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Veneto maglia nera d’Italia: l’ex direttore generale della Sanità regionale spiega perché, e sono bordate

Lotta al Covid, Franco Toniolo: "La fascia gialla plus è stata un liberi tutti, e poi si è fatto un eccessivo ricorso ai tamponi rapidi.  Il modello veneto nasce nel lontano 1975 e non c’entra nulla con l’attuale gestione” 

VENEZIA. Durante la prima ondata della pandemia da Covid 19 il Veneto fu unanimemente elogiato per il suo “modello sanitario”, a partire dal suo Presidente Zaia, che faceva intendere di averlo sostanzialmente inventato lui. Durante la seconda ondata il Veneto si sta rivelando maglia nera delle Regioni - con numeri impressionanti di contagi e di decessi - e da più parti si dice che il suo “modello” è fallito.

E’ così? In che cosa consiste, quando è nato il modello e perché i risultati sono stati così diversi?

1. Dagli albori alla “Riforma della Riforma” del 1992.

Il c.d. “modello veneto” dell’organizzazione dei servizi sanitari e sociali ha una lunghissima gestazione. E’ strettamente connaturato alla cultura e tradizioni venete. E’ noto che gli ospedali nascono con la pubblicizzazione delle IPAB (Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficienza) per effetto della riforma ospedaliera “Mariotti” del 1968. Il Veneto era (è tuttora) ricchissimo di IPAB, anche in virtù della cultura e presenza sociale cattolica, essendo essenzialmente il risultato di donazioni stratificatesi nel tempo. Però la Regione del Veneto ha dovuto subito provvedere ad una riprogrammazione (L. r. 12/1974), dato che le IPAB (e quindi gli ospedali) non erano certo ben distribuite sul territorio. E molti posti letto ospedalieri furono riconvertiti in strutture territoriali di prevenzione e assistenza primaria. Dal punto di vista organizzativo e assistenziale il Veneto (L. r. 64/1975) con i “Consorzi sociosanitari – Ulss” anticipò la Riforma sanitaria (L. 833/78).

La prima vera e propria programmazione dei servizi sanitari viene stabilita con il “Piano sociosanitario 1982-84” (L. r. 13/84), che contestualmente definisce organizzazione e politiche sia per l’assistenza ospedaliera che per quella territoriale.

Ecco l’origine del “modello veneto”, che quindi affonda le sue radici molto indietro nel tempo, ben prima del 2010, anno della prima Giunta Zaia.

Chi erano gli attori, politici, istituzionali e sociali?

Politici. Innanzitutto la DC, ma anche l’opposizione di allora (PCI in particolare), che nel merito ha sempre attivamente sostenuto tale modello.

Istituzionali. I Comuni furono costantemente consultati (talvolta con confronti aspri sulla riconversione degli ospedali), nonché le Università, con le loro eccellenze assistenziali e formative.

Sociali. Le organizzazioni sindacali, il composito mondo del sociale, le professioni, furono egualmente protagoniste.

I confronti con le odierne politiche e relazioni ognuno potrà agevolmente farli.

La abbondante produzione normativa della Regione prosegue con successivi provvedimenti a dimostrazione dell’efficienza programmatoria e della costante attenzione all’adattamento dell’offerta ai nuovi bisogni di salute (più prevenzione e riabilitazione, e appropriatezza della cura). (1)

2. “Riforma bis” del 1992/93 e “Riforma ter” del 1999.

Giova ricordare che in Italia - complice anche la forte autonomia costituzionalmente garantita alle Regioni proprio in sanità – si sono consolidati diversi “modelli” organizzativo-gestionali. Volendo semplificare al massimo questi si possono ricondurre a due diverse filosofie.

La prima – quella “concorrenziale” – incentra la sua azione sulla “prestazione”, sul singolo atto (complesso o semplice che sia), lo riconosce e remunera (il DRG). La Regione ha un ruolo più che programmatorio, regolatorio, con forte protagonismo dei gestori, pubblici e privati, messi in concorrenza. L’esempio più eclatante di questa filosofia è la Lombardia. Ed infatti questo modello è ospedalocentrico, poco territoriale e ancor meno integrato.

La seconda – quella “programmatoria” – guarda maggiormente ai bisogni della persona e della collettività in modo unitario e non separabile (approccio “olistico”). Quindi è più importante la presa in carico, la continuità assistenziale, l’integrazione sociale-sanitario. La Regione ha un ruolo programmatorio e vi è la preminenza del pubblico, con il privato che ha una funzione integrativa. L’esempio più eclatante di questa filosofia è il Veneto (anche l’Emilia Romagna, Toscana e altre).

Protagonista dal punto di vista politico è la nuova maggioranza regionale (1995, post DC-PSI ecc.) che opera in assoluta continuità con “l’ottimo modello ereditato”. Il Presidente resisterà alle pressioni di parte della sua stessa maggioranza (Lega e AN), che voleva adottare il “modello lombardo”. (2)

Il primo “Piano sociosanitario 2012-16” della nuova Amministrazione (Zaia) ancora risente della vecchia impostazione e quindi nel complesso è condivisibile: a fronte di ulteriori tagli ai posti letto ospedalieri, programma altrettanti investimenti in strutture territoriali (ospedali di comunità, hospice ecc.) e un potenziamento del territorio. Ma mentre i tagli vengono fatti, le attivazioni sono circa la metà e con molto ritardo.

La svolta si ha con la L. r. 19/2016 che riforma le ULSS (da 21 a 9), istituisce l’Azienda Zero - che accentra tutto - e con l’ultimo “Piano sociosanitario 2019-23”.  E’ assolutamente evidente l’inversione di tendenza, sia nel rapporto ospedale-territorio (a discapito di quest’ultimo che subisce importanti tagli), sia nell’integrazione sociale e sanitario; vi è la sostanziale privatizzazione delle RSA-Case di riposo, un incremento del privato, ecc.

Insomma, nonostante una dichiarata volontà politica di confermare il modello veneto e il suo asse principale costituito dalla integrazione ospedale-territorio e sociale-sanitario (conferma che non va sottovalutata perché espressione di una forte adesione della popolazione regionale a quel modello) si è operato nei fatti un avvicinamento al “modello lombardo”, respinto anni prima. (3)

3. La pandemia.

Lo scoppio della pandemia di Covid 19 ha al momento fermato questa deriva. Anzi il Presidente Zaia ha riscosso un forte consenso rivendicando come merito della attuale maggioranza politica regionale se il Veneto, grazie al suo modello, ha retto meglio di altre Regioni (Lombardia in primis) durante la prima ondata, anche grazie al lock down nazionale. Il problema è che invece, con la seconda fase, la forza residuale del modello veneto, a parole riconfermato ma operativamente indebolito, ha visto esaurire la propria capacità di risposta.

Per cui l’impatto della seconda ondata – nonostante l’impegno di alcune istituzioni, in particolare l’Università di Padova (zona rossa a Vo’ Euganeo durante la prima ondata e altro) e di tutti i qualificati ed encomiabili medici e operatori sanitari – ha fatto sentire fortemente il suo impatto. Che queste non siano solo opinioni si può accertarlo guardando alle innumerevoli prese di posizione pubbliche proprio dei loro rappresentanti.

Nella seconda ondata infatti il Veneto è la peggiore Regione d’Italia.

Alcuni hanno tratto frettolose conclusioni, affermando che il modello veneto ha fallito, non è un modello da seguire.

Una pandemia come quella in atto nessuna Regione, per quanto organizzata, può affrontarla se a monte c’è un sostanziale “liberi tutti”, costituito dalla zona gialla. Paradossalmente il fatto di essere bene organizzati (i dichiarati 1000 posti letto di terapia intensiva, ad es.) ha contribuito a ritenere che la pandemia si potesse gestirla. Senza entrare nelle polemiche sui dati, quello che emerge con evidenza è che sono le stesse autorità regionali a dire che dai 700 effettivamente organizzabili per arrivare a 1000 si dovrebbero sostanzialmente utilizzare tutti quelli dedicati alle sale operatorie, paralizzando di fatto il sistema, che non potrebbe curare altro… Sono evidentissimi comunque e non contestabili i numeri dei contagiati e dei decessi, i più alti d’Italia. Di fronte ai quali la normativa nazionale consente (consiglia…) di adottare misure più stringenti da parte dei Presidenti di Regione (non palliativi come il “giallo plus”).

Le modalità d’uso dei tamponi rapidi hanno creato ulteriori problemi. Il Veneto ne ha usati molti di più di altre regioni, e continua. L’Istituto superiore di sanità ha raccomandato che l’uso sia per screening della popolazione (es. scolastica) e non per il personale sanitario del SSN e il personale e gli ospiti delle RSA per anziani, cioè in ambienti delicati e pericolosi per la diffusione del contagio. Il Veneto invece così non ha fatto, e i risultati sono purtroppo sotto gli occhi di tutti.

Le responsabilità non stanno nel modello veneto ma nella incoerenza delle scelte politiche e gestionali, che lo hanno indebolito.

Venezia, 4 gennaio 2021

*già Direttore Generale Sanità e Sociale Regione Veneto e già Presidente Agenas

***

(1) F. Toniolo - C. Beraldo: “Vent’anni di sanità ed assistenza nel Veneto.  Storia critica della legislazione regionale ed analisi delle principali normative nazionali dal 1972 al 1992”, Egida editore (VI)

(2) F. Toniolo: “Sanità e Regioni. Dalla riforma “bis” del 1992 al “Nuovo patto per la salute 2006-08”, F. Angeli 2009

(3) Pubblicazioni dell’APS VERSO, Veneto Ricerca Sociale; “verso-online.com”

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