Terapia Intensiva, viaggio in trincea tra i pazienti in lotta contro il virus a Padova

Al terzo piano del Monoblocco fra gli sguardi smarriti e impotenti dei malati e l'impegno eroico di medici e infermieri. Il direttore dell'Unità operativa complessa di Anestesia e Rianimazione Tiberio: «Basta negare il problema, servono senso di responsabilità e coesione. Rinunciando a qualche piccola libertà tuteliamo la salute di tutti»

Se gli sguardi raccontano la malattia 

Non sono le parole, è lo sguardo. Ancora una volta è tutto lì, negli occhi. Tocca a loro raccontare il Covid quando ogni altro tipo di comunicazione è precluso da un tubo che attraversa la gola. Sono ancora una volta loro a rivelare il dolore, lo smarrimento e l'impotenza di fronte a una malattia che oggi come otto mesi fa si fa beffe della vita delle persone.

A Padova, la trincea è ancora lì, al terzo piano del Monoblocco dell'Azienda Ospedale Università, con le sue battaglie combattute su un campo asettico, con i suoi soldati schierati, medici, infermieri e operatori: qualche mese fa li chiamavano eroi, ora i loro sforzi sono spesso dimenticati, talvolta addirittura risucchiati dall'onda montante del negazionismo.

Terapie intensive di Padova, il primario Tiberio: "Qui non stiamo giocando, il Covid c'è"

E, così, anche il loro sguardo è cambiato: in primavera erano occhi arrossati, segnati dalla stanchezza e dalle lacrime, ora la vista è appannata da amarezza e disillusione.

«Abbiamo visto la resurrezione senza nemmeno aspettare Pasqua», commenta una dottoressa in risposta a chi diceva che il virus era morto, mentre consulta la cartella clinica di uno dei 15 pazienti del reparto di Anestesia e Rianimazione diretto dal dottor Ivo Tiberio e tornato ad essere una Terapia Intensiva dedicata esclusivamente al Covid.

In giornata sono attesi almeno altri due ricoveri, mentre un paziente verrà "dimesso", trasferito cioè in un reparto di minore intensità. Per lei e per i suoi colleghi anche le regole di ingaggio sono rimaste le medesime: al terzo piano entrano solo pazienti e addetti ai lavori.

Chiudendo due porte tagliafuoco è stato creato una sorta di cubicolo in cui questi ultimi indossano i dispositivi di protezione individuale prima di accedere all'area clinica. Nella stanzetta aleggia un penetrante odore di disinfettante. Si comincia: prima i calzari, poi la disinfezione delle mani, quindi cuffia, camice allacciato sul retro e due paia di guanti in lattice.

Tocca così alla mascherina chirurgica, sostituita con la ffp2. Un abbigliamento entrato di forza nell'immaginario collettivo, ma non per questo più confortevole per chi è costretto a usarlo. E il respiro si fa più denso mentre la porta si apre su questo moderno girone dell'inferno. Il primo dei cinque box singoli, allineati sulla sinistra, viene predisposto per accogliere un nuovo paziente: si preparano letto, macchinari e medicinali.

Le altre stanze sono piene, ogni paziente riceve la propria terapia, ciascuno a seconda della gravità e delle necessità: si va dalla ventilazione assistita, non invasiva, come caschi e maschere facciali, a quella meccanica.

L'ultimo livello assistenziale quando nulla dà più risposte, è la circolazione extracorporea: durante l'epidemia un paziente di poco più di settant'anni è stato un mese in queste condizioni, vicino a perdere la sua partita. Ricoverato il 27 febbraio in ospedale, ora è a Conselve per la riabilitazione. Ne avrà per altri 70 giorni. Allora sarà passato quasi un anno dal suo ingresso in ospedale.

Nella Terapia Intensiva del dottor Tiberio i più sono intubati. Veglia e coscienza sono uno stato raro e poco auspicabile date le condizioni dei pazienti: uno di loro giace inerme in un box, vestito solo di aghi e tubi, mentre i sanitari controllano le sue funzioni vitali in una sorta di danza silente e rispettosa. Viene da chiedersi se la malattia avrà pietà di lui, ma di sicuro non ha fatto sconti alla sua dignità.

Il dottor Ivo Tiberio, direttore della Terapia Intensiva

Pochi passi ancora e sulla sinistra si apre un'area comune con cinque letti: tutti occupati tranne uno. I pazienti sono intubati, la pressione negativa evita che il virus circoli. Tra questi, un anziano giace prono per attenuare l'infiammazione e rendere più agevole la respirazione, sottoposto a una delle tecniche che la pandemia ha reso celebri. Un'infermiera sistema le lenzuola da cui spunta una testa canuta che sembra reclamare una carezza.

Un virus "democratico e globalizzato" che non fa sconti a nessuno 

Sulla destra, dopo il desk in cui i medici consultano le cartelle cliniche, tutte informatizzate, altri due box singoli, in cui sono isolati i pazienti estubati, in modo da ridurre il più possibile il contagio. All'interno di uno di essi un ragazzo di colore si sventola con un ventaglio improvvisato, malgrado le cannule che lo assistono nella respirazione.

Fame d'aria, un altro dei regali del virus.

È sopravvissuto a un infarto in Covid, ma risponde bene alle terapie. Si riprenderà. Democratico e globalizzato, il virus non guarda in faccia nessuno: diminuita l'età media dei ricoveri - da 69 a 55 anni - e aumentate, significativamente, le etnie rappresentate. La maggioranza sono ancora uomini.Chiudono, in fondo, tre box condivisi da due persone ciascuno. In uno di essi una donna di mezza età, caschetto biondo, fissa il vuoto, la mente persa da qualche parte di ritorno da un viaggio senza coscienza, mentre ancora il tubo le esce dalla gola come un orrido serpente: è stata svegliata per essere estubata.

Made with Flourish

Ma non c'è delicatezza o compassione che possa rendere certe operazioni meno dolorose.In questo reparto sono passati 91 pazienti da inizio epidemia. Nella notte, per la prima volta da molto tempo, previsto il raddoppio del turno di guardia, con due medici, mentre alla soglia dei 18 ricoveri verrà inserito un altro infermiere in modo di garantire il rapporto di uno ogni due pazienti.

«Viviamo alla giornata» rivela Michela Marca, coordinatrice del personale, incredula per il cambio di atteggiamento delle persone di fronte alla recrudescenza del virus «ma se queste sono le avvisaglie, l'inverno sarà impegnativo». La tregua è durata appena 45 giorni e il 4 luglio, mentre i più programmavano le ferie, orecchie buone e menti pronte riconoscevano il rumore delle granate in lontananza nascosto tra i fuochi d'artificio. Quello che allora nessuno sospettava, è che alla ripresa delle ostilità, il nemico più temibile sarebbe stato il fuoco amico.

«Non stiamo giocando ora la situazione è seria»

«La gente si deve rendere conto che qui non stiamo giocando. Il problema c'è, ed è piuttosto serio». Ivo Tiberio, direttore dell'Unità operativa complessa di Anestesia e Rianimazione, è in prima linea dal 21 febbraio. Da allora, si è regalato una manciata di giorni di ferie rosicchiati qua e là, sempre con la testa in ospedale. Un'esperienza di fronte alla quale oggi reclama «senso di responsabilità, coerenza e coesione» perché «rinunciando a qualche piccola libertà tuteliamo la salute di tutti».

Nel suo reparto passano «i livelli massimi di criticità»; ha visto «lo sgomento, lo stordimento e la paura» dei primi mesi farsi reazione, trasformandosi, la scorsa estate, in spensieratezza pretesa, malgrado le avvisaglie. «Abbiamo sempre detto che la partita con il Covid non era chiusa, era solo una tregua» dice Tiberio «quello che non ci aspettavamo era di dover fare i conti con una recrudescenza di tale intensità già a metà ottobre.

Questo scenario ce lo aspettavamo per l'inverno, invece la situazione è già piuttosto seria». Tono pacato e parole pesanti, pronunciate in equilibrio su un filo sotteso tra due esigenze ugualmente incalzanti: la necessità di tenere in salute le persone senza condannare per questo a morte l'economia.

«Nessuno nega questa esigenza, ma per poter controllare un'epidemia è necessario ridurre i contatti tra le persone» prosegue Tiberio «per noi, la cosa fondamentale in questo momento è riuscire a gestire i flussi dei ricoveri e questo non può avvenire se i numeri delle ospedalizzazioni cominciano a galoppare come sta succedendo: i ricoveri sono raddoppiati in tre giorni».

È sufficiente dare uno sguardo ai numeri: «Questo è un virus estremamente diffusivo, con una mortalità che si aggira attorno all'1%» spiega il direttore di Anestesia e Rianimazione: «In Italia siamo 60 milioni, significa che se il Covid si diffondesse i morti sarebbero 600 mila: numeri apocalittici» prosegue «ed è pur vero che il 96% è asintomatico, ma chiediamoci cosa succederebbe se ci trovassimo con un 4% di persone da gestire contemporaneamente», ovvero 2,4 milioni di pazienti.

Il rischio escalation nel padovano 

Lo stesso ragionamento avrebbe valore nel Padovano: «Se tutti i sintomatici avessero bisogno delle cure della Rianimazione, avremmo necessità di 2000 posti e non saremmo in grado di garantire assistenza a tutti. A questo punto diventa importante affidarsi a matematici ed epidemiologi che ci indichino gli scenari possibili. Su quelli è necessario intervenire».

Mentre nella prima fase la mortalità si era attestata sul 16% - pur con i dovuti distinguo - nella seconda fase in Terapia Intensiva c'è stato solo un decesso, un paio di giorni fa, una donna che ha perso la sua battaglia dopo 50 giorni: «Il Covid non è meno grave, semplicemente sta colpendo persone più giovani in cui la risposta alle terapie è più rapida e favorevole» prosegue Tiberio «questa polmonite provoca una grandissima risposta infiammatoria, in cui i polmoni si epatizzano, perdendo cioè la loro funzione di spugna. Tuttavia dalla polmonite si guarisce, il problema sono le complicanze, ovvero i casi che si aggravano nel tempo a causa di sovrainfezioni da funghi e batteri» precisa.

Non solo: «Anche se noi facciamo fisioterapia fino a due volte al giorno ai nostri pazienti, un malato che resta ricoverato in Terapia Intensiva per un mese avrà bisogno di 5-6 mesi prima di tornare alla sua vita ordinaria, se sarà fortunato da non avere strascichi respiratori e renali».

E intanto, mentre l'Azienda è al lavoro per consentire che le persone in isolamento possano incontrare per un ultimo saluto i pazienti prossimi al decesso risparmiando ulteriori traumi per il mancato addio, Tiberio invoca un ritorno alla verità: «In questo momento ci troviamo a fare i conti con un negazionismo montante di fronte al quale è necessario ristabilire il principio di realtà: il problema c'è, ed è necessario ritrovare coesione per affrontarlo tutti insieme con il maggior equilibrio possibile».