Elezioni regionali, tutto sul derby veneto tra Zaia e la Lega Nord

Al culmine del consenso in Veneto, il partito è scosso da lotte correntizie, ambizioni contrapposte, crisi di leadership. Non ultima, quella del commissario Fontana che rischia di essere scalzato da un Ostellari sempre più sostenuto dai vertici. E poi c’è la caccia all’ultima preferenza tra i candidati dell’armata che sostiene il governatore uscente

Dal gelo ostile tra parlamentari e consiglieri della Regione ai colpi bassi che hanno scandito lo scandalo del bonus Covid. Al culmine del consenso in Veneto, il partito è scosso da lotte correntizie, ambizioni contrapposte, crisi di leadership. Non ultima, quella del commissario Fontana che rischia di essere scalzato da un Ostellari sempre più sostenuto dai vertici. E poi c’è la caccia all’ultima preferenza tra i candidati dell’armata che sostiene il governatore in ogni provincia. L’obiettivo è conquistare la maggioranza assoluta per rendere “accessoria” l’alleanza sgradita con azzurri e Fratelli d’Italia.

BONUS E DIKTAT

Il diktat della Lega ai deputati del Veneto: «Chi non versa 14 mila euro è out»

Non è stata una sorpresa gradita quella riservata ai deputati veneti della Lega convocati in fretta e furia nell’auletta del gruppo, a Montecitorio. Se l’invito accennava vagamente a questioni amministrative, inclusa la controversa caccia al lupo, ai presenti (una quindicina a fronte di 23) è bastato qualche minuto per comprendere la reale natura della battuta venatoria.

Al tavolo, a fianco del commissario lighista Lorenzo Fontana, l’amministratore del partito Massimo Bitonci, lesto a sollecitare a ciascuno il versamento straordinario di 14 mila euro a sostegno della campagna elettorale.

Ma a far sobbalzare i parlamentari non è stata l’entità della cifra (ne sborsano ogni mese 3 mila oltre a finanziare le sezioni d’appartenenza) quando l’avvertimento successivo: a chi si sottrae al diktat sarà negata l’anzianità di tessera nel passaggio da Lega Nord a Lega Salvini premier con la perdita, conseguente, del diritto di voto ai congressi e della possibilità di candidarsi a cariche pubbliche. Una morte politica, insomma. Gelo in sala, mormorii («Siamo alle minacce... »), poi il rompete le righe. Era il cinque agosto, avvisaglia di una bufera imminente.

Da Bitonci a Marcato

Perché alla notizia del bonus Covid di 600 euro percepito da alcuni parlamentari, in Regione è insorto da par suo Roberto “bulldog” Marcato: «Mi piacerebbe tanto guardare in faccia i tre parlamentari leghisti che hanno chiesto i soldi», la zampata.

Un boomerang nella realtà perché in Veneto il caso non ha travolto gli eletti nella Capitale ma, esclusivamente, tre esponenti della maggioranza Zaia, dai consiglieri Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli al vicepresidente Gianluca Forcolin (l’unico, in verità, a rassegnare le dimissioni rinunciando ad un paio di mensilità).

La circostanza, peraltro, non ha evitato ulteriori colpi bassi, fino ai rumors infamanti, sussurrati alla stampa da ambienti leghisti e rivelatisi del tutto infondati, riguardanti presunti versamenti del fatidico bonus ai rivali, in un crescendo di veleni e sospetti sull’asse Venezia-Roma.

Le tensioni sul territorio

Parte da qui, da episodi in apparenza slegati eppure spie di un disagio diffuso, il nostro viaggio nelle tensioni del partito-pigliatutto in terra veneta. Reduce da successi scoppiettanti alle politiche e alle europee, proiettato verso un plebiscito nel segno di Luca Zaia, eppure scosso da un malessere profondo, a stento silenziato dalla rigida disciplina statutaria.

A spiccare, anzitutto, è la distanza ostile tra consiglieri regionali e parlamentari, mai collaborativi e instancabili nello scambio di frecciate, figlia a sua volta di un’assenza di regìa palpabile. Che ne è del blocco “leninista” delle origini, forte di una piramide radicata sul territorio, lontano dai “partiti di plastica” e dai circoli elitari, capace di veicolare pulsioni e traguardi collettivi in un circuito esteso dal campanile al ministero?

L’eredità smarrita di Covre

«Siamo cresciuti privilegiando la militanza e affidando ai segretari di sezione poteri e responsabilità nell’ambito locale», sbotta un veterano (anonimo, per carità... ) della provincia di Padova; «Un canale diretto tra base e vertice garantiva ai nostri amministratori ascolto e risposte, c’era un vivace confronto interno e il percorso di crescita premiava l’impegno e la dedizione alla causa. Adesso i circoli vengono dimenticati, la linea è calata dall’alto, a prevalere sono carrierismo e correnti. Raccogliamo tanti voti ma rischiamo di perdere la diversità che ci ha permesso di parlare al cuore dei veneti e di assumerne la rappresentanza identitaria».

Nostalgia? Folclore? In verità il trapasso dal modello nordista di matrice bossiana al soggetto tricolore di Matteo Salvini assume più le sembianze di una “fusione fredda” che i connotati di un processo condiviso di cambiamento e, accanto alle lacerazioni ideali e di progetto, sconta evidenti contraccolpi nella ridefinizione della forma-partito. Ne era ben consapevole la buonanima di Bepi Covre, l’eretico del leghismo instancabile nel richiamare il movimento ai valori delle origini, alla Liga popolare, federalista, antifascista e legalitaria, irriducibile alle camarille romane quanto alla volontà di potenza lumbard.

Fusione fredda e ultimatum

Un passo indietro, perché la discontinuità coincide con l’epilogo dell’ultima stagione congressuale, quella culminata nell’elezione a segretario di Gianantonio “baffo” Da Re. Figura controversa, apprezzata da più parti e bersaglio di pesanti critiche, il veterano di Vittorio Veneto ha rappresentato l’ultimo erede di una prassi democratica che affidava al voto dei militanti la scelta dei dirigenti.

Da un paio d’anni a questa parte, è invece il commissariamento la prassi abituale nella gestione di sezioni, circoscrizioni, comitato regionale. Fino al “direttorio”, un organismo che richiama alla memoria l’età napoleonica; l’ha inaugurato Fontana - successore di Da Re per volontà salviniana - e raccoglie gli esponenti di spicco del Carroccio nostrano (Zaia, Marcato, Erika Stefani, Nicola Finco, Bitonci); lungi dall’assicurare un coordinamento capillare, funge soprattutto da contraltare veneto all’influenza del cerchio magico di Via Bellerio, salvo piegarsi ai diktat- è il caso dell’esclusione degli assessori dalla lista presidenziale o alla circolare che ordina alle sezioni a sostenere «esclusivamente» i candidati della Lega - se le divergenze rischiano di sfociare in scontro aperto.

Una poltrona a rischio

Salvini e Zaia, sì, protagonisti di un derby senza precedenti che, nell’assenza sconsolante di avversari, calamita l’attenzione dei media e il flusso degli elettori. Nel mezzo, sorta di vaso di coccio tra vasi di ferro, il subcomandante veronese Fontana. Ieri a un “battito del cuore” da Matteo, oggi vacillante nell’incarico. Ma, questa, è un’altra storia.


LE LEADERSHIP

Lega, in Veneto il commissario Fontana è sotto attacco. I pretoriani di Salvini vogliono scalzarlo

Il disegno

Il veronese Lorenzo Fontana, commissario della Liga Veneta, è un cattolico tradizionalista di buone letture. Chissà se si raccomanderà al cielo per fronteggiare l’attacco, silenzioso quanto tenace, proveniente dal cerchio magico di Matteo Salvini che, tacciandolo di eccessiva accondiscendenza verso Luca Zaia, mira a scalzarlo, magari per collocare al timone del partito Andrea Ostellari, l’avvocato e senatore padovano entrato nelle grazie del segretario in felpa.

Ufficialmente negato, il disegno però alimenta un incessante tam tam tra i colonnelli, e non contribuisce a rasserenare il clima interno alla vigilia di un voto che l’inconsistenza degli avversari e l’oggettiva autorevolezza del governatore uscente hanno trasformato in un derby tra la lista presidenziale e quella del Carroccio.

Le altre premesse

Eppure, le premesse erano di tutt’altro genere. Già braccio destro di Flavio Tosi e alfiere dei Giovani Padani, Fontana trascorre nove anni all’europarlamento e nell’emiciclo di Bruxelles cementa un rapporto collaborativo e di amicizia con Salvini, avviato alla conquista della segreteria federale e lesto (correva il 2016) a cooptarlo nel ruolo di vice - al pari dell’influente lumbard Giancarlo Giorgetti - favorendone l’ascesa istituzionale scandita dalla vicepresidenza della Camera e dalla nomina a ministro della Famiglia e poi agli Affari europei nella breve, turbolenta, stagione del governo giallorosso. Un sodalizio inossidabile, in apparenza almeno, culminato - è il luglio 2019 - nell’incarico di commissario in Veneto nella transizione congressuale dal nordismo padano al sovranismo tricolore.

Non che lo scaligero arda dal desiderio di assumere il timone ceduto da Gianantonio “baffo” Da Re (proverà, senza successo, a caldeggiare la candidatura del capogruppo Nicola Finco, sodale di lungo corso), in ogni caso il mandato che riceve dal Capo è duplice e non ammette equivoci: assicurare una larga affermazione elettorale (obiettivo non troppo ostico) e tutelare il marchio Lega dal prevedibile boom personale di Zaia.

Il “direttorio” di Fontana

Compito arduo, quest’ultimo, che Fontana inaugura costituendo un inedito “direttorio” allargato alle figure più rappresentative, specchio di un movimento non più monolitico ma caratterizzato da cordate e correnti che includono i fedelissimi del Luca-pigliatutto: Roberto Ciambetti e Manuela Lanzarin, Roberto “bulldog” Marcato e Silvia Rizzotto, Luciano Sandonà e Gianpaolo Bottacin, Federico Caner e Gianpaolo Vallardi, per citarne i più attivi; i salviniani di stretta osservanza: Massimo Bitonci (amministratore della Liga e “custode” del simbolo), il citato Ostellari, i parlamentari Alberto Stefani, Erik Pretto, Paolo Paternoster, Sergio Vallotto, Paolo Saviane; e le figure più vicine al commissario, da Finco ai veronesi Paolo Tosato, Vito Comencini (fresco responsabile dell’organizzazione dopo il ripescaggio di Giuseppe Paolin a Montecitorio)e Vania Valbusa.

Tant’è. Fontana prova a districarsi evitando il fuoco amico e stabilisce presto un modus vivendi con il governatore, testimoniato dall’oculata spartizione dei “subcommissari” chiamati a reggere le federazioni provinciali. Il quadro, manco a dirlo, si complica in fase di compilazione delle liste regionali.

La leadership di Zaia

Perché ai vertici di via Bellerio si intrecciano due stati d’animo: la consapevolezza (alimentata dai sondaggi) che, dall’inopinata “spallata del Papeete” ad oggi, Salvini ha perso smalto e lucidità, tanto da incrinare le chance di aspirante premier del centrodestra; e la sensazione che l’ascesa mediatica di Zaia stia configurando, a dispetto delle smentite dell’interessato, un’alternativa di leadership plausibile e concreta, spalleggiata perfino da esponenti del Governo, così solerti nel lodare l’efficienza del presidente veneto nel contrasto alla pandemia.

Di qui il diktat: gli assessori acchiappavoti vanno candidati sotto il simbolo del Carroccio e non nella lista presidenziale, circostanza che suscita più di un malumore tra quanti pregustavano una corsia preferenziale; a corollario, la circolare del commissario veneto alle sezioni territoriali: «Devono fare campagna elettorale solo ed esclusivamente per la lista Lega», l’ordine laconico.

Ostellari successore?

Tant’è, ligi alla disciplina di bossiana memoria, i lighisti obbediscono ma nel bailamme di nomi e collegi la “terza gamba” della coalizione - Autonomia Veneta, sì - riserva una sorpresa. Annunciata genericamente come una lista di amministratori esterni - leggi i consiglieri uscenti Pietro Dalla Libera, Massimiliano Barison e Giovanna Negro, puntuali nel sostegno alla maggioranza - propone in realtà parecchi militanti leghisti, taluni con ruoli pubblici che minacciano di erodere ulteriori consensi al partito. Uno sgarbo che non è sfuggito.

Sussurri e grida, allora. «Lorenzo ha un patto d’acciaio con Zaia», il ritornello della corte salviniana. Che ipotizza, si diceva, la successione del manovriero Ostellari, abile intanto a difendere la presidenza della commissione Giustizia (poltrona “sensibile” in tempi di processo Open Arms) dalle grinfie della maggioranza 5 Stelle-Pd. E Fontana? Uomo dai toni garbati, un paio di lauree in saccoccia, sorride e sfoggia serenità - «Il mio rapporto con Matteo? Straordinario» - e, soprattutto, in vista del fatidico derby incrocia le dita, confidando nella resistenza del vascello alla forza d’urto della corazzata «amica».

I DERBY

Lega, in Veneto sette derby senza esclusioni di colpi. Salvini: io voterei Carroccio, non lista Zaia

Vota Lega

La parabola elettorale di Matteo. «Ovviamente se votassi in Veneto tra la lista Zaia e la lista della Lega sceglierei quest’ultima visto che sono il segretario del partito. Ma ci sono candidati leghisti in entrambe e sono contento che valgano più del 60 per cento mentre Pd e M55, insieme, restano a quaranta punti di distanza».

Ospite di Myrta Merlino a “L’aria che tira”, Salvini pregusta la scorpacciata di voti e ribadisce, pur in forma allusiva, il diktat alle sezioni, ammonite a sostenere «esclusivamente» il simbolo del Carroccio.

Nella realtà, la surreale campagna in tempi di Covid riflette spinte e ambizioni propri di una coalizione largamente maggioritaria e bifronte (pur se in lizza c’è la “terza gamba” di Autonomia Veneta) che, incurante della pochezza avversaria, profonde ogni energia in un derby senza esclusione di colpi ed esteso ai sette collegi.

Nella Marca

Così è nella Marca trevigiana, vetrina del movimento, dove gli aspiranti a Palazzo Ferro-Fini abbondano. Sul versante Lega c’è il capolista Federico Caner, assessore al turismo, indispettito per l’esclusione dalla più rassicurante lista zaiana di partenza (Salvini dixit) ma discretamente certo del successo al pari del consigliere uscente Gianpiero Possamai e del dinamico Marzio Favero, sindaco di Montebelluna. Spietata, poi, la concorrenza nella lista presidenziale, con un plotone a caccia del bis: la speaker Silvia Rizzotto e poi Alberto Villanova, Sonia Brescacin e Nazzareno Gerolimetto. L’outsider? Roberto Bet, fan del governatore. Non bastasse, rispunta Pietro Dalla Libera, vecchia volpe folgorata sulla via del cartello autonomista.

A Padova

Clima da corrida anche a Padova. Tra i lighisti spiccano gli assessori Roberto “bulldog” Marcato e Giuseppe Pan (il primo ha già in tasca la conferma in Giunta, il cittadellese ci spera), con la runner Paola Ghidoni fiduciosa nel traino di Massimo Bitonci e Andrea Ostellari mentre i “cavalieri della Bassa” Tiberio Businaro (sindaco di Carceri) e Filippo Lazzarin (commissario provinciale uscente) incrociano le lame.

Lotta all’ultima preferenza anche sul fronte zaiano: il veterano Fabrizio Boron punta al primato e l’ambizioso Luciano Sandonà si affida alle “centovetrine” allestite dall’amico Luca “Bubu” De Santi; tra i bitonciani, Giulio Centenaro dà battaglia nell’Alta mentre Alan Luciani e Federica Pietrogrande si contendono i consensi in città. Poche righe su Rovigo: Cristiano Corazzari, l’assessore in quota Polesine, veleggia verso il secondo mandato; a tentare il colpaccio invece è Riccardo Ruggero, seguace del commissario veneto Lorenzo Fontana.

Nel Veneziano

E il capoluogo regionale? L’incognita veneziana è legata al clamoroso forfait di Gianluca Forcolin, il vicepresidente di Palazzo Balbi con delega al bilancio azzoppato dal ciclone post Covid (leggi bonus di 600 euro, peraltro mai incassato... ); sosterrà Gianfranco Gnan, segretario della sezione di Caorle, nonché l’emergente Francesca Scatto; ma scalpitano pure Alberto Semenzato (che mira alla seconda legislatura) e Piergiovanni Sorato, dirigente di Lega Giovani.

Più sereni gli zaiani: per Fabiano Barbisan, Gabriele Michieletto e Francesco Calzavara si profila un ritorno in laguna e quest’ultimo, già sindaco di Jesolo, potrebbe scalare l’esecutivo. Giochi fatti, o quasi, a Belluno: i predestinati sono Gianpaolo Bottacin, l’assessore uscente (e rientrante) alla Protezione civile, e l’esperto “colonnello” Franco Gidoni.

Tra Vicenza e Verona

Petardi in vista tra Vicenza e Verona, che propongono dinamiche contrastanti. Nel distretto berico è la Lega a schierare due pezzi da novanta: il capogruppo Nicola Finco (inviperito dal trasloco obbligato sotto il simbolo del Carroccio) che ambisce dichiaratamente alla promozione ad assessore; e Manuela Lanzarin, la “zarina” della sanità che ha condiviso i lunghi mesi dell’emergenza al fianco di Zaia; scontato il loro successo, la sfida più accesa riguarda le lepri, dall’uscente Maurizio Colman alla combattiva Milena Cecchetto, sindaco di Montecchio Maggiore.

Nella lista del governatore, invece, la star è Roberto Ciambetti, il presidente dell’assemblea regionale proiettato verso il quarto mandato; discrete chance, alle sue spalle, vengono accreditate agli amministratori Stefano Giacomin e Silvia Maino. Nel panorama scaligero il partito si affida (quasi) esclusivamente ad Elisa De Berti, la “lady di ferro” di infrastrutture e trasporti con Alberto Todeschini e Anna Grassi nei ruoli di rincalzo; a dare battaglia nella lista presidenziale è invece il “cimbro di montagna” Stefano Valdegamberi, centrista cattolico di lungo corso approdato infine al leghismo; la sorpresa possibile? Giovanna Negro, già deputata e adepta di Flavio Tosi si è convertita alla causa zaiana e potrebbe spuntarla.

Obiettivo maggioranza assoluta

Che altro? Se il Vangelo del Matteo cristiano avverte i fedeli che «molti sono chiamati, ma pochi eletti», le urne del 20 e 21 promettono invece una messe generosa al tridente brandito da Luca Zaia. L’obiettivo (non irrealistico a giudicare dai sondaggi) è conquistare la maggioranza assoluta nell’assemblea, così da rendere accessoria l’alleanza di Fratelli d’Italia e dei berlusconiani superstiti, tollerati - ma certo non graditi - dai proconsoli padani. A incrementare la dote dei vincitori, già cospicua, concorrerà poi la riforma dello Statuto che prevede le dimissioni degli assessori dal consiglio e l’ingresso in emiciclo dei primi tra i candidati non eletti. Ghiotte le poltrone in ballo. Voraci (e diffusi) gli appetiti.