Coronavirus, scienziati spaccati sui vaccini. Viola: "E' sicuro", Crisanti: "Senza dati non lo farei"

In attesa che in Veneto arrivino le prime dosi del vaccino Pfizer, destinate a personale sanitario e anziani fragili, tra gli scienziati veneti si apre il dibattito. Due i fronti aperti: sicurezza ed efficacia del siero che ci proteggerà dall'infezione virale. Ecco le posizioni dell'immunologa Antonella Viola e del microbiologo Andrea Crisanti

PADOVA. "Se a gennaio io venissi chiamata per la vaccinazione con il vaccino della Pfizer, non avrei nessun dubbio e sarei molto contenta di farmi vaccinare". Così Antonella Viola, epidemiologa e docente dell'Università di Padova. "Normalmente ci vogliono dai 5 agli 8 anni per produrre un vaccino. Per questo, senza dati a disposizione, io non farei il primo vaccino che dovesse arrivare a gennaio", ecco Andrea Crisanti, microbiologo e docente dello stesso ateneo, padre del modello Vo'.

In attesa che le prime dosi di vaccino anti-Covid arrivino in Italia così come in Veneto si apre il dibattito tra scienziati. Come è prassi in tempi di Covid, a far da sfondo alla discussione non ci sono più i convegni scientifici, ma la televisione, i giornali, i social network.

Crisanti, in tv, ha detto chiaramente che ha i suoi seri dubbi sui primi sieri che saranno immessi sul mercato. Viola, sulla pagina Facebook che porta il suo nome, nata per comunicare la scienza, esprime un parere opposto.

Ecco le posizioni contrapposte espresse dai due scienziati

Antonella Viola: lo farei subito. "Se a gennaio io venissi chiamata per la vaccinazione con il vaccino della Pfizer, non avrei nessun dubbio e sarei molto contenta di farmi vaccinare. E non perchè sono incosciente o inconsapevole, esattamente per il motivo opposto: ho studiato il vaccino, so come è fatto e come funziona, ho seguito la sperimentazione e conosco le regole ferree che lo porteranno (speriamo) all'approvazione. La conoscenza libera dalla paura dell'ignoto".

Viola utilizza le sue doti di comunicatrice per svelare ciò che di scientifico c'è dietro le sue affermazioni:
 
Perché c'è dolore sul luogo dell'iniezione. "Il vaccino è fatto da un involucro di grassi (lipidi) simili a quelli delle nostre cellule. Questo involucro, quando iniettato nel muscolo, può causare infiammazione. L'infiammazione è una reazione dei nostri tessuti e si manifesta con arrossamento, gonfiore e dolore. Questo non capita a tutti, anzi! Ma in una piccola percentuale di persone può accadere che ci sia arrossamento localizzato e dolore muscolare.
 
 
Il tutto si risolve in poche ore. A volte l'infiammazione causa il rilascio di molecole prodotte dalle nostre stesse cellule e queste, se in concentrazioni alte, possono lasciare il muscolo e raggiungere il resto del corpo".
 
Perché la stanchezza, il mal di testa e la febbre. "Ecco che in una piccolissima percentuale di persone (siamo tra il 2 e il 4%) si può avere stanchezza, mal di testa o febbre. Come quando abbiamo l'influenza. Il tutto scompare in poche ore. Questi involucri lipidici vengono degradati rapidamente e non possono causare danni a lungo termine.
 
Di cosa è fatto il vaccino? Per quanto riguarda il contenuto degli involucri, si tratta di una molecola di RNA messaggero, cioè sono delle istruzioni per dire alle nostre cellule di produrre una proteina. Tutto quello che fa questo mRNA è di farci produrre una proteina. Nessun virus quindi e nessuna modifica del nostro DNA: solo una proteina. Questa proteina verrà riconosciuta dal nostro sistema immunitario come qualcosa di nuovo, producendo anticorpi contro di essa.
 
Gli anticorpi prodotti saranno in seguito in grado di bloccare il coronavirus e proteggerci. Anche in questo caso, si può generare infiammazione che si può manifestare a livello locale o, nelle piccole percentuali che vi dicevo prima, anche con mal di testa o stanchezza o qualche linea di febbre. 
 
Certamente sarebbe meglio avere un vaccino che non ha nessun effetto collaterale, seppur lieve, sul 100% delle persone, ma credo che, se anche io dovessi essere tra i pochi a sviluppare qualche sintomo, tutto sommato accetterei di buon grado qualche ora di mal di testa a fronte di essere protetta dal COVID-19!"
 
Effetti a lungo termine. "Per quanto riguarda la possibilità di effetti a lungo termine, la scienza li esclude, proprio per la natura del vaccino: lipidi e mRNA si degradano e non possono causare alterazioni stabili. 
Ricordiamo che il vaccino, quando arriverà, avrà concluso una fase III con oltre 40.000 persone coinvolte e sarà approvato solo se in queste persone non avrà causato effetti collaterali importanti.  Quindi non ascoltate chi insinua dubbi sui vaccini: la scienza non accetta scorciatoie ed è aperta alla verifica dei dati".
 
Viola non cita il professor Crisanti, ma le sue parole scettiche sulla vaccinazione rieccheggiano nel lunghissimo post dell'epidemiologa. Il microbiologo pone a confronto il normale iter di approvazione di un vaccino (5-8 anni, una maratona) con lo sprint di un anno che porterà all'approvazione del siero (o meglio dei sieri) anti Covid.
 
 
Ecco Crisanti. «Normalmente ci vogliono dai 5 agli 8 anni per produrre un vaccino. Per questo, senza dati a disposizione, io non farei il primo vaccino che dovesse arrivare a gennaio».
 
Lo ha detto il virologo Andrea  Crisanti intervenuto a Focus Live, il festival della divulgazione scientifica di Focus.
 
 
Sicurezza ed efficacia. «Vorrei essere sicuro che questo vaccino sia stato opportunamente testato e che soddisfi tutti i criteri di sicurezza ed efficacia - ha spiegato - ne ho diritto come cittadino e non sono disposto ad accettare scorciatoie». «Io sono favorevolissimo ai vaccini - ha continuato  Crisanti - ma questi di cui si parla sono stati sviluppati saltando la normale sequenza Fase 1, Fase 2 e Fase 3. Questo è successo perchè hanno avuto fondi statali e quindi si sono potuti permettere di fare insieme le tre fasi perchè i rischi erano a carico di chi aveva dato i quattrini. Ma facendo le tre fasi in parallelo, uno si porta appresso tutti i problemi delle varie fasi.
 
La revisione dei dati. Quindi è vero che si arriva prima, ma poi c’è tutto un processo di revisione che non è facile da fare. In questo momento non abbiamo una vera arma a disposizione. Dobbiamo creare un sistema di sorveglianza nazionale che superi le differenze regionali, per equiparare le differenze tra le varie regioni: prendiamo la Calabria, una regione lasciata a sè stessa che chiaramente non può uscire da sola da questa emergenza». 

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