Coronavirus, Crisanti: «Abbiamo creduto alle favole: persi cinque mesi di vantaggio sul virus»

Il microbiologo dell'Università di Padova: «I responsabili hanno nome e cognome» «Servono tracciamenti e reti di laboratori per i tamponi»

PADOVA «I responsabili di questo disastro hanno un nome e un cognome. Sono tutti quelli che per mesi hanno detto che andava tutto bene». Andrea Crisanti, microbiologo, direttore del dipartimento di medicina molecolare dell’Università di Padova, oggi non fa sconti, come sempre del resto. Lui che viene definito sprezzantemente “zanzarologo” da chi appunto ha negato la gravità della seconda ondata risponde «allora uno che studia le cavie in laboratorio lo chiamiamo topologo? Mi sta bene».

Professore, dove abbiamo sbagliato?


«Abbiamo creduto alle favole, ora purtroppo stiamo tornando alla dura realtà. Non è stata fatta un’analisi seria del pericolo che correvamo. Ci sono medici e scienziati, che hanno nome e cognome, i quali hanno influenzato i politici a cui ha fatto evidentemente comodo credere alle stesse favole».

Si riferisce alla Regione, al Governo, a chi?

«A tutti i livelli. Mi auguro soltanto che le misure che si stanno prendendo in queste ore abbiano effetto».

Cosa si doveva fare prima ?

«Non abbiamo consolidato il vantaggio che avevamo sul virus, si è preferito aprire tutto e dovremmo smetterla di guardare ai Paesi che stanno peggio di noi, questa è una retorica da vigliacchi. E le dirò, ho sbagliato anch’io, per una volta sono stato ottimista quando ho detto che sarebbe necessario un lockdown sotto Natale. La situazione, ora che superiamo i diecimila casi al giorno è ancora peggiore di quanto io stesso avessi immaginato».

Perché ipotizzava Natale?

«Perché le scuole sono chiuse e le attività produttive sono a scartamento ridotto e quindi anche i mezzi pubblici possono essere meno affollati. Altre attività, ancora, come quelle sportive, vengono sospese».

Ma il commercio rischia di andare a rotoli, centinaia di migliaia di attività rischiano il collasso, la cura potrebbe essere peggiore del male.

«Guardi, un ristoratore o un barista dovrebbe preoccuparsi del virus più che dell’attività. Quando dovessimo tornare a una situazione come quella di Bergamo di questa primavera, con le bare portate via con i camion militari, crede che la gente andrebbe al ristorante, al bar o al cinema? Allora sì che morirebbero tutte le attività, non per una chiusura, per quanto dolorosa, di due settimane».

Torniamo al tema precedente, cosa non si è fatto che si sarebbe invece dovuto?

«Abbiamo investito risorse e tempo in biciclette, in banchi di legno e in altre inutilità. Quello che andava fatto era invece dotarsi della capacità di tracciare i positivi attraverso test di massa. Ha visto cosa stanno facendo in Cina?

Ci sono stati alcuni casi e hanno testato quindici milioni di persone in tre giorni, per isolare subito ogni rischio di ripartenza. L’hanno stroncata sul nascere. La stessa cosa dovevamo fare noi, dotandoci di una rete di laboratori in grado di eseguire test sugli asintomatici subito, appena c’era una nuova positività. Invece ci siamo cullati sul fatto che noi eravamo stati più bravi degli altri e non c’era più alcun pericolo».

In Veneto, ora, c’è chi sostiene, come il dg di Treviso Francesco Benazzi che raggiungeremo il picco tra fine novembre e i primi di dicembre e che se la crescita del contagio proseguirà con questi ritmi gli ospedali rischiano di non essere in grado di subirne il contraccolpo e quindi di affrontarlo.

«Non so cosa dica Benazzi e non commento, dico solo che una settimana fa, o poco più, Zaia diceva che non c’era nessun problema».

Cosa ne pensa di lockdown localizzati?

«Che sono necessari e utili per fermare i cluster che scoppiano a macchia di leopardo».

Lei, par di capire, pensa che ogni giorno passato sia un giorno perduto.

«Ma quale giorno, noi abbiamo perduto 4-5 mesi. E stiamo perdendo di vista il problema principale, che è quello di tenere bassi i contagi che invece sono già tantissimi, troppi. Abbiamo pochissimo tempo per sperare di bloccare un incremento disastroso. E mi viene da piangere a pensare che non è stato fatto nulla in tutto questo tempo, se non insultare chi come me lanciava allarmi».

Quindi lei indica come misura efficace il tracciamento più ampio possibile dei positivi e l’isolamento dei casi sospetti.

«Mi lasci dire che è inqualificabile che l’app Immuni non sia stata attivata in Veneto e in altre regioni».

Perché non si è fatto?

«Lo chiede a me? Lo chieda a loro. Ma si metta nei panni di chi si è ammalato o ha visto morire un suo caro e scopre che con Immuni avrebbe potuto evitarlo».

Cosa si augura succeda ora?

«Tra pochi giorni dovrebbe essere preso in esame e presentato il mio piano, o meglio una bozza di cinque pagine che riassume il piano che ho consegnato a un ministro e presentato a un viceminisstro e sottoposto al comitato tecnico Scientifco ma rimasto lettera morta. Non posso dire di più, ma spero che sia preso in considerazione e finalmente venga applicato».

In estrema sintesi?

«Non posso dire di più se non che è necessario allestire una rete strettissima di laboratori per rendere possibile il tracciamento ed eseguire il maggior numero di test possibile».

Cosa pensa dell’autosomministrazione dei test?

«Una farsa, l’autodiagnosi con una pandemia in atto è ridicola».

Sinceramente, teme che torneremo a vedere i camion che portano via le bare di notte?

«Mi auguro proprio di no».—


 

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