Gli infermieri tornano in prima linea: «Noi eroi o terroristi? Siamo solo stanchi»

Michela Marca, infermiera caposala a Terapia intensiva in ospedale a Padova: «La situazione è drammatica, c’è un’impennata netta di ricoveri

PADOVA. «La situazione è drammatica» Non usa mezzi termini Michela Marca, infermiera caposala del reparto di Terapia intensiva dell’Azienda ospedaliera, diventato da pochi giorni reparto Covid. Dopo una primavera decisamente impegnativa il reparto, guidato dal dottor Ivo Tiberio, si trova nuovamente in trincea.

Michela, com’è il quadro attuale della Terapia Intensiva?

«Da giovedì della scorsa settimana la situazione è esplosa. Abbiamo i letti quasi tutti occupati. Dimettiamo una persona e ne entrano due».

Siete mai rimasti senza pazienti Covid?

«Dal 22 maggio al 3 luglio. Poi dal 4 luglio abbiamo iniziato ad averne in media quattro o cinque. La bomba è scoppiata il 15 ottobre, con sette ricoveri in due giorni».

Per questo il reparto è divento una rianimazione Covid?

«Sì, abbiamo dovuto trasferire i pazienti non Covid all’Istar 3, o Istar 4 o al Sant’Antonio. E poi sono stati aperti i quattro letti di subintensiva a Malattie infettive».

Qual è l’umore di voi infermieri?

«Siamo stanchi. Non abbiamo mai staccato la spina. Io ad esempio sono dovuta rientrare dalle ferie tre volte. Abbiamo tutti accumulato molta stanchezza».

Stanchezza più fisica o mentale?

«Sicuramente non è facile lavorare a questi ritmi, tutto il giorno con tutti i presidi di sicurezza che dobbiamo indossare. Sul naso a causa del nasello metallico delle mascherine ci vengono segni profondi, per medicarci usiamo la crema per le piaghe da decubito. Ma siamo più stanchi moralmente perché non vediamo la fine di questo periodo».

Avete paura?

«Siamo umani anche noi. Ricordo che durante la prima fase, quando tornavo a casa andavo immediatamente sotto la doccia e non mi avvicinavo ai miei figli. Poi mi sono tranquillizzata».
Che tipo di pazienti vedete?

«Di tutti i tipi. In quest’ultima fase anche giovani. Ci sono diversi stranieri, più fragili forse per la tipologia di vita che conducono, e diverse persone sovrappeso. Ma ci sono anche persone senza patologie. Abbiamo intubato recentemente una donna giovane, era una negazionista del Covid».

Qual è il fatto che l’ha più segnata durante questa emergenza?

«All’inizio della pandemia è mancato un paziente in reparto. La famiglia ci teneva a dare l’estrema unzione al parente ma noi non potevamo certo far entrare un sacerdote, e così l’ho fatta io. È stato un momento estremamente toccante»

Come vede i prossimi giorni?

«Sono preoccupatissima, in particolare della tenuta del sistema. Non so quanto riusciremo ancora a motivare medici infermieri e operatori socio sanitari. Sono allo stremo e l’idea di fare tutto l’inverno in emergenza ci spaventa a morte».
Cosa si augura?
«In generale che questo periodo finisca. Per noi infermieri che la nostra professione venga riconosciuta anche dal punto di vista economico. Prima eravamo eroi, poi terroristi perché dicevamo che il virus c’era ancora, e adesso magari torneremo eroi. Sempre però senza alcun riconoscimento concreto»

Focaccia integrale alla farina di lenticchie

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi