"Io apro": i baristi esasperati protestano anche in Veneto contro la serrata, ecco come e perché

A Padova e Venezia i primi disobbedienti, nel Trevigiano si punta al "pressing forsennato" e nel Bellunese sono chiari: "Riapertura alternativa al fallimento"

VENEZIA. Si avvicina la data nella quale i ristoranti di tutta Italia sono intenzionati ad aprire le sale da pranzo ai loro clienti. E anche in Veneto sembra che ormai la misura sia colma e ci sia l’intenzione di allinearsi anche se non ci trova di fronte ad una situazione omogenea.

Il diktat è il seguente: nei ristoranti viene garantita sicurezza e distanziamento, lasciateci lavorare. Venerdì 15 gennaio al grido di #ioapro molti sono intenzionati ad aprire i loro locali a pranzo e cena indipendentemente dalle decisioni del governo Conte. L’iniziativa ha già raccolto all’incirca 50 mila adesioni.

"E' una questione di sopravvivenza, siamo già al punto di non ritorno, ma ci proviamo lo stesso", spiega Umberto Carriera, il ristoratore “ribelle” di Pesaro che ha già collezionato multe e sospensioni per aver aperto alcuni suoi locali malgrado i divieti dei vari Dpcm. Tra Milano, Modena, Pesaro e Reggio Emilia, le città con maggiori adesioni finora registrate, si parla di circa quattrocento locali pronti a restare aprire.

"Non è mai stata presentata un'indagine epidemiologica che accerti i contagi nei locali, a differenza di quanto può accadere sui mezzi pubblici o nei supermercati - sostiene Carriera - Vogliamo poter lavorare, ma saremo i primi a puntare il dito contro chi non rispetta le norme di sicurezza", tanto da dotarsi di un Dpcm autonomo, nel gergo dell'ideatore dell'iniziativa un "Decalogo Pratico Commercianti Motivati". Tra le regole "un tavolo si e uno no - spiega Carriera - mascherina obbligatoria e conto alle 21.45".

LA SITUAZIONE A PADOVA

In città i disobbedienti conclamati sono già due: Matteo Scantamburlo, titolare di “Green Street Club” in via Dante, che invita pubblicamente sulla sua pagina Facebook ad andare a mangiare da lui per «disobbedienza civile»; e Alessio Di Muro, milanese, socio del ristorante “Bacareto” in via San Pietro, più riservato ma con lo stesso obiettivo: lavorare. I ristori sono briciole – dicono a gran voce i sovversivi della somministrazione – distanti anni luce dalla realtà.

A Padova baristi, ristoratori e titolari di palestre: no al Dpcm

Chiedono però la prenotazione per essere sicuri di poter rispettare le norme anti-Covid. Pronti a tutto dunque, malgrado l’azzardo. Un esercente pizzicato aperto infatti rischia 400 euro di multa e 5 giorni di chiusura, che fanno presto a diventare 30 o addirittura a trasformarsi in chiusura definitiva.

E anche per i clienti, l’altra faccia di questa medaglia eretica (quelli che incitano baristi e ristoratori, assicurando – almeno su Telegram – la loro solidarietà attiva) rischiano 400 euro di multa se beccati a consumare quando e dove non dovrebbero. Né quello di “IoApro” è l’unica forma di protesta in città. Anche Andrea Madonna, famoso titolare della pizzeria-ristorante “Cocò”, di via Vigonovese, ha spiegato in un video su Facebook che non pagherà le tasse finché non arriveranno ristori adeguati: «Ho perso mezzo milione di euro e, forse, mi spettano 5 mila euro di ristoro – spiega – In queste condizioni i soldi per le tasse, semplicemente, non ce li ho. Nel primo lockdown ho anticipato la cassa integrazione ai miei dipendenti (12, tutti con famiglia) in nome dei vent’anni di storia del mio ristorante".

"Abbiamo provato a lavorare con il delivery, ma il nostro business è la sera, è la musica dal vivo e tutto questo non c’è. La cosa vergognosa, oltre ai ristori, è che manca un piano di ripresa per i prossimi mesi, continuiamo a navigare a vista, eppure ci chiedono le tasse per intero».

"Intanto i ristori di Natale cominciano ad arrivare: «Martedì sono arrivati i primi contributi – conferma Filippo Segato, segretario Appe (Associazione provinciale pubblici esercenti) – Purtroppo come ci aspettavamo del tutto insufficienti: per un’impresa con 400 mila euro di fatturato, ad esempio, sono arrivati 20 mila euro, ovvero il 5%. Significa che se una persona aveva uno stipendio di mille euro ne percepirebbe 50".

"Comprendiamo dunque la protesta, è un sintomo del malessere della categoria. Violare le regole, sapendo a cosa si va incontro, significa aver raggiunto il livello massimo di esasperazione. Tuttavia sono comunque iniziative fuori legge e noi non intendiamo avvalorarle. Le associazioni di categoria sono enti seri che manifestano il disagio all’interno delle regole. I morti di questi giorni non consentono di pretendere di aprire, quello che dobbiamo fare è spingere su ristori adeguati».

LA SITUAZIONE A VENEZIA

Anche a Venezia il fronte degli esercenti ribelli vedrà il 15 gennaio alle 17,30 una “giornata di riapertura. L’hashtag della protesta, #Ioapro, gira per i social, dopo l’iniziativa di esercenti di Piacenza e Sardegna e anche nel centro storico ci sono “ribelli” pronti a tenere aperto nonostante le misure del governo.

Lo annuncia dal suo sito il Movimento libertario che annuncia un’iniziativa in due locali, adiacenti, di calle larga dei Bari a Santa Croce. Iniziative di protesta, figlie del malcontento che dilaga, che non sono appoggiate dalla Fipe Confcommercio, come ribadisce il direttore Ernesto Pancin, ma che hanno facile presa nel terrore di molti di non riaprire. Servono ristori certi e invece dalle categorie continuano a ripetere che c’è chi non ha visto indennizzi.

«Le parole d’ordine devono essere: immediatezza e adeguatezza. Se i ristori non hanno queste caratteristiche, per molte attività la chiusura sarà ineludibile. Chi è al governo, prima di lanciarsi in proclami, verifichi bene qual è la situazione e si attivi per fare in modo di poter dire al più presto, stavolta sì a buona ragione, che i ristori sono stati erogati», ribadisce Massimo Zanon, presidente di Confcommercio metropolitana. Al lavoro per gli aiuti è il Comune di Venezia.

L’assessore al commercio, Sebastiano Costalonga, conta di chiudere il Protocollo d’intesa tra le associazioni degli esercenti e ristoratori e quelle delle proprietà immobiliari (Confedilizia, Uppi, Curia, Demanio) per ridurre il peso degli affitti su attività che non possono lavorare.

«Dobbiamo evitare una Venezia in svendita con acquisti di attività da parte di imprenditori cinesi, per esempio. Posso comprendere chi si lamenta e protesta ma certi comportamenti sono a rischio sanzioni se non si rispettano le restrizioni», dice Costalonga.

«Io sui ristori e le chiusure dei locali sono sempre stato critico: gli esercenti con tutte le limitazioni possono lavorare e i soldi dei ristori potevano andare al trasporto pubblico, per esempio, che è in grave difficoltà. A Roma devono comprendere che la situazione di Venezia è talmente drammatica che occorre agire subito. Se il turismo, principale economia della città, non torna occorre investire su altre strade: riportare in città aziende. Penso al centro internazionale di studi climatici o delle politiche green: apriamolo, ma in fretta. Con nuovi lavoratori si potrà sopperire all’innegabile crisi del mondo della ristorazione e degli esercenti», conclude.

PREOCCUPAZIONE A TREVISO

La riapertura in zona arancione dopo le feste dell’Epifania ha alimentato il nervosismo di bar, ristoranti, pasticcerie. Perché servire da asporto aiuta, ma non basta più. Soprattutto dopo quanto passato, e con la prospettiva perennemente incerta sul futuro. Il Veneto sarà ancora zona arancione? Rossa? E soprattutto: per quanto? A livello nazionale c’è chi lancia iniziative di protesta eclatanti: locali aperti venerdì. Nella Marca si frena, e si sceglie una strategia diversa: pressing forsennato.

A Treviso la protesta di baristi, osti e ristoratori pronti alla serrata contro il dpcm

A guidarla Treviso Imprese Unite, rappresentata da Andrea Penzo Aiello. Aiello, per molti ristoratori, specie i “piccoli”, l’anno si è aperto in affanno.

Qual è la situazione?

«Oggi settore è alla canna del gas: non lavorare a Natale, Capodanno, Epifania e ora fare solo asporto ed essere chiusi è una mazzata».

Quanta autonomia hanno, secondo Imprese Unite, le aziende del settore?

«Molte delle medio piccole 20 giorni. Poi se si continua così in tanti andranno ko. Purtroppo si è spremuto tutto quello che si poteva».

Indennizzi?

«Sono iniziati ad arrivare martedì, ma coprono appena il 20% e guarda caso ecco l’arrivo dei conguagli Irpef per i dipendenti».

Guardacaso?

«Beh, i soldi a novembre sono arrivati prima dei versamenti Inps, quelli di Natale prima del conguaglio Irpef. A pensar male si fa danno ma come diceva il detto? Di fatto: i soldi sono entrati da una parte e usciti dall’altra».

Siete andati in piazza, tornerete?

«Giovedì ci saranno presìdi sotto le prefetture, vogliamo essere ricevuti e portare le nostre istanze. Venerdì sera faremo un flash mob : i locali con sala apparecchiata, musica accesa e dentro però solo lo staff dalle 8 alle 22 senza clienti. Vogliamo far capire che se tornassimo “gialli” possiamo e dobbiamo riaprire. Non vedo perché a pranzo sì e la sera no. Questioni di servizio? Fesserie. E allora la domenica a pranzo? Perché siamo aperti?».

Porte chiuse ai clienti? Martedì altre sigle proponevano la disobbedienza.

«Nessun cliente. Chi propone iniziative a porte aperte non sa quel che fa, e non sa cosa rischia. Già è facile puntare il dito sui “locali untori”, manca solo dare l’occasione giusta. Quelle sono idee di chi cerca visibilità, noi vogliamo la tutela delle salute, ma anche lavorare e vivere».

L’asporto a cosa basta?

«A poco, spesso pochissimo. Ma oggi anche 10 euro giornalieri permettono di mangiare. Si, è una situazione senza dignità».

Che cosa chiedete?

«Ristori subito e veri, commisurati al fatturato perso, e va bene siano scontati di quanto dato fino ad ora. Altrimenti l’assicurazione che a marzo ci permetteranno di lavorare tutto il giorno: non possiamo perdere anche la primavera».

“Respiriamo già tutta la pesantezza della tensione sociale, manifestare il dissenso e le proprie posizioni è un diritto fondamentale, cerchiamo solo di non accendere micce che non sappiamo a quale deflagrazione potrebbero condurre”. A esprimere grande preoccupazione il segretario generale della Filcams Cgil trevigiana Alberto Irone, dopo l’annuncio del flash mob organizzato per venerdì prossimo dall’associazione che raggruppa i ristoratori “Veneto Imprese Unite”.

“Dobbiamo tenere alto il senso di responsabilità di tutti, per primi coloro che rappresentano l’impresa e i lavoratori. Più che sacrosanto e legittimo protestare contro quelle scelte governative regionali o nazionali che crediamo lesive di diritti – sottolinea Alberto Irone – ci vuole però ponderatezza nell’azione di protesta e intransigenza per chi compie comportamenti illegali, e tutti, nessuno escluso, Istituzioni locali comprese, puntino nelle parole e nei fatti alla coesione sociale”. “Se la convinzione unanime è che solo uniti vinceremo sul virus lo si dimostri – conclude Irone – trovando le vie del dialogo e del confronto con le Istituzioni a tutti i livelli e non accendendo micce, le cui imprevedibile esplosioni potrebbero portare danni inimmaginabili al sistema sociale ed economico del nostro territorio”.

LA SITUAZIONE A BELLUNO

Da Belluno a Feltre, sono tanti i gestori che annunciano l’alzata delle serrande per venerdì: «Se va avanti così siamo destinati a chiudere in maniera definitiva, non riusciamo più a far quadrare i conti» , afferma Marzia Pezzin dell’omologo bar di Lentiai a Borgo Valbelluna. «Se non arrivano ristori concreti, la nostra sola alternativa al fallimento è la riapertura. Questo rispettando tutte le normative anti-covid vigenti ovviamente». 

PERBELLINI NON ADERISCE

Giancarlo Perbellini

«Non aderisco alla protesta, comunque se si arriva a questo punto purtroppo un problema c'è». Lo dice lo chef stellato Giancarlo Perbellini riguardo alla protesta annunciata da un gruppo di ristoratori per il 15 gennaio, quando apriranno i loro locali anche di sera per contestare le misure annunciate con il prossimo Dpcm. «Purtroppo - spiega - non c'è chiarezza, non c'è una decisione finale, ma restiamo sempre in attesa fino all'ultimo giorno di cosa fare». «Aprire e chiudere così a spot è deleterio - aggiunge Perbellini - e sicuramente esaspera gli animi. Poi credo che andare contro la legge non vada mai bene». Giancarlo Perbellini fino a mercoledì aveva aperto solo uno dei suoi 9 locali, una pasticceria a Verona, oltre alla nuova locanda bistrot a Milano, attiva solo con l'asporto.

«Noi abbiamo chiuso il 23 dicembre pensando che il 6-7 gennaio saremmo rientrati e abbiamo dovuto aspettare la sera dell'Epifania per sapere che non rientravano» conclude Perbellini. «Credo ci debbano essere decisioni più ferree - conclude - Se si chiude si resta chiusi, ma non aprire e chiudere come una fisarmonica. Per il nostro mestiere, perché non è un negozio».

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