Reportage / La solitudine di Van Gogh nel buio del caveau svuotato dal Covid

A Padova la mostra fantasma rimasta aperta per pochi giorni sino al 4 novembre. Goldin si aspettava 400 mila visitatori: ecco che fine ha fatto l'allestimento al Centro San Gaetano

PADOVA. Come il passeggero di un aereo dirottato in volo, Vincent ha perso il senso del tempo. Non sa più che giorno sia; non sa nemmeno, per la verità, se è giorno o se è notte. Qui dentro, all’improvviso, si è fatto buio, e buio è rimasto. Non c’è stato un altro giorno dopo il 4 novembre: eppure ricorda bene quando un anno fa, era gennaio, si era detto che avrebbe fatto un altro, lungo viaggio.

Destinazione Padova, questa volta: lo aspettavano in 400 mila, dicevano, e lui per sei mesi giorno dopo giorno li avrebbe visti sfilare uno a uno davanti a lui, i loro occhi fissi nel suo sguardo vago e velato, a cercare di capire ancora una volta, e ancora una volta senza riuscirci, il mistero della trasformazione della realtà in assoluta bellezza.

Quattrocentomila, dicevano. In effetti, ha saputo che in primavera quando la sua storia e le sue opere erano diventate piccole lezioni digitali per coltivare il desiderio di vederle, due milioni di persone (due milioni) si erano fermate davanti a uno schermo per vedere e desiderare. Se ne era parlato per settimane: dicevano che era un fenomeno senza precedenti. E adesso dove sono tutti? Ne ha visti sfilare ventimila all’inizio, è vero. Ma poi, d’improvviso, più nulla.

Da allora la vita ha preso un ritmo strano: non c’è proprio silenzio, intorno, anzi. C’è un suono basso e continuo, dicono sia l’impianto di climatizzazione; poi una volta alla settimana arriva qualcuno. Si sente il sibilo della porta blindata che si apre, i passi, arriva un piccolo gruppo di persone con la mascherina a coprire naso e bocca. Controllano che tutto sia a posto, ritirano le strisciate che certificano che di lui si stanno prendendo cura nel modo corretto: temperatura stabile 20 gradi centigradi, umidità 50 per cento, telecamere a infrarossi in funzione h24, guardie alla porta h24. Fisicamente, vorrebbe poterlo dire, sta bene; è l’anima che si sente ferita. Da quella finestra 44,5 X 37,2 che gli sta intorno come una cornice, il suo sguardo non ha più nulla su cui fissarsi, non ha più emozioni da scambiare.

La solitudine di Vincent non guarisce nemmeno quando pensa che in quella trappola non è solo. Prima della stanza dove c’è lui, ce ne sono altre due e chi ci abita se la passa anche peggio: disegni tracciati dalla sua mano, fogli così delicati e preziosi che non bastano per loro buio, termometro e umidità. Hanno dovuto coprirli, gli hanno messo addosso dei sudari di fibra di carbonio. Sono bianchi, eppure sembrano paramenti a lutto e in effetti anche se tutto questo doveva essere “I colori della vita” è un lutto davvero, perché qui dentro qualcosa – l’arte, la condivisione, l’esperienza della bellezza che dallo sguardo entra nelle vene e scorre nel sangue riscaldandolo – ogni giorno muore un po’.

Vincent van Gogh, Rose e peonie, 1886 - Otterlo, Kröller-Müller Museum

In fianco a lui ci sono i suoi “Fiori in un vaso blu”, e poco più in là, “Rose e peonie”: sono meno conosciute dei Fiori blu, ma lui sa che tantissimi tra quei ventimila che erano entrati nella sala ne erano rimasti folgorati, tanto che gli organizzatori avevano dovuto far stampare in tutta fretta le cartoline di quel dipinto, le più richieste. Adesso, anche le cartoline delle rose e delle peonie, assieme a cataloghi e calamite e segnalibri e blocchetti di biglietti, sono in un magazzino, anche loro aspettano senza sapere esattamente cosa.

Se ascolta, Vincent può sentire nella stanza vicina le chiacchiere notturne dei suoi amici di Arles: sono tutti lì, uno accanto all’altro. Una bella rimpatriata, nelle intenzioni: c’è il sottotenente Milliet, venuto da Otterlo, c’è Armand Roulin che è partito da Essen, e Joseph Roulin suo padre, che tutti conoscono come il postino anche se in realtà faceva lo smistatore, che invece sta a Winterthur, in Svizzera.

C’è Joseph–Michel Ginoux, quello che gestiva il Café de la Gare ad Arles con la moglie Madame Ginoux l’Arlesiana: lui è arrivato da Otterlo, lei da Roma. Li ha dipinti con affetto: se all’inizio erano i soli modelli su cui poteva contare per una serie di ritratti, alla fine erano davvero diventati amici. Ma adesso, nella solitudine di un incontro surreale, sembra che le loro espressioni siano cambiate: il sottotenente sembra stupito, il postino rassegnato, suo figlio scocciato. Madame si annoia, il marito ha l’aria offesa di uno che si aspettava tutt’altro.

Ma quello che ferisce nel profondo l’anima di Vincent è ancora più in là, in un’altra sala: lì dove soffia il mistral, dove le nuvole sono pensieri affastellati, dove s’intrecciano i tronchi dei pini, dove la natura urla. Dove sul campo arato di zolle viola il suo seminatore continua nel gesto pur sapendo che oggi quella terra è arida e, senza il calore che viene dallo sguardo della gente e dall’amore di quello sguardo, non potrà dare i frutti che aveva promesso.

Quella era la vita di Vincent, quella è la sua memoria. Quello è il mistero di ciò che i suoi occhi vedevano dove nessun altro riusciva, pur guardando, a vedere. Lì c’è la sua sconfitta, perché a forza di stare nel buio la mente si arrovella e vuole a tutti i costi trovare una ragione e sì, ha capito.

Lui, i suoi amici, i suoi fiori e i suoi giardini; lui, i suoi disegni, i suoi campi di grano e persino le sue Aringhe così poco conosciute e per questo così intriganti, sono solo la cima di una piramide che si è sgretolata alla base. Ha capito che se anche domani non fosse più un giorno arancione ma giallo (che insulto, per lui, che nemesi questo rovesciamento del senso del colore) la trappola non li lascerebbe liberi: perché non si passa di regione, perché il fine settimana non si può, perché mille perché.

Vincent van Gogh, Il seminatore, 1888 © 2020 Collection Kröller-Müller Museum, Otterlo, the Netherlands

Il Covone, quello sì, continua a brillare con il suo giallo sfacciato sotto il cielo nuvoloso: è nell’ultima stanza, è l’immagine che resta alla fine di questo viaggio struggente. I luoghi che dovevano vibrare di sguardi, curiosità, commenti bisbigliati, sorrisi, di corpi che si spostano per cercare la luce migliore sono asettici come un caveau, il ronzio incessante del climatizzatore è in realtà un urlo: tutta questa bellezza non ha senso se non è condivisa, tutta questa meraviglia sotto chiave spacca il cuore perché è a un passo e non la puoi sfiorare.

Tutto questo, alla fine, non ha senso. Perché se ti vuoi consolare, un’alternativa c’è: puoi andare a fare la spesa in un centro commerciale, addirittura a comprare una cucina che se te la monti da solo risparmi un sacco. Fai un po’ di fila, ti misurano la temperatura, ti sfreghi il gel sulle mani, sistemi la mascherina e vai. Purché non sia arte.

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Caro Théo

(....) È una cosa che deve fare il suo corso e probabilmente anche con delle precauzioni non riusciremmo a cambiare granché del nostro destino. Ancora una volta cerchiamo di accettare la nostra sorte così come si presenta. (. . .)
sempre tuo
Vincent
(lettera al fratello Théo,
Arles
lunedì 18 febbraio 1889)

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10 ottobre – 11 aprile

Poche rinunce: i visitatori sperano nella riapertura

“I colori della vita”, la grande mostra organizzata da Linea d’ombra a cura di Marco Goldin, ha aperto al Centro San Gaetano di Padova il 10 ottobre scorso, con una preview il 3 e 4 ottobre. Le prenotazioni, aperte molti mesi prima come nello stile di Linea d’ombra, erano state chiuse addirittura prima della vernice per non andare in overbooking. Dal 5 novembre, la chiusura in rispetto al nuovo Dpcm dettato dall’emergenza Covid. Da allora la mostra – 82opere tra disegni e quadri – è chiusa e le opere sono blindate, sotto la cura dei conservatori. Il 98 per cento dei prenotati non ha disdetto e spera di poter recuperare la data entro la chiusura, prevista per l’11 aprile. Tutti i musei nel mondo da cui provengono le opere sono attualmente chiusi causa pandemia.

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Quei drappi bianchi nel tempo sospeso

L’ingresso nella prima sala della mostra è un colpo al cuore: tutti i disegni sono coperti da teli bianchi a fibra di carbonio, un tessuto particolare che garantisce la protezione totale dei fogli. I disegni sono sempre i pezzi più delicati nelle mostre: conservati abitualmente al buio, non possono essere esposti per periodi troppo lunghi.

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Goldin: «Per noi situazione davvero complicata»

Gentili amici di Linea d’ombra, il proseguire delle chiusure delle mostre, dall’inizio di novembre, per ulteriori, altre settimane, ci getta ovviamente nello sconforto e, non ve lo nascondo, in una situazione economica che per Linea d’ombra si va facendo complicatissima. Però voglio continuare a parlare di pittura, a raccontarla, a scriverne, e lo farò fin quando sarà possibile”.

Si apre con queste parole il messaggio che Marco Goldin, il fondatore di Linea d’ombra, ha trasmesso alle migliaia di contatti della sua newsletter per annunciare un appuntamento (ieri sera, via Facebook) nel corso del quale racconta sei storie per altrettante opere esposte nella mostra “I colori della vita”.

Un messaggio, nei toni, inimmaginabile solo fino a qualche mese fa: negli ultimi 25 anni, Linea d’ombra non ha mai avuto cedimenti e si è imposta nel settore dell’arte come macchina inarrestabile nella produzione di mostre e nella divulgazione dei loro contenuti.

Nelle sue operazioni culturali, Marco Goldin ha la doppia veste di curatore e di imprenditore: lavora con le amministrazioni ma si accolla tutte le spese di gestione. Semplicemente, rischia in proprio. E questa volta il rischio era ben calcolato: Padova lo aspettava da anni, il progetto riguardava non una ma due mostre.

La seconda, attesa per ottobre, è già stata cancellata. Ogni giorno di chiusura, a zero incasso, Linea d’ombra continua a pagare assicurazioni, guardiania, climatizzazione, cura e tutela dei capolavori esposti. Ma la cosa più grave è che non potrà accedere ai ristori perché lo scorso anno (nel periodo su cui si basa la valutazione del danno), Goldin non aveva mostre in corso: stava lavorando alla curatela di questa, con la pubblicazione delle lettere di Van Gogh, della biografia dell’artista oltre che del catalogo.

In comune con Van Gogh, intorno al quale lavora da oltre 25 anni, dice di avere il carattere malinconico: «Ma io sono un malinconico pugnace». Fa capire che non si arrenderà: «Nel cassetto ho molti progetti già pronti», e che gli sarebbe impossibile vivere senza il contatto con il “suo” pubblico, quello che lo segue da sempre. Milioni di persone che ancora adesso continuano, con lui, ad aspettare i colori di Van Gogh, e della vita. —

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