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Il caso tamponi rapidi in Veneto: "Sono vivo perché un medico non si è fidato del risultato negativo"

Stefano Poloni, 57 anni residente a Sant’Elena di Silea, in provincia di Treviso, parla a stento: "Mi hanno fatto il test rapido, mi hanno detto che l’antigene era negativo. Lui non si è fidato, ha guardato i raggi e la tac. E analizzandole ha visto che avevo una polmonite interstiziale sospetta"

TREVISO. «Sono vivo solo perché un medico è andato oltre l’etica tout court che il lavoro richiede, ma ci ha messo una vocazione unica e rara, un desiderio fortissimo di aiutare gli altri che non può essere monetizzato». Stefano Poloni, 57 anni residente a Sant’Elena di Silea, parla a stento. 

Ha ancora l’ossigeno nelle narici, è affaticato e mentre tossisce cercando di non perdere il filo del discorso tra l’interruzione di una dottoressa e quella di un’infermiera, viene spontaneo respirare a pieni polmoni. Non vuol raccontare la sua storia per suscitare commiserazione né si sofferma su dettagli che possano urtare la sensibilità del lettore. Sente di doverlo fare perché è un miracolato dell’era Covid che presto riabbraccerà la moglie e il figlio dodicenne.

Come sta? 

«In via di miglioramento. Ma la strada è lunga e in salita»

Come è iniziata la sua storia di guarigione?

«Mi sono presentato in Pronto soccorso a Treviso il 19 ottobre, avevo tutti i sintomi (febbre, dolori, etc) e stavo già molto male da una settimana. È allora che mi ha preso in carico il dottor Tony Darisi. Mi hanno fatto il test rapido, mi hanno detto che l’antigene era negativo. Lui non si è fidato, ha guardato i raggi e la tac. E analizzandole ha visto che avevo una polmonite interstiziale sospetta. 

Si è battuto per farmi avere un posto in Pneumologia al Ca’ Foncello – ripeto nonostante il test non fosse positivo – nel reparto della dottoressa Micaela Romagnoli. Poi dopo due giorni, il tampone molecolare ha dato esito positivo».

Si sente un miracolato? 

«C’è una distinzione tra etica del lavoro e vocazione. 

Il dottor Darisi è andato oltre il lavoro, oltre il dovere che le regole di ogni professione impongono, è andato al di là del risultato del primo test, e lo ha fatto perché ha seguito una spinta emotiva: si è fidato dell’esperienza e dell’intuizione, ci ha messo – come gli altri che ho conosciuto – il desiderio profondo di salvare vite, e questo è stato il motore che mi permette di raccontarlo. 

Ha guardato l’aspetto clinico e ciò mi ha salvato la vita, e se oggi sono in riabilitazione a Motta di Livenza, lo devo a lui e agli altri. Se fosse stato solo un pelo più superficiale, se non mi avessero trovato una stanza quel giorno, io non sarei stato curato in tempo».

Qual è stato il suo percorso? 

«In pneumologia primario e anestesista mi avevano già preparato per intubarmi, mi avevano tagliato la barba, erano pronti, me lo avevano comunicato. Ero attaccato a una macchina infernale, avevo l’esigenza di altissimi flussi di ossigeno. La sofferenza più grossa è non poter respirare, il senso di soffocamento e questa macchina respira per te quando tu neanche hai fiato

Non posso descrivere la sensazione, è un’esperienza toccante, ma ho visto nei volti dei medici che mi hanno seguito qualcosa che andava oltre e di ciò li ringrazio uno a uno, dal primario a chi pulisce le camere. Il respiratore meccanico mi ha aiutato. Nella notte c’è stato un lieve miglioramento che mi ha permesso di non andare in Intensiva, ma rimanere in semi intensiva».

Poi cos’è accaduto? 

«Sono stato 15 giorni in pneumologia, ho avuto sempre piccoli miglioramenti. Quando i successivi tamponi sono stati negativi, mi hanno trasferito in medicina d’urgenza dove grazie alla dottoressa Mazza sono rimasto fino a venerdì. Adesso sono a Motta, struttura di eccellenza, qui sto facendo riabilitazione cardiologica polmonare e muscolare, perché il Covid ti distrugge i polmoni e ti svuota i muscoli. Non stai in piedi, io sono in carrozzina e ho ancora l’ossigeno, stessa cosa il mio vicino».

Che messaggio vuole lanciare a chi minimizza? 

«A chi nega voglio dire che il Covid esiste e i medici solo ci salvano. Usate le mascherine, non smetterò mai di dirlo, perché è un virus cattivo, che ti aggredisce. Si combatte con cortisone in vena, eparina, antibiotici. Non so quanto rimarrò qui, forse mesi».

Vede la sua famiglia? 

«Solo in video, li chiamo. Per loro è stata dura, perché mia moglie era positiva asintomatica, ha dovuto stare separata da mio figlio: situazioni complicatissime che neanche si immaginano».

La sua conclusione, oggi? 

«Questo virus è talmente cattivo e aggressivo che non solo non sai se vivi o muori quando ti prospettano che ti stanno per intubare, ma ti debilita a livello psicologico. Non è solo il contagio, è tutto quello che comporta. I ragazzi ne usciranno, rimarranno segnati come i nostri genitori dopo la guerra, ma costruiranno un mondo vivibile. Ma noi dobbiamo proteggerci e ringraziare chi si spende anima e corpo tutti i giorni per salvarci la vita». 



 

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