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Covid, in Veneto cessa l’allarme nelle rianimazioni: negli ospedali ripartirà l'attività ordinaria

La decisione di Flor dopo un confronto con i direttori delle Ulss. La priorità a ortopedia, oculistica e screening diagnostico

VENEZIA. Il calo di contagi in atto dell’inizio dell’anno ( 93 mila il primo gennaio, 70 mila quelli censiti ieri) non legittima esplosioni di euforia: in Veneto l’epidemia permane diffusa, i decessi hanno superato quota ottomila e la vocazione del Covid-19 ai cambi repentini è un’evidenza scientifica.

La curva in discesa tuttavia coincide con una flessione dei ricoveri, sia in area medica che nelle terapie intensive (dove il tasso d’occupazione è sceso al 34%) e la circostanza determina una riduzione del livello d’allerta nel piano di sanità pubblica. Nel dettaglio, la soglia rossa - la più critica, adottata in presenza di oltre 400 malati in rianimazione - ha ceduto il passo all’attenuata arancione, con una ricaduta rilevante per la comunità: l’avvio del ripristino delle attività mediche e chirurgiche bloccate in fase d’emergenza.

La decisione, ventilata nei giorni scorsi, è scaturita dal confronto tra il direttore della sanità veneta e i manager di Ulss e Aziende: «Nelle cure intensive, da diversi giorni, abbiamo un centinaio di posti letto liberi», le parole di Luciano Flor «è ragionevole “congelarne” una parte e dirottare il personale in altri reparti, così da consentire il riavvio delle prestazioni sospese o rinviate».

L’allusione corre in particolare a due segmenti. Le attività chirurgiche non legate all’emergenza/urgenza - ortopedia extra traumatica, oculistica, otorinolaringoiatria - fin qui sacrificate alla conversione delle sale operatorie a beneficio dei malati critici; e le prestazioni diagnostiche, a cominciare dagli esami radiologici e dallo screening in ambito oncologico e cardiovascolare. Certo, a differenza della scorsa primavera - quando il picco della pandemia impose lo stop generalizzato ad ogni attività extraCovid - la seconda ondata ha prodotto effetti meno radicali nella contrazione dell’assistenza. Nondimeno, le liste d’attesa ordinarie si sono vistosamente allungate con conseguenze non banali sul fronte della prevenzione.

Ancora: le dimissioni crescenti di pazienti dal circuito rianimatorio e subintensivo impone uno sforzo ulteriore sul versante della riabilitazione, testimoniato dal rapido affollamento delle corsie di medicina. Sullo sfondo - ma in realtà in primo piano - l’evidente debito d’ossigeno di medici, infermieri e assistenti reduci da una stagione logorante che in svariate realtà - da Padova a Treviso, da Verona Vicenza - li costringe tuttora in prima linea.

Che altro? La riattivazione dei servizi procederà in modo graduale ma i primi effetti, si apprende, sono attesi a breve.

Un passo indietro. Il requisito fondamentale al fine di mantenere e consolidare il decremento dei ricoveri è rappresentato, com’è ovvio, dal contrasto all’infezione. A tale scopo il Governo ha introdotto le restrizioni vigenti che sul territorio veneto - è la previsione - si tradurranno nell’area arancione protratta sino alla fine di gennaio. È l’effetto dell’adozione di criteri più stringenti da parte dell’Istituto superiore di sanità che ha modificato i 21 indicatori scientifici del suo fatidico algoritmo per fronteggiare un’impennata dai contorni drammatici.

Paradossalmente, in assenza di correttivi, la collocazione del Veneto sarebbe rimasta in tinta gialla, stanti l’indice di trasmissibilità del virus inferiore all’1 (Rt 0,96), la dotazione di degenze intensive “elevabile” a mille posti letto e un’incidenza percentuale dei contagi sui tamponi effettuati crollata al 4% dopo il sì ministeriale al computo dei test antigenici rapidi accanto ai molecolari.

Tant’è. L’assenza di obiezioni al riguardo da parte del governatore Luca Zaia - impassibile dinanzi al “declassamento” - lascia trapelare una sostanziale condivisione del provvedimento, maturata alla luce dell’obiettiva diffusione del contagio e delle tensioni crescenti di un sistema ospedaliero per molti versi ammirevole, giunto però al limite della capacità di cura oltre il quale si profila il collasso. —


 

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