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«Il Mose non può essere collaudato»: tre ingegneri scrivono al Governo

Lettera ai ministri De Micheli e Manfredi e alla commissaria Spitz: «Serve commissione super partes»

VENEZIA. «Il Mose non ha un progetto certificato sul comportamento delle paratoie e la loro stabilità in tutte le condizioni di esercizio. Non c’è alcuna garanzia che funzioni in condizioni di mare avverso. Dunque, non può essere collaudato». Tre ingegneri specializzati in tecnologia off-shore scrivono al ministro Paola De Micheli, al titolare della Ricerca Gaetano Manfredi e alla commissaria Elisabetta Spitz. Chiedono che sia formata una commissione indipendente di esperti che possa certificare il Mose.
 
Vincenzo Di Tella, Gaetano Sebastiani e Paolo Vielmo sono autori di un progetto alternativo al Mose («Le paratoie a gravità») sostenuto dal Comune ma scartato qualche anno fa dal governo Prodi. Da anni denunciano i rischi di un’opera che ancora non ha avuto una «certificazione internazionale» sul suo funzionamento. Ecco allora la lettera aperta inviata al governo, con cui chiedono «verifiche tecniche» sulle dighe mobili e sul loro comportamento in caso di condizioni meteo avverse, come quelle registrate il 12 novembre dello scorso anno. «I test di questi mesi», scrivono gli ingegneri, «sono stati fatti in condizioni di mare calmo e assenza di corrente. E hanno messo in evidenza nuove criticità, come l’accumulo di sabbia nei cassoni».
 
La tesi di Di Tella, Vielmo e Sebastiani è che il progetto Mose non sia stato sufficientemente verificato nella fase preliminare. «Non bastano le prove fatte in vasca sui modellini», scrive Di Tella, «ci vuole un progetto con i calcoli. Cosa succede se si verifica l’instabilità dinamica e la schiera di paratoie va in risonanza? Come possiamo avere la garanzia che l’opera funzioni e non si trasformi in un rischio ulteriore per la città?». Ecco allora la richiesta, protocollata ieri. «La commissaria annuncia di avere richiesto alcuni esperti per i collaudi finali dell’opera e per seguirne le fasi di avviamento. Ma non è possibile considerare conclusa l’opera se non saremo assolutamente certi che funzioni in tutte le condizioni meteo».
 
Fino ad oggi, sottolineano gli ingegneri, il progetto è stato provato e sperimentato a stralci. «In questi ultimi anni è stato definito sperimentale. Insomma, si cerca di farlo funzionare, ma non siamo certi che funzionerà nell’intera gamma di condizioni previste dal contratto originario fra lo Stato e il gruppo di imprese che lo ha realizzato».
Ciò che serve, secondo gli ingegneri, è adesso una revisione tecnica super partes dell’intero progetto. «Ci sono da sistemare criticità che continuano a emergere, come il malfunzionamento di alcune parti, la corrosione delle cerniere, tubi e giunture che fanno acqua. Tutti questi guai dovranno essere riparati a spese del concessionario prima del collaudo finale, che difficilmente potrà avvenire entro la fine del 2021».
 
Nel frattempo collaudi sono stati distribuiti a decine di ingegneri del ministero, dell’Anas e del Provveditorato per un totale di oltre 60 milioni. Altri ne stanno per arrivare, anche grazie a una legge che prevede l’obbligo di costituire per le grandi opere nuove commissioni di controllo. «Molti dei compensi per i collaudi già fatti», dice Di Tella, «dovrebbero essere restituiti». —
 

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