Il prof Santinello: «Con il Covid abbiamo scoperto gentilezza e fragilità, ma ora vince lo stress»

Massimo Santinello, professore di Psicologia di comunità a Padova

Il docente di Psicologia di comunità dell'Università di Padova analizza gli effetti della pandemia: «Ci vorrà tempo per uscirne»

PADOVA. Non ne usciremo migliori. «Più stressati invece sì. E per molte persone ci vorranno anni per smaltire nevrosi, depressione e disturbi». Massimo Santinello, professore di Psicologia di comunità dell’università di Padova, studia il presente della pandemia (il suo dipartimento ha analizzato la mobilitazione del volontariato e gli effetti dell’emergenza sulla vita dei senza dimora) ma guarda già oltre. A quello che ci resterà. di buono e di meno buono. «Di buono c’è che abbiamo scoperto l’opportunità di essere gentili con gli altri», dice. «In mezzo alle difficoltà, ci siamo resi più disponibili».

Professor Santinello, tutto qui? La mobilitazione del volontariato non è un altro bel segnale positivo?

«Dal terremoto del Friuli in poi, la nostra storia è piena di risposte generose alle catastrofi. È una reazione istintiva alla paura. Quando si perdono sicurezze, nascono forme di solidarietà, anche basate sull’identità di popolo. A Padova c’è stato uno slancio in più perché la città si era “scaldata” con il lavoro di preparazione all’anno da capitale del volontariato».

Abbiamo riscoperto le relazioni di vicinato...

«Cantavamo in terrazza, ora non più. Passata la novità, prevale la paura. Non credo che siano stati scalfiti certi comportamenti acquisiti come quelli delle relazioni di vicinato. Magari con qualcuno di questi vicini siamo meno distaccati, ma se prima c’era una risposta a uno stress acuto, ora lo stress prolungato ci ha riportato indietro, facendo emergere stanchezza, irrequietezza, protesta. Il buon vicino è tornato a essere quello che si fa gli affari suoi».

E che non fa la spia se andiamo a correre o invitiamo gli amici a casa.

«Non è facile trovare l’equilibrio. Sappiamo che fine ha fatto la legge sul controllo di vicinato. Si desidera che i vicini ci conoscano abbastanza da notare e segnalare anomalie, in nome della sicurezza, ma che non siano troppo invadenti. Preferiamo che lui non veda, poi però magari raccontiamo tutto di noi sui social».

Cos’altro resterà di questo periodo?

«Abbiamo scoperto di essere fragili. L’approccio individualista alla vita si è un po’ sbriciolato».

Chi se la passa peggio?

«Gli anziani, che rischiano l’isolamento e che non hanno il conforto delle nuove tecnologie. E chi ha meno risorse, penso alle famiglie numerose, senza dispositivi di connessione per i figli, senza spazi in casa. Per non parlare di chi la casa proprio non ce l’ha o sta perdendo servizi primari».

E i ragazzi senza scuola?

«Sono sorpreso dal loro improvviso amore per le aule. Credo che sia uno di quei meccanismi per cui ci si attacca a quello che non si può avere. La socializzazione è importante, ma loro sono flessibili, si adattano. Ricorderanno questo come un periodo strano, ma hanno tante possibilità di recupero. Credo che torneranno rapidamente alla solita vita senza grandi traumi».

E chi ne pagherà le conseguenze più a lungo?

«Gli adulti più soli, con meno disponibilità economiche. Quelli che anche quando ci sarà il vaccino, non potranno permettersi di fare subito un viaggio. Quelli che hanno visto stravolto il loro lavoro. E chi ha avuto e avrà genitori anziani da accudire. Più si è grandi, meno ci si adatta. Tra queste persone mi aspetto che molti avranno problemi a lungo, soprattutto chi non ha una rete intorno».

I social ci stanno aiutando o peggiorano le cose?

«Direi che sono fondamentali, come sfogo e come luogo di dialogo e incontro. Non sostituiscono i rapporti personali, ma non so pensare a come sarebbe stato questo periodo senza i social». —
 

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