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I 1.000 posti “gonfiati” delle terapie intensive hanno abbassato la soglia del rischio in Veneto, causando ritardi decisivi

Dietro le quinte. Margherita Miotto, ex "anima" della Dc veneta, già parlamentare Pd e poi assessore al Sociale nella giunta regionale, spiega gli errori della strategia di Zaia che rischiamo di pagare molto caro

L’analisi

L’ampia intervista del dottor Agostino Miozzo coordinatore del CTS, il Comitato scientifico di consulenza per le misure di prevenzione necessarie a fronteggiare il Covid, finalmente fa luce sulla catena decisionale per attribuire le misure di restrizione imposte alle regioni dal ministro della Salute con le zone gialle, arancione e rosse.


Quando Miozzo afferma che è stato “colpito positivamente dalla richiesta di Zaia per portare il Veneto in zona arancione” dà un grande contributo a chiarire la verità e a rispondere agli interrogativi di molti che in Italia si sono domandati per quale ragione il Veneto permanesse in zona gialla nonostante molti indicatori, in particolare quelli sul numero assoluto dei malati Covid nelle terapie intensive e sul numero totale dei deceduti, fossero fra i peggiori in Italia, senza contare l’indice Rt fra i più alti.

Per settimane di fronte agli appelli dei professionisti della sanità e degli ordini dei Medici che reclamavano la zona rossa, il Presidente Zaia ha sostenuto che la decisione non gli competeva e che spettava all’Istituto Superiore di Sanità e al Cts. Ora veniamo a sapere che ciò non è vero, o meglio, le cose potevano andare diversamente.

Potevano andare diversamente perché in base alle norme vigenti (d.l. 19/2020 e d.l 125/2020) il Presidente Zaia avrebbe potuto elevare il livello delle restrizioni indicato dal Governo di fronte al diffondersi della pandemia che da diverse settimane in Veneto viene definita “fuori controllo”. Lo sa bene che poteva farlo, avendo già esercitato quel potere anche se solo con provvedimenti light; perché non lo ha esercitato in modo più incisivo per evitare la pressione straordinaria sulle strutture sanitarie che sono al limite del collasso? Ora ha usato quel potere per tenere le scuole superiori chiuse fino al 31 gennaio, mentre saggiamente il dottor Miozzo invoca «un meccanismo di decisione centralizzata che superi il potere delle autorità del territorio» perché sostiene che «l’anarchia» fa pagare un conto salatissimo alle giovani generazioni.

Potevano andare diversamente perché ora veniamo a sapere che il Presidente poteva chiedere al Governo ciò che autonomamente non voleva fare e cioè l’aggravamento delle misure di restrizione. Perché non lo ha fatto ed ha preferito nascondersi dietro le competenze scientifiche nazionali? Se è vero, come è vero, che le regioni fanno parte della Cabina di Regia per il monitoraggio del livello di rischio, come può sostenere che la questione dei “colori” è esclusivamente tecnica?

Che significato ha l’affermazione del dottor Miozzo che attribuisce a Zaia di «essere sempre sul pezzo»? Se fosse vera, perché ha trascurato l’andamento preoccupante dei casi e ha fatto spallucce ai tanti che hanno avanzato dubbi sulle modalità di valutazione dei dati trasmessi dalla Regione da ottobre a Natale, al ministero della Salute?

Facciamo l’esempio dell’indice di occupazione delle terapia intensive. In apparenza è facile da rilevare, tuttavia si espone ad interpretazioni che influiscono nella valutazione del rischio per la collocazione nelle zone di diverso colore.



La Regione Veneto applicando le indicazioni governative ha previsto l’aumento dei posti letto di terapia intensiva dai 559 programmati in epoca pre-Covid ai 1000 dichiarati al ministero della Salute, nonostante l’indice fissato dal Governo dello 0,14/1000 consentisse una soglia inferiore pari a 750.

Perché il Veneto diventa prima regione in Italia per la dotazione di posti in terapia intensiva? (Vedi il report sul sito Agenas: https://www.agenas.gov.it/covid19/web/index.php?r=site%2Fgraph3).

Le norme in vigore prevedono che il tasso di occupazione dei posti letto Covid in terapia intensiva non debba superare il 30 per cento altrimenti si passa in zona critica che influisce sulla valutazione del livello di rischio che a sua volta influenza l’attribuzione del colore alla Regione, per cui “gonfiare” la dotazione programmata allontana nel tempo il raggiungimento della soglia critica. Ma questa si rivela una strategia miope e pericolosa perché non previene il contagio, ma lo rincorre favorendone la diffusione.

Inoltre c’è una seconda anomalia da chiarire: i posti letto programmati debbono essere operativi e quindi dotati delle attrezzature necessarie ma anche del personale specializzato che purtroppo è difficilmente reperibile, come confermato dalle dichiarazioni del presidente Zaia del 19 ottobre 2020. I posti letto effettivamente attivati sono circa 700 come da dichiarazioni ripetute dei tecnici regionali in queste settimane, mentre altri 300 sarebbero attivabili mediante riconversione anche delle sale operatorie e del personale che dovrebbe essere trasferito da altri reparti ed opportunamente formato per una funzione assai complessa ed impegnativa.

Invece la situazione del Veneto nel sito Agenas https://www.agenas.gov.it/covid19/web/index.php?r=site%2Ftab2 appare con 1000 posti tutti attivati, diversamente dalla realtà; anche in tal caso il superamento della soglia critica del 30 per cento viene spostata nel tempo: il 30 per cento sui 1000 previsti è stata superata a fine novembre mentre il 30 per cento sui posti realmente attivati è stato raggiunto il 12 novembre.

Tutto ciò non è opinabile, è lo stesso dottor Silvio Brusaferro (presidente dell’Iss) che afferma il 17 novembre scorso: «Il dato calcolato nel modello di rischio tiene conto dei posti letto attivi e di quelli occupati su quelli attivi». Quindi basare ogni valutazione sui 1000 posti teorici altera il risultato. Infatti se il 12 novembre fosse partito l’allarme (meglio ancora a fine ottobre) sarebbe scattato il passaggio in zona arancione o rossa e ciò avrebbe consentito un rallentamento della pandemia evitando malattie e morti, come dimostra l’esempio della Toscana.

Difendere a tutti i costi il permanere in zona gialla è stata una strategia miope e sta avendo conseguenze disastrose umane, sociali e perfino economiche sulla popolazione veneta. —

*Ex vicesegretaria

della Camera dei deputati

Già assessore alle Politiche Sociali della Regione Veneto




 

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