Anziani uccisi dal blocco delle prestazioni sotto lockdown più che dalla pandemia: il report dei sindacati in Veneto

La mortalità è cresciuta del 23 per cento, ma solo un terzo era malato di Covid. «Gli over 65 devono aver paura di due cose durante questa seconda ondata: del virus stesso e di un altro blocco della sanità ordinaria»

VENEZIA. Gli aumenti nel Veronese sono stati del 37%, del 31% nel Vicentino, del 28% nel Trevigiano. Sono i dati Istat, raccolti da Spi Cgil, Fnp, Cisl pensionati e Uil: si tratta dell’insieme dei decessi tra gli over 65 in Veneto avvenuti fra il primo 1 gennaio e il 30 giugno, raffrontati con lo stesso periodo tra il 2015 e il 2019. Cifre che segnano un aumento delle morti nei primi 6 mesi dell’anno del 23% (si tratta di 2 mila persone decedute in più nel “normale”), di cui solo l’8% sarebbe riconducibile al Covid.

E pensare che nei primi due mesi dell’anno le morti tra gli anziani erano persino in calo, e sensibile: il 14%. C’è poi stata una tragica impennata, che i sindacati ascrivono al parziale blocco dell’attività ordinaria della sanità: insomma sono più gli anziani morti per il blocco delle prestazioni sanitarie durante il lockdown che quelli portati via dal Covid 19. Una convinzione che li spinge a dire: “Mai più!”.


«Questi numeri ci dicono che gli anziani devono aver paura di due cose durante questa seconda ondata: del virus stesso e di un altro blocco della sanità ordinaria, che impedisca di nuovo l’accesso a visite diagnostiche, specialistiche e agli screening» spiegano Elena Di Gregorio (Spi Cgil), Vanna Giantin (Fnp Cisl) e Fabio Osti (Uilp Uil) «Ma se il Covid come malattia si evita in primo luogo adottando comportamenti responsabili, è la Regione che deve mettere in campo ogni risorsa contro “l’effetto Covid”, affinché i cittadini non restino senza presidi sanitari di riferimento per curarsi. In primavera eravamo impreparati, ora sarebbe ancor meno accettabile».



L’indagine dell’Istat prende in considerazione 558 comuni veneti, in cui sono stati registrati quasi 1.400 decessi tra gli anziani veneti nei primi cinque mesi dell’anno, su un totale di 17.600. Novecento di queste morti sono avvenute tra marzo e maggio.

Oltre alle percentuali già indicate, l’aumento delle morti è stato del 18% nel Padovano, del 16% nel Veneziano, del 10% nel Bellunese e del 9% nel Rodigino. Ma casi limite si registrano nei singoli dei Comuni: va detto che alcuni ospitano case di riposo dove si sono manifestati tragici, altri sono talmente piccoli da non poter essere statisticamente apprezzabili.

Però fa impressione leggere nel Bellunese, l’aumento del 500% a Canale D’Agordo, del 600% a San Gregorio nelle Alpi; nel Padovano, del 600% a Cinto Euganeo, persino dell’825% a Merlara (nella cui casa di riposo sono morti 34 anziani); nel Trevigiano, del 269% a San Pietro di Feletto e del 200% a Monfumo; nel Veneziano, del 169% a Fiesso D’Artico (la cui casa di riposo è stata sede di un importante cluster). Ma il dato più alto si registra a Zimella, nel Veronese: più 900% di decessi.

Parlando dei capoluoghi, con l’esclusione di Belluno, se fra gli anziani tra i 65 e i 74 anni la mortalità dal 2019 al 2020 è aumentata solo del 2,6%, per la fascia tra i 75 e gli 84 anni è salita al 22,2%, fino al 23.6% per gli over 85.

«Anche se è molto probabile che gli anziani morti per o con Covid siano molti di più, perché non sono stati eseguiti i tamponi su tutti i decessi nel periodo critico, questa ricerca conferma con i numeri una cosa che finora si supponeva, e cioè che il blocco della sanità ordinaria ha favorito l’aggravarsi di malattie preesistenti, e la mancata diagnosi tempestiva di altre» concludono i sindacati, con un’indicazione per il futuro prossimo: «Porre la massima attenzione su ciò che potrà accadere nelle prossime settimane, perché la scorsa primavera l’impennata dei contagi e dei morti da un mese all’altro è stata impressionante e ingestibile». —

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