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In Veneto non bastano i vaccini: le dosi non garantiscono l’immunità di gregge entro l’anno

Il tam tam da Venezia a Roma, la nota dell’Oms. Crisanti: «Non alimentiamo aspettative illusorie»

VENEZIA. L’allarme, sussurrato a mezza voce, è diventato un tam tam assordante. La prevista dotazione di vaccini del nostro Paese appare, realisticamente, insufficiente a garantire la copertura completa della popolazione entro settembre, secondo il piano illustrato dal commissario all’emergenza Domenico Arcuri.

Una previsione amara, fondata ahinoi sulla combinazione di più fattori. La fornitura settimanale di Pfizer-BioNTech limitata a 450 mila dosi settimanali e caratterizzata dalla necessità di abbinare alla prima iniezione il richiamo; la modesta entità delle forniture di Moderna (oggi arriverà un “assaggio” di 47 mila dosi, ne sono attese 746 mila in due mesi); le criticità nel trial clinico di AstraZeneca, il vaccino messo a punto da Oxford al quale l’Italia affida buona parte delle chance: sia l’agenzia europea del farmaco (Ema) che l’americana Fda hanno avanzato richieste di chiarimento circa il dosaggio e l’intervallo.

Incerte le prospettive riguardanti Johnson & Johnson e Sanofi/GSK (orientate a privilegiare i rispettivi mercati statunitense e francese), impraticabili o quasi le trattative bilaterali con i produttori - allettati dalle offerte cospicue del mercato extraeuropeo - mentre il sospirato vaccino tricolore Reithera, si apprende, non avvierà la produzione su vasta scala prima dell’autunno.

Morale della favola? «Numeri alla mano, la copertura integrale della popolazione non potrà avvenire prima delle fine dell’anno», commenta con la consueta schiettezza il microbiologo Andrea Crisanti, lesto peraltro a riconoscere la complessità dell’operazione: «Non stiamo parlando di un’antitetanica, le autorità sanitarie e di governo sono chiamate ad affrontare problemi straordinari sul piano dell’approvvigionamento e della distribuzione. Perciò evitiamo di alimentare aspettative illusorie».

Parole alle quali, in serata, fa eco l’Organizzazione mondiale di sanità: «L'immunità di gregge Covid non sarà raggiunta nel 2021», è la previsioni della virologa Soumya Swaminathan che sollecita allora il mantenimento del distanziamento sociale e delle mascherine, mentre il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus chiede «un impegno collettivo per far sì che entro i prossimi 100 giorni le vaccinazioni per gli operatori sanitari e i soggetti ad alto rischio siano in corso in tutti i Paesi».

Scarseggia la materia prima, sì, tanto che la sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, invita ad utilizzare immediatamente le quantità disponibili, senza riservarle al richiamo, mentre Giorgio Palù non nasconde gli ostacoli e, sul Corriere della Sera, già delinea una sorta di piano B: «Entro giugno», assicura il presidente di Aifa «dovremmo comunque aver assicurato la protezione dal virus a 15 milioni di persone fra operatori sanitari, ospiti delle residenze per anziani e popolazione sopra gli 80 anni». Altro fronte, tutt’altro che secondario, è quello della macchina vaccinale messa a punto dalle Regioni, con evidenti dissonanze da un capo all’altro del Paese.



Il Veneto, dal Vax Day natalizio ad oggi, occupa stabilmente il podio nazionale delle somministrazioni ma l’impressione malcelata è che le dotazioni ricevute risultino inferiori sia alle potenzialità che agli ambiziosi obiettivi annunciati. Nelle ultime ventiquattr’ore sono state 5.639 le dosi inoculate sul territorio regionale, pari al 91,9% dell’ultimo lotto ricevuto e all’11,1% di quelle eseguite nel Paese, ovvero 654.362. Venezia, Padova e Treviso fanno la parte del leone ma un plauso particolare lo merita Belluno, che ha già iniziato la tornata di richiamo. L’impegno è generoso, il traguardo è assai lontano. —


 

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