

La società veneta è spesso ipersensibile quando subisce danni o disagi ad opera di agenti esterni, ma non lo è altrettanto quando la causa è interna, quando il male o l’errore viene da dentro. Rimuovendole, queste vicende, si condanna tuttavia a riviverle, poiché viva ne rimane la radice.

Dopo il rogo della Fenice si è spesso ripetuto, pensando ai colpevoli, che «un veneziano non può averlo fatto». Bene, eccoli i veneziani che potrebbero averlo fatto. Il crimine, sciatto o ingegnoso, non rispetta nessuna identità e nessuna radice: esso è tale proprio perché nega ogni regola e afferma la sola regola dell’utile per chi lo commette. E nessuna identità e nessuna radice, se non sanno osservarsi criticamente, sono al riparo da un’intima, endogena produzione criminale.

La società veneta è stata, in questi anni, in questi ultimi due decenni, generosa di sforzi produttivi, creativi, solidali, ma non ha saputo mai interrogarsi criticamente e radicalmente sui guasti e sui “mostri” che ha prodotto. E invece sono, gli uni e gli altri, più un prodotto della sua normalità e comunque di situazioni
diffuse, che della sua patologia o di certi suoi circoscritti punti critici.

Questo vale per un’economia che ha trascurato i costi sociali e ambientali generati dal modello di crescita perseguito e vale per una società, per una comunità che ha sottovalutato le ricadute culturali e (dis)educative delle trasformazioni avvenute. Fino a quando non ci metteremo in testa che non solo piccoli impresari avventurieri ne sono il prodotto, ma anche i criminali sistematici come Felice Maniero, i terroristi fanatici come quelli di “Ludwig” o ferocemente razionali come i Freda, i Ventura, i Delfo Zorzi o certe schegge del terrorismo rosso, o i più degeneri prodotti della “crisi dei valori” (come si usa dire) come i Pietro Maso o i Gianfranco Stevanin, fino a quando non faremo i conti con ci ò che ha creato e reso organici questi personaggi - molto diversi tra loro, ma tutti radicati in questo ambiente – saremo condannati a ritrovarli, sia pure in sembianze mutate.

A volte, anzi sempre, ritornano, se non chiudiamo loro davvero la porta. La storia dell’incendio della Fenice, bruciata da veneziani che non avrebbero mai potuto farlo, oltre che una storia criminale e di ordinaria mala-economia, è la storia di una straordinaria degenerazione antropologica che occorre capire e combattere in profondità.
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(23 maggio 1997, Nuova Venezia)